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L’intelligenza delle élite e l’evoluzione della povertà

L’intelligenza delle élite e l’evoluzione della povertà

Giorni fa, senza alcun preavviso, mi si è palesata una frase. L’ho appuntata: «La spinta propulsiva dell’Occidente si è ridotta a una serie infinita di battaglie di retroguardia». Pur non essendo frutto di nessun ragionamento, pur essendo mia (lo giuro), malgrado l’assonanza berlingueriana, l’ho trovata bella.

Ma cosa mai vorrà dire?

Curioso questo modo di procedere che da qualche tempo mi fa compagnia: prima mi viene la conclusione, poi a ritroso faccio il ragionamento per giustificarla. Adeguare l’analisi alla sintesi per un analista è l’inizio della fine. Alcuni anni fa mi vennero due frasi, che sentii subito mie (lo erano pure), rappresentavano il mio modo di essere, la mia storia di ex operaio, di ex manager, di cattolico, di liberale nature, di apòta.

La spinta propulsiva dell’Occidente si è esaurita

La prima: «Questo losco Ceo-capitalism per sopravvivere è costretto a impoverire la classe media e a sedare quella povera». La seconda: «Sì nel mio giardino, no nel mio stomaco».

La prima non faceva altro che fotografare una verità che è sotto gli occhi di tutti, era chiaramente riferita ai cittadini comuni non certo a me che faccio parte delle élite. Allora che fanno i miei colleghi dell’establishment? Si inventano una risposta che mi spiazza: «Non siamo mai stati così ricchi».

E mi subissano di numeri all’apparenza definitivi.

Non c’avevo pensato, in effetti anche il più sfigato di noi può permettersi libertà, oggetti, spostamenti, che, come dicono loro, Luigi XIV neppure si sognava. A mente fredda mi dico: è vero ma perché mai dovrei confrontarmi con il Re Sole?

Oppure, «II tuo iPhone 5 ha una capacità di calcolo enormemente superiore a quella della batteria di computer usati dalla Nasa per andare sulla luna». Meschino, taccio, non oso pensare cosa potrò fare con l’iPhone X (andare su Marte?), e non oso neppure ribattere che, al di là di telefonare, lo uso solo per mettere sulle parole straniere gli accenti corretti.

Mi taccio prima che mi dicano «Grazie alla globalizzazione dei mercati abbiamo liberato dalla fame un miliardo di persone». Meglio sgattaiolare via, sarebbe da miserabile ricordare che, prima dell’arrivo dei tre maghi della pioggia, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, il patrimonio di noi privati valeva 8.600 miliardi di euro e il debito dello Stato era a 1.800 miliardi.

Grazie a queste tre premiership globalizzate, e al bonzo di Francoforte Mario Draghi che continua ottusamente a indebitare, a loro insaputa, i miei nipoti, il nostro patrimonio si è quasi dimezzato e il debito è salito a 2.300 miliardi, mentre le tasse sugli immobili sono triplicate.

Per non parlare della cosa più importante: la scomparsa dell’ascensore sociale e della oggettiva riduzione del welfare.

I colleghi mi direbbero «L’8% di cui tu fai parte possiede l’80% delle ricchezze del mondo», il professor De Masi, spietato, «Una vacca da latte europea riceve 380 euro di contributi, mentre un poveraccio del Sahel solo 8» e, aggiungo io, «per arrivarci si è beccato pure la consulenza di Romano Prodi, via Onu».

E che dire dell’esempio che mi portano spesso per umiliarmi? Un contadino del Burundi, via iPhone, può collegarsi con la Borsa dei cereali di Chicago. Non ce la faccio a controbattere, getto la spugna, costoro sono troppo intelligenti per me.

«Sì nel mio giardino, no nel mio stomaco»

Circa la seconda «Sì nel mio giardino, no nel mio stomaco», fin che posso, cercherò vigliaccamente di starne alla larga. A costoro concedo tutto ma non permetterò mai di introdurre nel mio stomaco le loro schifezze globalizzate. I gamberetti indonesiani (ottenuti distruggendo intere foreste di mangrovie) che costano meno di un chiodo, pur avendo lo stesso sapore, prodotto mito della prevalenza dello «stile di vita» sulla vita vera, se li mangino loro.

Il capitalismo classico che mi ha condotto (per mano) a una crescita umana e sociale straordinaria è stato avvelenato dal Ceo-capitalism . Questi sarà costretto, non per cattiveria, ma per rispetto dello sciagurato modello a cui si ispira, a condurci (sedati) all’essere zombie.

E tutto questo perché? Applicare una ricettina intellettualoide? Il potere? L’idiozia di cinque poveracci infelpati? Lo confesso, mi sfugge.

Eppure io sono ottimista, qualcosa deve succedere, non possiamo essere così idioti dall’accettare, senza reagire, questo incredibile processo di rincoglionimento collettivo.

Sarà pure digitale e algoritmico ma rincoglionimento resta. Per fortuna, in primavera, nel buio dell’urna, gli impoveriti, i sedati, i violentati, avranno l’opportunità di far sentire la loro voce. 

Riccardo Ruggeri, Il Giornale 1 ottobre 2017

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1 Commento

  1. Presuntuosamente non sono ottimista ma realista La spinta propulsiva dell’Occidente si è ridotta a una serie infinita di battaglie di retroguardia ancor prima nelle urne.

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