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Stato padrone (Antonio Martino)

Stato padrone (Antonio Martino)

Il vero nemico è l’esattore, non l’evasore

Di fisco si parla molto. Qualcuno può pensare anche troppo. Ma il punto di vista da cui si parte, per carità sacrosanto, è quasi sempre tecnico.

Possiamo dividere in due gli approcci. Il primo è quello microeconomico, per così dire ragionieristico: l’Irap è una tassa assurda perché colpisce anche il costo del lavoro e gli interessi passivi, oppure la progressività delle imposte sulle persone è eccessiva. Un secondo approccio è più macro: la pressione fiscale deprime i consumi, l’aumento delle imposte indirette potrebbe distorcere il mercato.

È molto più difficile assistere ad un dibattito più filosofico sul tema delle imposte. Meno economico e più culturale. In una certa misura la sinistra è stata più abile in questo campo. Ha cercato di dare una giustificazione sociale all’imposizione: le tasse sono belle; grazie ai tributi si sostengono i più deboli; è necessaria una redistribuzione dei redditi.

Ecco. Una delle battaglie oggi dovrebbe essere proprio la riscoperta dei fondamenti filosofici e culturali per i quali un liberale non può che essere allergico alla natura stessa dell’imposizione fiscale. La circostanza fortunata per la quale l’eccesso di tasse riduce gli incentivi a produrre e lavorare e dunque ad accrescere la ricchezza di un Paese è solo il risvolto pratico di una critica ben più profonda che dovremmo fare alle tasse in sé.

Per farla breve, il fatto che le troppe tasse facciano ammalare un’economia (cosa su cui oggi a parole praticamente tutti concordano) ha il valore di una tacca sul termometro di mercurio: il vero problema è la malattia. E adesso la scopriamo.

Il più lucido in Italia a scrivere di questi argomenti è, ed è stato, Antonio Martino. Vi citiamo solo qualche passaggio di Stato padrone (Sperling & Kupfer): «Vi è una relazione inversa tra Fisco e libertà personale. Il fatto che la fiscalità abbia una forma monetaria non dovrebbe trarre in inganno: per poterci procurare i soldi da versare all’erario dobbiamo lavorare».

Il principio è semplice: la tassazione equivale da un punto di vista logico alla sottrazione dei propri spazi di libertà. Se per sei mesi l’anno lavoro per procurarmi le risorse da fornire allo Stato sono di fatto un suo schiavo, anche se a mezzo servizio.

Questa impostazione comporta molte conseguenze. In modo apodittico, ma chiaro Martino scrive: «Non mi stancherò mai di ripetere che il nostro vero nemico non è l’evasore, ma l’esattore.

Se la fiscalità è eccessiva, ciò non è certo dovuto al fatto che gli altri non pagano o pagano poco, ma al livello esorbitante raggiunto dalla spesa pubblica: la causa dell’iperfiscalità è lo statalismo, non l’evasione».

Le principali critiche all’eccesso di tasse non sono dunque economiche, ma filosofiche: esse minano la nostra libertà.

Nicola Porro, Il Giornale 22 febbraio 2015

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