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Come condurre il centrodestra

Come condurre il centrodestra

Intervista al Foglio del 2 febbraio 2016

Cercasi (nel centrodestra) un anti-Salvini disperatamente, e i lettori del Foglio ci hanno pensato per tempo, un po’ per celia, un po’ per non morir, per dirla con Puccini, e a monte dell’“intervista strategica” in cui Silvio Berlusconi, su questo giornale, parla di futuribile ricostruzione dell’intero polo azzurro. Da Natale a oggi, infatti, i lettori si sono messi a rispondere alla provocazione-idea (anche seria) lanciata qui come una specie di concorso: chi vorreste, chi vedreste, come possibile candidato premier del centrodestra?

Siete pregati di suggerire come dovrebbe presentarsi e con quale curriculum l’uomo capace, secondo voi, di sconfiggere gli avversari interni e mettere in difficoltà Matteo Renzi (cui un nemico vero potrebbe persino giovare – ma questo è un altro discorso). E insomma i lettori hanno partecipato a questa specie di “casting” on line per cercare, si diceva, “l’Albert Rivera italiano”, la botta di vita per un centrodestra che “al momento è moribondo, ma non defunto” e comunque in attesa di resurrezione.

Come può il centrodestra tornare a essere competitivo, era la domanda? Chi potrebbe, sottotraccia, tentare la “reconquista” di uno spazio non di rimessa, e la costruzione di una vera alternativa? E siccome si chiedeva un nome, un identikit, una faccia, un curriculum conosciuto o sconosciuto, sono arrivati suggerimenti prevedibili e imprevedibili. Primi tre classificati (per ora): Serena Sileoni, giovane vice-direttore dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Porro, conduttore di “Virus” su Rai2 e vicedirettore del Giornale e Andrea Romizi, giovane sindaco di Perugia. Che cosa pensano? Quali strategie e slogan metterebbero in campo, se davvero – gioco di ruolo da cui non è detto non saltino fuori idee più o meno bislacche ma anche più o meno illuminanti – fossero loro i candidati premier, e che cosa farebbero per incalzare il premier post-rottamatore?

Serena Sileoni ha parlato sul Foglio del 28 gennaio, oggi è la volta di Nicola Porro.

E dunque non appena si comunica a Porro “sei uno dei prescelti dai lettori”, le cose si mettono male (o bene, a seconda dei punti di vista), ché il “papabile”, a questo punto, assurdo per assurdo, assurgerebbe direttamente al Quirinale, ma un Quirinale “da interpretare più alla Leone che alla Mattarella”), sebbene sia pronto anzi felice di non andare “da nessuna parte”.

E anzi, al momento, il prescelto Porro non si spiega neppure bene che cosa l’abbia scaraventato in cima alla classifica. E alla fine, dopo aver scherzosamente scartato-censurato l’ipotesi che l’emersione del suo nome sia il segno “dell’irrilevanza politica” delle élite (di lettori, ma pur sempre élite), e dopo aver accantonato l’ipotesi “che la maggioranza abbia spesso torto”, il tutto sembra spiegarsi con l’assunto: “Si sarà capito che ho un profilo anti-populista”.

Ed ecco Porro mettersi per un’ora nei panni del possibile, improbabile e non augurabile (per se stesso e per gli altri, dice) candidato che attualmente è anche conduttore di “Virus” ma che è stato, in ordine sparso e non necessariamente cronologico, rampollo di famiglia pugliese (settore agroalimentare), studente al liceo Massimo di Roma (gesuiti, stessa scuola di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo), “giornalista per caso” (definizione sua) tra gli anni Novanta e i primi Duemila (all’Opinione, poi al Foglio, poi alla tv Cnf-Cnbc), ma pure collaboratore dell’ex ministro degli Esteri Antonio Martino (con memorabili aneddoti da corti mediorientali e ambienti di feluche più permalose di quelle che oggi si straniscono di fronte alla nomina non endogamica di Carlo Calenda a rappresentante italiano a Bruxelles), e poi ancora – dice il curriculum informale di Porro – giocatore di tennis di una certa svogliatezza (storico compagno di campo: Filippo Facci) ed ex giovane impiegato alla Lucchini di Brescia (per un periodo brevissimo in cui, però, Porro fece in tempo a pronunciare la frase “che tristezza infinita ’sta città senza donne”).

