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L’invadente “statalismo” dei social

L’invadente “statalismo” dei social

Maria Vittoria Santarelli è una ventenne che mi ha inviato un suo scritto (una ventina di pagine in inglese) dal titolo complicato che sintetizzo: «Il consenso nei social media e quello tacito di Locke».

È un lavoro realizzato per la London School of Economics. È molto interessante e attuale. I social media, da Facebook a Snapchat, vivono di informazioni, le nostre. Che riguardano la nostra privacy. Ogni giorno ne regaliamo a decine (a esempio per un social media come Facebook che ha quasi due miliardi di iscritti), una mole impressionante di dati.

Queste informazioni sono per loro molto preziose, poiché possono essere vendute ad agenti che ne fanno un business.

La tesi di Maria Vittoria è che i social media sono diventati come entità statuali. Come queste ultime si autodefiniscono comunità e dettano leggi rigorosissime. Anzi, noi stessi spesso chiediamo loro nuove leggi (pensate alle richieste di intervento sulle fake news). Gli Stati prelevano i quattrini grazie alle imposte, i social media ci forniscono servizi grazie alle informazioni sulla nostra privacy che noi cediamo loro.

Che c’entra il filosofo della libertà con tutto ciò? È la grande intuizione della Santarelli. Locke teorizzava il cosiddetto tacito consenso. Era immerso nei governi autocratici del ‘600 e più di questo non poteva in effetti teorizzare. Anzi superava in libertà le tesi di Hobbes.

Ma insomma nel secondo Trattato sul governo ci spiega che i cittadini forniscono un «consenso tacito» al proprio governo rimanendo lì dove sono nati e non scappando altrove. Certo, Locke, aggiungiamo noi, teorizza anche il rispetto di quelli che considera diritti naturali incomprimibili, come la vita, la libertà e la proprietà privata.

Ma il suo consenso in fondo non era così libero: non era così informato, non era esplicito e non era del tutto libero.

Vi ricorda qualcosa? A Maria Vittoria (come a noi) ricorda il consenso preventivo che i social media pretendono prima di potersi iscrivere a essi. Nel suo scritto esamina il caso di Facebook e ci porta nella struttura giuridica delle richieste di consenso e nelle similitudini che ahimè ha con ciò che lo Stato lockiano prevedeva. Come i cittadini di Locke, i cittadini dei social network possono scappare, rifiutando quella comunità, come unica strategia per non accettare il consenso, che è tacito.

La tesi di Maria Vittoria, che parte dunque da una confutazione molto sofisticata del modello dei social network, arriva a conclusioni liberali.

Non si chiedono più regole, non si chiede una maggiore esplicitazione delle formule di consenso (che sarebbero semplicemente, aggiungiamo noi, un modo per rendere ancora più complicato e tacito il consenso stesso), ma l’eliminazione delle situazione di monopolio. Unica ricetta liberale per combattere un abuso.

Se i giovani studiosi di oggi riuscissero a ragionare come la Santarelli, sarebbe un bel segno di progresso. Varrebbe la pena tradurre il suo testo e renderlo fruibile anche fuori dal mondo accademico.

Nicola Porro, Il Giornale 30 aprile 2017

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