TwitterFacebook
Menu
La vera storia del caro benzina

La vera storia del caro benzina

Il prezzo della benzina è un sempreverde per i giornali. Sono almeno trent’anni che il caro pieno ci tormenta come l’afa killer ad agosto, l’esodo e il controesodo festivo.

La tesi più in voga è che i petrolieri siano più o meno dei ladri. Svelti a ritoccare in alto i prezzi e lenti a rivederli al ribasso. Cerchiamo di mettere un po’ di ordine nella faccenda, senza pregiudizi.

1) La benzina (e il gasolio ovviamente) sono uno straordinario esempio per capire cosa potrebbe accadere nel nostro futuro fiscale. Quando Tremonti dice di passare dalla tassazione delle persone (cioè del reddito personale) alla tassazione sulle cose, involontariamente evoca proprio il caso Benzina, regina delle tasse «reali». In questo modo non si viene tassati in funzione del reddito, ma in relazione alla «cosa» acquistata e dunque ai chilometri percorsi.

Nessun giudizio di valore, ma la semplice evidenza di un meccanismo fiscale, che rischia di avere un grado di trasparenza inferiore a quello delle imposte dirette. Quando vado alla pompa non so quanto del prezzo della benzina sia a beneficio dei produttori e dei commercianti e quanto vada a finire nelle casse dello Stato. La prima conclusione è che ci vorrebbe un po’ più di trasparenza, se non altro per capire con chi prendersela.

2) In Italia spendiamo più o meno 50 miliardi di euro per riempire i serbatoi delle nostre auto (e camion). La fetta più grossa se la porta a casa lo stato: 30 miliardi di euro o se si preferisce 0,8 centesimi ogni litro di verde. 16 miliardi sono destinati ai produttori di petrolio (gli arabi che hanno nel sottosuolo l’oro nero) e alle nostre raffinerie (oggi sempre più in crisi per la concorrenza asiatica) che trasformano il barile in carburante. Semplificando si può dire che il Tesoro incassa circa il doppio di quanto facciano i paesi produttori. E lo fa stando fermo, lì a via XX settembre: non ha bisogno neanche di una trivella per scavare nelle tasche degli automobilisti. Un bel mestiere.

L’ultima fetta, circa 5 miliardi, va a finire ai cosiddetti petrolieri: che devono pagarsi la distribuzione, la commercializzazione, lo stoccaggio e via dicendo. Sintetizzando (e di molto) 16 miliardi vanno agli Arabi, 30 al Tesoro e 5 all’Agip&Co. Se doveste chiedere uno sconto a qualcuno a chi vi rivolgereste? Ognuno può rispondere come gli aggrada. Ma la soluzione A (quella dei paesi produttori) è da escludere, visto che è difficile immaginare un movimento consumatori italiano che possa imporre un prezzo del petrolio a livello globale.

3) In Italia la quota di introiti riservata al Tesoro e ai commercianti di benzina è superiore a quella europea. In particolare i nostri distributori applicano in media prezzi di tre centesimi superiori all’Europa. Agip, Shell, Erg, Api e via discorrendo dicono che in parte questo costo derivi dal fatto che gli italiani sono un po’ pigri e conservatori. Le leggi non permettono al benzinaio di vendere con facilità altre merci e dunque di fare utili dall’allargamento della propria attività e soprattutto ci sono pochi self service e troppi punti di vendita sparsi sul territorio. Hanno ragione: tutte queste comodità hanno un prezzo.

Ma quanto costa questa indolenza? Ogni centesimo di benzina vale circa 140 milioni di euro in più all’anno che vengono sottratti ai consumatori. Moltiplicato per i nostri tre centesimi, il conto è fatto: ogni anno gli automobilisti pagano un extracosto di 400 milioni di euro. Per i camionisti (e dunque per le merci, che vanno a gasolio) l’extracosto sale a quasi un miliardo l’anno.

Gli automobilisti (e camionisti) in Italia prima subiscono un salasso di 27 miliardi per le diverse tasse legate al solo possesso di un’auto (tra Iva, Imposte provinciali e Bolli), poi versano un’altra trentina di miliardi in tasse sui carburanti e infine si portano a casa gli extracosti di cui abbiamo detto. Non resta che frustarli.

  1. I petrolieri non sono dei santi. Uno di loro (Moratti) si è quotato le raffinerie di famiglia a un prezzo che la Borsa non ha più visto dall’istante del collocamento. Un altro, l’Eni, è proprietà dello Stato (oggi mantiene i prezzi al livello più basso del mercato) ma nell’immaginario collettivo resta collegato alla politica come ai tempi di Mattei. Se si vuole che la benzina alla pompa costi meno, non è affatto detto che il bersaglio giusto sia però quello dei petrolieri.

La caccia dovrebbe essere indirizzata alla Bestia statale. Da affamare.

Nicola Porro, Il Giornale aprile 2010

Rispondi