Soprattutto, come ricordano sempre i suoi amici, Porro resta con onore e volontà un esperto nell’arte di “cazzeggiare” (sempre definizione sua), arte che tuttavia non è necessariamente in contrasto con l’impegno lavorativo (anzi). E dunque quando si chiama Porro oggi, cioè in anni in cui non lo si vede più gironzolare a piedi nudi in redazione (come agli esordi della carriera giornalistica) e neppure con il ciuffo esageratamente fluente né con la citazione da Ayn Rand o da Dylan Dog sempre pronta (per evitare interrogazioni mattutine del direttore sull’editoriale di Tal dei Tali, come narrano i testimoni), e insomma oggi che Porro è Porro, il conduttore unico di “Virus” dopo i trascorsi in tandem con Luca Telese a “In onda” su La7, non si può che non partire dalle macchine. Automobili. Porro non ha più, infatti, la Peugeot 105 senza targa anteriore degli anni scapestrati, ma una macchina tedesca (Porsche, suo “unico bene”) che, da candidato premier, dovrebbe con molta riluttanza vendere o affidare a un blind trust, onde evitare spiacevoli ripercussioni nei rapporti con la Germania.

Dopodiché, seriamente parlando (per un attimo), Porro pensa che un candidato di centrodestra intenzionato a scalzare Renzi debba “raccontare un sogno e sperare, con quel sogno, di convincere la maggioranza degli italiani, pur tenendo presente il fatto che i sogni sono spesso irrealizzabili, cosa che di sicuro provocherà delusione”. Prima regola, quindi, raccontare “un sogno alternativo che distrugga nella mente dell’elettore l’idea tradizionale di politica e parli di un modo completamente diverso di rapportarsi allo Stato”.

Come debba essere, questo candidato, è presto detto: “Iper liberale in tema economico e conservatore in campo sociale. Deve volere meno stato in economia e più stato per tutelare l’ordine pubblico: un po’ Rudolph Giuliani sulla Sicurezza, un po’ Margareth Thatcher in Economia”. Prima però serve il cosiddetto “segnale plastico”: tre giorni a settimana il governo deve stare a Milano, ma non per cedere a riflessi condizionati del genere ‘Roma ladrona’, ma per svincolarsi da Roma come moloch in tutti i modi possibili e immaginabili”.

Il candidato ideal del centrodestra? Iper liberale in tema economico e conservatore in campo sociale. Deve volere meno stato in economia e più stato per tutelare l’ordine pubblico: un po’ Rudolph Giuliani sulla Sicurezza, un po’ Margareth Thatcher in Economia

E ci si chiede come il Porro conduttore, tra il serio e il faceto, imposterebbe la campagna elettorale del Porro candidato (anche se Porro continua a parlare in terza persona). L’idea è: “L’unico leader del centrodestra che possa battere Renzi è colui che ha il coraggio di dare ragione a Renzi. Tutta una serie di politiche renziane sono sacrosante e tu devi dirglielo. Metti il primo dibattito da Enrico Mentana: caro Renzi hai ragione, deve dirgli il candidato, creando però una contrapposizione che, come direbbero a sinistra, è antropologica.

Della serie: noi siamo di destra, voi no, ma su alcune politiche vi diamo atto che avete fatto bene. Solo che, bisogna dirgli, tu caro Renzi hai fatto questa e quest’altra cosa perché così bisogna fare, per semplificare, perché sai che non puoi fare diversamente, perché l’economia muore. Noi le faremmo, per esempio, perché siamo profondamente convinti che sia ingiusto tassare una persona al 40 per cento: una questione di libertà e non di sopravvivenza.

Come fai a combattere un leader di centrosinistra se questo adotta politiche di centrodestra? Non certo facendo l’errore che ha fatto la sinistra con Berlusconi e cioè demonizzandolo – non a caso l’unico che non ha descritto Berlusconi come il male assoluto è Renzi, attuale premier. Lo puoi sconfiggere, il premier di centrosinistra, solo dicendo che il leader della sinistra non è culturalmente convinto di quello che fa”. E poi, i dettagli, “per esempio il ministro degli Esteri”, dice Porro, memore della suddetta esperienza nel 1994 con Martino alla Farnesina. Ne discende che, “essendo la politica estera un mestiere fatto di competenza, rapporti, strette di mano, non si possa farlo fare a chi non lo conosce. Eviterei insomma scelte alla Federica Mogherini. Io ci metterei Silvio Berlusconi. Sennò quando entri alla Farnesina non capisci più nulla.

