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Ecco perché è necessaria la rivoluzione fiscale

Ecco perché è necessaria la rivoluzione fiscale

L’inferno fiscale ha inizio di buon ora. E non ci dà tregua per tutto il giorno. Basta inaugurare la giornata accendendo la radio, o se proprio si è fanatici, sintonizzando un canale tv. Scatta il primo prelievo fiscale: quello che vediamo o sentiamo non è gratis.

Lo stiamo pagando, più o meno consapevolmente, con le nostre tasse. Lo stato vorace, voracissimo, pretende per il servizio 1,6 miliardi di euro. Che incassa, grazie a quella tariffa obbligatoria che risponde al nome di Canone Rai: pensato per coprire le spese di una televisione definita pubblica e che nel 2008 è costata un miliardino in più di quanto incassato con il canone.

Persino le tv private, molto più modestamente, chiedono quattrini: tra le altre usufruiscono di sovvenzioni in forma di sconti sulla luce elettrica, che paghiamo con le nostre tasse (Palazzo Chigi deve all’Enel da tempo 50 milioni). Non va meglio quando passiamo in cucina e iniziamo a sfogliare un quotidiano: se è un organo politico è inutile approfondire.

Se dovesse invece essere un foglio tradizionale e arrivare per posta: beh, allora rientrerebbe in quei circa 600 milioni di euro l’anno che lo Stato, dunque i nostri conticini fiscali, gira alle Poste per servizi di interesse generale tra cui quello, appunto, delle spedizioni agevolate.

Giunti finalmente in cucina per la colazione, per carità non pensate mica che l’acqua che utilizzate per farvi il caffè sia gratis. Sì, certo, pagate la bolletta al gestore locale. Ma pensate forse che basti? E chi copre i buchi di acquedotti dispersi per l’Italia, e il rosso di bilancio delle società municipalizzate?

Babbo Natale? Macché, le nostre Irpef (oggi si dovrebbero chiamare Ire). La prima sigaretta della mattina, e quelle che seguono, fruttano alle casse dello Stato ogni anno più di 10 miliardi di euro. Poco meno delle schedine del Totocalcio che avete in tasca, o della ricevuta del Lotto. Ma qua siamo nel campo dei godimenti.

Se siete stati così furbi da esservi fatti installare un pannello solare per la doccia, allora le cose cambiano: da contribuenti diventate, in minima parte, parassiti. A spese di coloro che non hanno il pannello avete rosicchiato qualche imposta della collettività a vostro favore. In 10 anni sarete in grado di ripagarvi il costo del pannello e per i restanti anni di vita del pannello (10, forse) la vostra elettricità sarà gratis: sono i contribuenti a finanziare questo vostro lusso ecologico.

Cerchiamo di essere più chiari. Lo Stato spende 600 milioni di euro per incentivare il fotovoltaico, che altrimenti sarebbe totalmente diseconomico anche se eco-chic. I 600 milioni li recupera da una tariffa più o meno nascosta che è presente in tutte le bollette dell’energia elettrica. Ergo, chi ha un pannello se lo fa pagare da chi non lo ha.

Ma il gioco non è a somma zero. In mezzo i produttori di celle fotovoltaiche: cioè spagnoli, tedeschi e cinesi. Dunque il nostro lusso ecologico lo paghiamo con le bollette e l’utile se lo portano a casa altri Paesi e in piccola parte chi ha il pannello sul soffitto. Idea illuminante. Dopo la lettura dei giornali, ascoltata radio e tv, colazione e doccia, nell’ordine che preferite, si esce. Finalmente.

A questo punto ci sono due alternative fondamentali. L’auto: da sola procura allo Stato un quinto delle sue entrate totali. Se non ci fosse, Tremonti se la dovrebbe inventare. Tra bollo, pedaggio, Iva, tasse provinciali, assicurazioni, accise sui carburanti e balzelli vari, procura al nostro famelico fisco più di 80 miliardi l’anno.

Ma non pensate di liberarvi dal giogo tributario optando per un mezzo pubblico e il coseguente ridotto pagamento del biglietto. Pia illusione. Alzi la mano (forse ce ne sarà qualcuno) l’amministratore di trasporti che non chieda al proprio azionista pubblico quattrini per pareggiare le perdite di esercizio e pagare gli investimenti.

Acqua, trasporti pubblici e rifiuti sono servizi locali che si pagano due volte: una prima con la tariffa in bolletta, con la tassa sui rifiuti o con il biglietto. E una seconda volta contribuendo a ripianare i bilanci in rosso delle società locali che gestiscono detti servizi. Un sistema fantastico per non farci capire quanto costi effettivamente un servizio: riteniamo di cavarcela a buon mercato con la tariffa, ma si tratta solo di un acconto.

Prima di entrare al lavoro, lasciate il vostro pargolo all’università. E questa volta ritenete, con quello che sborsate di retta, di non dover dire grazie a nessuno. Sbagliate: se non ci fossero le tasse vostro figlio non combinerebbe un fico secco. La retta copre circa un ottavo di quanto effettivamente costi uno studente universitario. Ciò vuol dire che i restanti sette ottavi sono a carico della collettività. Il paradosso regressivo è che i pochi laureati (rispetto alla popolazione italiana) si sono fatti pagare l’università da coloro che non l’hanno fatta. Bel risultato davvero.

Ma insomma, finalmente arrivate sul vostro posto di lavoro. Inizia il bello, per lo Stato si intende. Sapete benissimo, l’abbiamo scritto ieri con una bella ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, che fino a metà agosto (calcolando anche i contributi sociali) siete in prigione. Infatti lavorate per lo Stato e non per voi.

La tassazione è talmente alta che è necessario non farla vedere al diretto interessato: meglio che a fare i prelievi sia il datore di lavoro e non già il lavoratore. Se no immaginate che rivoluzione andare dall’esattore ogni mese a consegnare più di mille euro ogni mille guadagnati. Il lavoro è la vera gabbia: con imposte che superano di gran lunga metà del vostro reddito netto.

Una giornata da inferno fiscale, in cui si capisce bene perché sia necessaria una rivoluzione fiscale e non già una semplice manovrina.

Nicola Porro, Il Giornale 10 gennaio 2010

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