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Il golf? Non è da ricchi ma rende ricchi

Il golf? Non è da ricchi ma rende ricchi

Un tempo il golf era così. Famoso non tanto per il bianco e nero ritratto da un bellissimo scatto. Quanto per la sua eleganza.

Gli uomini con i pantaloni lunghi e le doppie pence. Le donne con le gonne sotto il ginocchio, i foulard e la camicetta, meglio se bianca. Per anni all’Acquasanta, il circolo più antico d’Italia, Franco Bevione giocava, e lo faceva divinamente, con le sue camicie celesti di popeline, arrotolate sul braccio e le cifre ricamante.

Con una spalla più in basso dell’altra, segno distintivo di chi ha passato la vita sui campi da golf. Continuava con il costume dei suoi tempi, mentre intorno a lui si consumavano le mise più incredibili. Le magliette sostituivano le camicie e i pantaloni tecnici quelli di tela.

I bastoni erano davvero di legno, lo swing non era strappato, armonico, ampio. Pietro Manca, il maestro dei maestri, al massimo ti obbligava a girare le anche e ti inoculava quel virus, così romano, del finish con inchino.

E poi i caddie. I portabastoni. Vestiti, ieri, come le caricature immaginano i golfisti, oggi. Una categoria di lavoratori praticamente scomparsa. I loro figli hanno fatto i maestri, hanno vinto qualche gara internazionale, sono diventati la base professionistica del golf moderno. In fondo sono gli unici che hanno mantenuto in questo sport le tradizioni di quei tempi, eleganti ed élitari.

A lungo si è combattuto contro il pregiudizio del golf come sport per ricchi.

In realtà in un’Italia che si rialzava dalle macerie della guerra ogni sport, tranne il calcio, era appannaggio di pochi. C’era ben altro da fare, che pensare a tirare una palla con il bastone. Il tennis delle divise in bianco era per signori che al break bevevano the, l’automobilismo era fatto da gentlemen driver, così come la scherma e l’ippica erano per pochi.

Il golf a differenza di tanti altri sport, ha però anche un forte valore economico. Ad esso è legato il turismo e un flusso di giocatori dilettanti che gira il mondo alla ricerca di un «giro» interessante.

La Federazione italiana golf ha fatto molto per costruire qualche campione, per rendere questo gioco più accessibile (oggi praticarlo costa decisamente meno, per esempio, che sciare) e per portare in Italia manifestazioni uniche: abbiamo conquistato la sede della Ryder cup, l’olimpiade del golf.

Alcuni circoli di grande storia, penso al Circolo di Milano con la nuova gestione di Armando Borghi, o a quello di Torino, chez Agnelli, sono riusciti a riportare i grandi campioni all’open d’Italia. Insomma il mondo attorno al golf italiano sta provando a muoversi.

Resta il pregiudizio di una certa opinione pubblica, che in maniera, questa sì snobistica, considera ancora il golf uno sport per pochi e la costruzione di un percorso di diciotto buche uno stupro del paesaggio.

Mentre è esattamente l’opposto. La famiglia Melpignano è riuscita, intorno a un mare non proprio caraibico, a costruire un’attrazione turistica di primo piano proprio partendo da un campo da golf in Puglia. Ma è uno dei pochi nella zona.

Rarissimi i percorsi in Sicilia: ci ha dovuto pensare un baronetto inglese, Rocco Forte, a costruirne uno a Verdura. Così come pochi sono quelli che si possono mettere a sistema in Sardegna, nonostante gli sforzi di chi oggi si inventa, per esempio al Pevero, una manifestazione dietro l’altra, per allungare una stagione altrimenti brevissima.

Il golfista moderno è un traditore: sceglie un campo, ma pensa già al prossimo. Ecco, il golf è un gioco straordinario, ma soprattutto rappresenta uno degli strumenti più utili per valorizzare un territorio altrimenti destinato solo ai proprietari delle villette a schiera.

Che poi, una volta che le hanno comprate, non sanno bene cosa farci. 

Nicola Porro, Il Giornale 27 agosto 2017

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