I miei ricordi da portavoce di Martino sono questi: arrivi là in quel palazzone, tra i marmi. Unico vantaggio che hai è che sai che lì non ci starai mai, perché prendi subito una macchina, direzione Ciampino, e in macchina ti mettono in grembo i cosiddetti ‘marsupi’, faldoni dove c’è tutto quello che devi sapere sul posto dove andrai in visita. Il ministro degli Esteri è un alieno, un personaggio che quando sbarca a Roma magari è appena stato alla Casa Bianca o all’Eliseo, e però gli dicono “a dottò come sta?”. E insomma bisogna metterci, alla Farnesina, uno che lo faccia davvero, il ministro degli Esteri, e che abbia solo un libro sulla sua scrivania: “Sottomissione” di Michel Houellebecq”.

Ma come sarebbe un ipotetico governo Porro (entrando e uscendo dal nonsense, e buttandoci dentro di tutto ma anche qualche idea vera, è la parte del gioco che il “candidato” preferisce). Dunque ci sarebbe Berlusconi agli Esteri (“ma gli impedirei la scelta dei sottosegretari”, dice Porro). Invece il ministro dell’Interno deve essere “un vero ministro della Polizia: uno che stia in piazza con i suoi uomini quando c’è, putacaso, una manifestazione dei no-global a Milano. Non uno da vedere in tv con la tutta mimetica, ma uno che appunto in piazza si accorge di quello che avviene. Lo voglio vedere nelle sale operative, ma non a Capodanno. Anzi gli impedisco di passare il 15 agosto a coordinare. Che lo passi pure a Saint Moritz, che veda come funziona la sicurezza in Svizzera. Ma tutto il resto dell’anno stia nelle piazze”.

Primo decreto di questo ministro dell’Interno: “Abolizione di tutte le scorte, anche se non degli autisti, per tutti i politici, i magistrati e i giornalisti, eccezion fatta per se stesso, il premier e il ministro della Difesa”. Il ministero dell’Economia, con Alessandro De Nicola ministro, se ne andrebbe a Milano, come la Ragioneria dello Stato, in zona Cordusio, “nei palazzi-ufficio ex Unicredit. E mi piacerebbe che si dicesse ‘ministero di Piazza Cordusio invece che ministero di Via XX Settembre’ ”.

Che cosa succede al primo consiglio dei Ministri? “Oltre ad abolire le scorte, si aumenta lo stipendio ai ministri – bando alla demagogia – tra 500 e 700 mila euro, e si aboliscono tutti i codici etici, in modo da sancire la loro totale inutilità. Poi si contingentano le uscite di rappresentanza: si mette cioè un limite ai convegni, alle presentazioni, alle celebrazioni e ai tagli di nastro mensili per ministro: massimo uno al mese”.

Che Porro sia dislocatore, più che rottamatore, lo si capisce dal fatto che, dopo aver esportato il ministero dell’Economia a Milano, manderebbe tutta la Fao a Bari, onde disincentivare il “vizio” delle infinite riunioni all’Aventino. Altri settori nel mirino: la scuola. Porro chiamerebbe il Ragioniere dello Stato, e “se è vero che ogni studente di scuola pubblica costa 8 mila euro, gli direi di fare un assegno di 6500 euro annui a ogni studente, lasciando libertà di scelta sul tipo di scuola”.

Ministro della Pubblica Istruzione? “Dario Antiseri, rafforzato da due sottosegretari molto operativi e non laureati, con l’avvertenza che non ci potrebbe essere nessun altro ministro di area Luiss”.

Secondo atto del governo, e più importante, quello sulla semplificazione fiscale: “Stabilirei subito tre aliquote: una del 20 per cento per redditi fino a 70 mila euro; una del 33 per cento per redditi sopra i 70 mila euro; ed esenzione per chi guadagna fino a diecimila euro. Poi darei immediatamente la possibilità alle partite Iva di decidere se versare il 27,7 per cento come aliquota pensionistica o spendere il denaro in altro modo. Poi: sfratto quasi immediato dell’inquilino moroso, dopo tre mesi, e possibilità di mettere rapidamente all’asta un’abitazione in caso di mancato pagamento delle rate-mutuo, con obbligo contemporaneo delle banche di prestare soldi senza richiedere capitali indietro ma solo gli interessi”.

