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Nomine aziende pubbliche, tante scelte errate. E a pagare è il contribuente

Nomine aziende pubbliche, tante scelte errate. E a pagare è il contribuente

Il governo e il Partito democratico stanno cercando di licenziare l’amministratore delegato della Consip. Si tratta di una delle società pubbliche più sconosciute e potenti che abbiamo da queste parti. Essa gestisce miliardi di appalti. Pensata per centralizzare le gare e far sì che la famosa siringa di Reggio Calabria costi come a Lodi.

Il suo amministratore, Luigi Marroni, è sempre stato considerato un manager vicino e amico di Matteo Renzi, che dalla Toscana lo ha portato ai vertici di questa delicata società. Marroni è testimone di una famosa inchiesta (sembra basata su poco, o meglio su una incredibile manomissione di intercettazioni, fatta dalla polizia giudiziaria).

E sembrerebbe aver inguaiato con le sue dichiarazioni l’uomo delle nomine di Renzi: Lotti. Che nella medesima inchiesta è indagato. Ma lasciamo perdere per un attimo le questioni giudiziarie. E andiamo alla ciccia.

Matteo Renzi ne ha azzeccate poche in fatto di nomine. E, per un politico che si candida a gestire il nostro futuro, la cosa è piuttosto grave. Come tutte le giovani leadership (in senso di abitudine al potere e non solo di età) una certa dose di errori deve essere messa in conto. Oggi si può dire che quella soglia è stata ampiamente superata.

Dei ripensamenti della Consip ne abbiamo parlato: non si riesce bene a capire su quali basi il Pd di Renzi voglia licenziare, oggi, lo «sconosciuto» che ieri ha imposto. La questione Rai si è appena transitoriamente conclusa.

I geni fiorentini avevano notato come Campo Dall’Orto fosse a suo agio sul divano capitonnè della Leopolda, e novello Conte Mascetti, lo hanno piazzato sui divanetti della Rai. E gli hanno permesso di portarsi una quarantina di uomini fidati. Il Conte ha mollato gli amici suoi, che si sono guardati bene dal mollare a loro volta la poltrona alla quale stanno belli attaccati.

Matteo Renzi ne ha azzeccate poche in fatto di nomine. E, per un politico che si candida a gestire il nostro futuro, la cosa è piuttosto grave.

Andiamo avanti.

In Finmeccanica Renzi aveva piazzato l’uomo che ha messo a posto le Ferrovie dello Stato. Una delle poche nomine che non erano made in Florence. Mauro Moretti aveva, sin dai tempi della sua designazione, un problemino giudiziario nel processo sulla strage di Viareggio.

Nel frattempo si è beccato una condanna di primo grado. Inferiore alle attese, ma comunque una condanna. Cosa s’inventano Renzi&co? Moretti deve essere lasciato al suo destino. E al suo posto piazzano un banchiere, Alessandro Profumo, che (ci auguriamo di no) potrebbe avere qualche schizzo giudiziario da Siena. Come chiunque, val la pena di aggiungere, abbia fatto qualcosa in questo Paese, a parte sbadigliare.

Quale strategia ha il nostro ex premier nel nominare uno tosto come Moretti, appeso ad un processo, per poi mollarlo in corsa?

Discorso simile per le Poste di Caio: il quale, insieme a Luisa Todini, ha portato la società al successo della quotazione in borsa. Ma poi i due si sarebbero opposti ad una operazione finanziaria per tenere in Italia il risparmio gestito che Unicredit, la ex banca guidata da Profumo, è stata costretta a vendere per mancanza di verdoni.

La morale è che tra ripensamenti, regolamento di conti ed errori fisiologici, l’affidabilità delle scelte manageriali di Renzi e del suo circolo Verdurin, è come il bacio di Odette: molto fluido.

E i contribuenti, veri azionisti di queste imprese, ne pagano il prezzo.

Nicola Porro, Il Giornale 19 giugno 2017

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