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Banche, la verità dal governo (e due consigli non richiesti)

Banche, la verità dal governo (e due consigli non richiesti)

C’è da augurarsi che la recente situazione di Carige, sull’orlo del fallimento che verrà sventato all’ultimo, apra gli occhi a coloro che ci dovrebbero governare.

Governare è la parola chiave. Il sistema bancario è un reticolo, ereditato dal passato, di un gran numero di istituzioni finanziarie figlie di ere geologiche diverse: le cooperative, le banche del territorio, gli istituti commerciali solo per dividerle in grandi aggregazioni.

Si può forse governare un tale sistema, ignorandone le criticità? L’ex premier Matteo Renzi, in modo sventurato, aveva consigliato di comprare titoli di Mps quando pensava che il problema si sarebbe risolto. La banca è stata poi di fatto nazionalizzata.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, poco più di un anno fa, affermava che «il sistema bancario italiano è solido». Bisogna stare attenti a giocare con le parole. È vero che denunciare con eccessivo pessimismo lo stato di salute del nostro sistema creditizio è controproducente.

L’attività bancaria si regge sulla fiducia. I risparmiatori depositano i propri quattrini nei forzieri che ritengono sicuri. E le banche prestano al sistema delle imprese un moltiplicatore di quanto hanno in cassa.

È la regola del nostro capitalismo finanziario.

Ma la linfa che olia i meccanismi si chiama fiducia e quando viene meno sono guai sia per il motore finanziario sia per gli ingranaggi economici. Dunque la prudenza è d’obbligo.

Oggi rischiamo, però, che sia compromessa la credibilità di chi governa il sistema.

È un rischio fatale. Se le autorità monetarie ed economiche passano per coloro che nascondo la polvere sotto il tappeto, l’effetto è devastante.

All’ottimismo delle dichiarazioni devono seguire i fatti, altrimenti i cittadini contribuenti e risparmiatori, scappano. Come possono.

Il fallimento che rischia Carige vale, relativamente poco, in termini assoluti. Ma molto per i discorsi che abbiamo appena fatto. L’eventuale bail in (come si chiama ora la procedura per la quale una banca salta) comporterebbe costi non solo per azionisti e obbligazionisti, ma anche per correntisti danarosi.

Un disastro dal punto di vista reputazionale. Oggi più di ieri.

Le banche non dovevano essere solide? E chi mi assicura che anche la mia, che tutti ritengono gestita meglio della Carige, non nasconda qualche scherzetto? Di chi posso fidarmi? E le sofferenze, oggi in calo come dice il ministro, potrebbero rapidamente salire se l’economia arretrasse? E così via, questi sono solo alcuni dei legittimi dubbi che il battito di ali della farfalla genovese potrebbe creare nel resto del Paese.

Le prime responsabilità sono di chi quelle banche ha gestito male. È ovvio. Ma le colpe più gravi sono dei medici che si ostinano a non vedere la malattia.

Il sistema bancario italiano è sostanzialmente privato. Ma gestisce una merce così delicata che necessità di un occhio particolare nel suo controllo.

Chi ci governa dovrebbe fare un’azione di verità, che non comprometta la fiducia, ma che al contempo non sottovaluti la realtà.

Due consigli, non richiesti.

1) Sofferenze e banche a rischio rappresentano un grave problema italiano. Non si deve sottovalutare. E ancora non sappiamo cosa ci aspetterà. Il governo italiano non manovra tutte le variabili, anzi ne domina pochissime. Proprio per questo il governo si impegna a far sì che i regolamenti europei non ci danneggino più del dovuto.

E proprio per questo combatterà con tutti i mezzi (anche quelli più opachi, sì più opachi) per fare in modo che le nostre banche non saltino. Deve alzare una cortina fumogena, più che di ferro, intorno al sistema. Alla Fazio, per intendersi. Sì, il governatore cacciato dalla Banca d’Italia, l’ultimo che non ha interpretato in modo burocratico il suo mandato.

2) Ovviamente non si può creare, nel settore privato, una riserva indiana di protezione imprenditoriale. D’altronde ormai il bail in esiste, e l’idea che chi sbaglia paghi è sacrosanta.

Dunque si salvi il passato ma si sappia che il futuro non è più garantito. Non è cosa facile mettere in campo questa distinzione, ce ne rendiamo conto. Ma è molto facile ignorarla. Rinnovare il mandato al governatore che ci ha guidato fino ad oggi, fornisce un segnale esattamente opposto: nessun problema per ciò che si è fatto fino a ieri, continuiamo così.

La favola di Biancaneve e i sette nani è finita male, ma potrebbe finire peggio. I primi sette nani sono sepolti (le quattro etrurie, le due venete e la rossa Mps) e almeno altri tre (non previsti dalla favola) rischiano grosso.

Speriamo che chi ci governa non renda anche Biancaneve poco credibile. 

Nicola Porro, Il Giornale 19 novembre 2017

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