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La nuova grafica di Repubblica? Un capolavoro del politicamente corretto

La nuova grafica di Repubblica? Un capolavoro del politicamente corretto

Sono da dieci anni nel mondo dell’editoria, ho una mini casa editrice, scrivo sui giornali, ogni mattina posto sul mio Blog una sbarazzina “Rassegna stampa del Cameo”, ogni tanto produco un Cameo Video di 4 minuti, cercando di spiegare la politica ai miei nipotini e a quelli che hanno meno di 18 anni.

Ciò premesso, mi sfugge perché noi editori, giornalisti, stampatori, fornitori, si subisca supinamente la strategia delle Big Five, intenzionate semplicemente a ucciderci, e con noi il cartaceo, e pure le versioni internet.

Può darsi che sia una partita persa (io non ci credo) ma almeno combattiamo, come fece la cavalleria polacca contro i tank nazisti (oltretutto costoro hanno evidenti connotati nazi).

Lo confesso, attendevo con ansia l’uscita della nuova Repubblica per scoprire se, con l’occasione del cambio del vestito (Chapeau!), avrebbe modificato anche il suo posizionamento strategico. Dio sa quanto, nello sfacelo della socialdemocrazia europea ce ne sarebbe bisogno.

Pensavo lo facesse su un tema ove era facile trovare comunanze multiculturali: accendere fari critici sul mondo di cipria (sporca) delle Big Five, ergo sul ceo capitalism. Alcuni articoli degli ultimi mesi di Federico Rampini, particolarmente critici verso questi monopolisti d’accatto, erano stati innovativi, avevano illuso persino un apòta come me.

Per ora non ho colto alcun cambiamento. Mario Calabresi, nel primo numero spiega Perché il giornale cambia”, dandosi tre risposte: lo hanno chiesto i lettori, lo chiede il tempo in cui viviamo, è nel Dna di Repubblica.

Come lettore fedele fin dal primo numero (14 gennaio 1976) ho assistito alla splendida giovinezza di Repubblica (al mattino presto correvo all’edicola per prendere Repubblica e il Giornale di Montanelli), alla sua breve maturità, all’improvvisa vecchiaia.

Come tutti i grandi quotidiani occidentali, anche Repubblica non ha saputo gestire il dopo caduta del muro, si è trasformata in un house organ del potere liberal dominante, per intenderci il più losco, quello dei Clinton, dei Blair, che ci ha portato alla crisi del 2008 e all’oscuro futuro che ci attende.

La nuova veste grafica può dirsi un capolavoro del politicamente corretto. E’ pieno di segnali deboli di dove stia andando il mondo, alcuni sono interessanti, altri coraggiosi, ma si capisce che il protocollo editoriale è ancora quello in essere.

Pensavo che abbandonasse il profilo di giornale-corazzata per reinventarsi il ruolo di giornale-cacciatorpediniere multiruolo. Per ora nulla.

Solo Eugenio Scalfari, non su Repubblica ma a La 7, si può permettere di dire un’ovvietà intelligente su Silvio Berlusconi, che almeno metà degli italiani ha apprezzato, ma 48 ore dopo è costretto a un defatigante lavoro di cesello per riposizionarsi.

Prendiamo il caso dello sciopero in Amazon, il giorno del Black Friday. Repubblica, in verità come gli altri giornali, fa commenti mosci, edulcorati, anziché parlare dell’oligopolio che si è costituito nella logistica, sottolineando come con queste “non regole” chi distribuisce decide per l’intera catena di produzione (è strategicamente inaccettabile).

Concorrenza, libero mercato per costoro sono concetti che vanno a farsi benedire, i cittadini si chiedono perché concedere tanti vantaggi fiscali all’e.commerce, alle multinazionali monopoliste postate in Lussemburgo o nelle isole del Canale?

Bastava prendere il libro En Amazoine (2013) di uno di noi, il giornalista infiltrato J.BMalet, costantemente geo localizzato da Amazon, e farci dei ragionamenti critici. Nessuno, non solo Repubblica, l’ha fatto.

Oggi i lettori di un giornale cartaceo le notizie le prendono altrove, vogliono commenti brevi, netti, intellettualmente indipendenti. Questa la nostra sfida.

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