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Il destino delle nazioni (Raymond Aron)

Il destino delle nazioni (Raymond Aron)

Il mio amico Dino Cofrancesco, di cui i lettori di questa rubrica conoscono gli scritti, alla fine mi ha detto, con simpatia si intende: «Tu sei troppo austriaco».

Nulla a che vedere con i minacciati e poi ritirati panzer sul Brennero. Tutto a che vedere con Hayek e Von Mises.

Che c’è di male? «Semplice – sostiene Dino -, quelli sono figli dell’Impero austro-ungarico, ritengono lo Stato nazione come il nemico, sottovalutano le nostre radici, oggi si deve riscoprire piuttosto il pensiero liberale di Raymond Aron, europeista pragmatico e soprattutto convinto delle nostre radici nazionali».

Ma i nostri, obbietto con convinzione, alla fine dicono che l’ordine spontaneo è la garanzia liberale nella determinazione delle istituzioni pubbliche. È l’ordine spontaneo che garantisce l’affermazione dei sistemi politici e organizzativi come li concepiamo noi.

Non c’è un grande progetto: in fondo anche gli austriaci non negano l’importanza della Nazione con i suoi valori distillatisi nel tempo. «Leggiti Il destino delle nazioni edito da Rubbettino».

Il testo è in effetti molto interessante, in specie il capitolo dedicato a un inedito di Aron scritto nel 1979. Come scrive bene nella prefazione Alessandro Campi, è forse il tentativo più sistemico di Aron di mettere insieme un’idea filosofica di Nazione.

È interessante a questi fini vedere il conflitto che lo stesso Aron ha con se stesso: si chiede se essere prima ebreo, o prima francese.

«Prima del 1933 avevo riflettuto sulle minoranze nazionali, sull’Alsazia e sull’antinomia tra i due principi dell’equilibrio e della nazionalità, ma a partire da quell’anno non potevo non riflettere sulla sorte degli ebrei; in quel caso, la dialettica tra la conoscenza storica e la conoscenza di se stessi si sviluppa per così dire da sola. Se non interrogo il passato, non so di essere ebreo, se non attraverso lo sguardo che gli altri rivolgono su di me. Come potrei dirmi ebreo allorché ignoro quasi tutto della Bibbia, del Talmud e della condizione degli ebrei nel corso dei secoli della diaspora?».

Su questo campo Aron sfida in tempi caldissimi proprio la sua stessa comunità di origine, pur di rivendicare il senso della sua appartenenza nazionale aggiunge: «Alla Francia, alla lingua francese, devo tutto, le mie parole, i miei sogni, i miei affetti politici, le mie ambizioni o le mie amicizie. All’ebraismo non devo niente. Forse sono, senza saperlo, depositario di un’eredità ebraica, forse l’altro vedrà nel mio volto e nei miei gesti l’impronta dell’ebraismo, ma quell’eredità, ammesso che non si riduca a un prodotto della fantasia inscritto magari nei geni, si situa nel subconscio, materiale della personalità e non oggetto di una decisione di sé su se stessi. Sono almeno attraverso le emozioni ebreo prima o allo stesso tempo che francese? Non lo so».

Il pensiero di Aron su Europa e nazioni si sviluppa in modo molto complesso, e la bella prefazione di Campi aiuta a coglierne gli aspetti più interessanti.

Da leggere per riflettere. Ma resta, come nel caso dell’epico dibattito tra Croce e Einaudi, un sapore di fondo: quello del pragmatismo degli economisti e del sogno dei filosofi.

Nicola Porro, Il Giornale 9 luglio 2017

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