E a questo punto si cerca di immaginare come e dove andrebbe il candidato a dire queste cose? In camper? Su un giornale’ “No, giornali no, non per astio contro i giornali, figurarsi, ma per darsi un’aria elettorale da ‘tanto voi della stampa non mi capite’, necessaria oggi a sfondare il muro del venti per cento. Quindi tv, rete, piazze: ubiquo”. (Come Grillo, praticamente – e Porro proprio a lui pensava). Fondamentale, poi, il gruppo di lavoro, fatto di “intellettuali maverick – ma attenzione: si eviti l’endorsement di Giuliano Ferrara”.

Ma chi sono i “maverick”? “Claudio Coccoluto, Marco Ventura, Mattia Feltri, Jodi Brugola, Stefano Paleari dell’Università di Bergamo, l’anarchica comunisteggiante e twittarola @colvieaux alias Barbara Collevecchio, anche per capire le cose da non fare”. E però Camillo Langone, per Porro, non sarebbe nel novero dei “maverick”, ma “al ministero dell’Agricoltura: senza di lui un governo non lo farei mai”.

Agli Uffizi, come direttore”, Porro metterebbe il giornalista Vittorio Macioce. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarebbe “Luigi Bisignani, ma dislocato sulla Tiburtina, in quelli che vedrei come nuovi uffici della presidenza del Consiglio, in una sala definita ‘Rossa’ in onore di Guido Rossa, operaio ucciso dalle Br, e lì Bisignani dovrebbe occuparsi appunto di trattative sindacali, e ricevere per esempio Susanna Camusso”.

Allo Sport, in un governo Porro, ci sarebbe Franco Chimenti, “l’uomo che ha portato la Ryder cup di golf in Italia”. Sulle cose da fare, lo scherzo è scherzo fino a un certo punto (“magari ce cascano, nel centrodestra”, è il retropensiero, ché Porro davvero pensa che “davanti al Colosseo, e dopo aver riaperto la circolazione bloccata da Ignazio Marino, un Museo dell’Auto ci starebbe benissimo, come simbolo dell’Italia).

Porro abolirebbe pure “gli incentivi alla Ricerca e Sviluppo e farebbe, per ricreare un clima di “normalità” a Roma, un decreto anti “inquinamento acustico: blocco della circolazione se il rumore delle sirene supera una certa frequenza”. Un’idea “semplice”, poi, dice Porro, per “valorizzare i beni pubblici: stilare una lista di cinquanta siti archeologici storici museali, dividerli in lotti, tipo dieci lotti da cinque, in ogni lotto metti un sito di serie A, come dire un Colosseo, e quattro siti minori, e fare una gara internazionale per la gestione del sito, facendo partecipare grandi compagnie, dalla Disney a McDonald’s in giù. Possono gestire, queste compagnie, comprando la gestione del lotto al triplo di quello che attualmente si guadagna con i biglietti, ma non possono cambiare nulla – controllano le Sovrintendenze, pena la rescissione del contratto – e possono fare per il resto quello che vogliono per guadagnare quanto vogliono: ristoranti, gadget, spettacoli, sito internet”.

E chi dovrebbe occuparsi di tutto ciò, come ministro dei Beni Culturali? Secondo Porro “Gianmario Tondato Da Ruos, ad di Autogrill”. Alla vicepresidenza del Consiglio invece ci sarebbe la senatrice Elena Cattaneo, ma Porro abolirebbe totalmente le quote di genere. Per “rapporti di buon vicinato con il renzismo”, invece, proporrebbe a Roberta Pinotti, per cui nutre grande ammirazione, di restare ministro della Difesa, e tenterebbe un’operazione spericolata.

Alla domanda “chi prenderesti come tuo Nomfup?”, ove Nomfup sta per Filippo Sensi, portavoce di Matteo Renzi, Porro risponde infatti: “Nomfup. Il quale ovviamente rifiuterebbe la proposta, e allora vorrei il collega Filippo Facci, un antidiplomatico viscerale che non ha contatti con nessuno e non esita a mandare a quel paese tutti – e però temo rifiuterebbe pure lui”.

E le feluche di cui tanto si parla dopo il caso Calenda? Porro dice di avere “il nome perfetto: come ambasciatore a Washington, ambasciata chiave, chiamerebbe Giuseppe De Filippi del Tg5, a patto che rinunci all’aspettativa”.

(Alla fine del gioco, una cosa è certa: Porro licenzierebbe in tronco un ministro vestito male – “decoro, decoro” –, per non parlare di uno che si siede a tavola e dice “buon appetito”).

Marianna Rizzini, Il Foglio 2 febbraio 2016

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