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“Io, Santoro, Fazio e quel dramma in famiglia”

“Io, Santoro, Fazio e quel dramma in famiglia”

Nicola, sei sulla cresta dell’onda! «(Ride) Non posso rilasciare interviste, Luca». Che fai, adesso, te la tiri anche con me? «Voglio essere chiaro, soprattutto con un amico: non dico più nemmeno una parola su RaiVirus o Campo Dall’Orto!». Perché ci hai già litigato troppo? «(Tono sospettoso) Luca, ti ho detto che non parlo di Rai! Non fregheresti un amico, no? Sono un aziendalista». Sì, ma so bene che tu al mio posto lo faresti, quindi… «(Risata crassa) Sono indignato, ma hai ragione. Possiamo parlare di tutto, tranne che del programma. Quello che dovevo dire l’ho già detto. Ogni altra parola è superflua».

Per lunghi anni, Nicola Porro e io siamo andati In Onda insieme su La7. Un programma a due è come un fidanzamento: o ti sposi o ti separi (e vuoi gli alimenti). Noi incredibilmente andavamo d’accordo. Avevamo un compito che ci riusciva benissimo: lui raccontava le cose partendo da un punto di vista “di destra”, io da un punto di vista “di sinistra”. Il massimo della differenza e il massimo della sintonia, nel rispetto della diversità. Ho capito allora che Nicola è un liberale vero. La gente ci ferma, ancora oggi: “Come facevate a sostenere sempre due cose opposte? Era tutto scritto?”. Veniva naturale: una volta partiva lui, una volta io – a braccio – e l’altro era obbligato a variare all’impronta. Un ospite lo invitavo io e uno lui, un servizio lo immaginavo io, uno lui. Poi Nicola ha creato Virus su Raidue: per una strana follia, proprio nell’anno dei suoi record, lo chiudono. L’ultima puntata ha superato il 6%.

Cosa farai? 
«Combatto per portare sempre in scena, spero alla Rai, l’idea più sbagliata e metterla a confronto con quella dominante. Il contagio delle idee è un valore».

Ti offrono, un programma, domenica pomeriggio, accetterai? 
«No comment».

L’unico talk “di destra”: una condanna o una fortuna?
«In un paese in cui in tutti i salotti definirsi di sinistra sembra un certificato di cittadinanza, pena l’indegnità, sono contento di essere bollato “di destra”».

Tu cosa sei?
«Un liberale. Punto».

Cosa significa, questo, nella tua tv?
«Raccontare gli invisibili, chi non ha successo».

Ovvero? 
«Le persone inutili per i salotti di oggi, che – per dire – non sono à la page per Fazio, non hanno il faccione».

Quali sono i “salotti di oggi”? 
«Un tempo erano Mediobanca e le sorelle Crespi. Oggi, per trovare un simbolo, sono due locali radical chic di Roma, sono Settembrini e il Salotto 42».

Quartiere Mazzini: produttori, sceneggiatori e del cinema, e in centro.
«Due piccoli templi del pensiero dominante. Ovvero di ciò che le persone fiche, le persone giuste pensano».

Non è da te inveire!
«Giornalisti e i politici, spesso prigionieri nel circuito del potere, hanno un fortissimo rischio di allontanarsi dalla realtà. La confondono con quel che si dice al Settembrini e al Salotto 42».

Avevi un nonno liberale!
«Nicola come me, cognome Melodia, è stato vice-presidente del Senato. Ma non l’ho mai conosciuto. La mia famiglia era di destra, vagamente nostalgica, papà votava Msi».

So che con Vendola avete ricordato le sorelle Porro.
«Agrarie, zitelle e incolpevoli. Ma sorelle e zie di fascistissimi Porro pugliesi».

Vennero trucidate nel 1945, siamo dalle parti di Pansa. 
«Furono linciate, stuprate e lasciate nude sulla pubblica piazza di Andria. Io Il sangue dei vinti ce l’ho nelle vene».

Eppure nel dna non hai l’odio.
«Mio padre Maurizio e mia madre Lucilla non mi ha trasmesso nulla di tutto questo: non una parola di rancore. Era come se tutti in famiglia avessero accettato la fatalità brutale della guerra civile».

Come faceva a non odiare? 
«Lui fu mandato in Svizzera a studiare: parla il tedesco meglio dell’italiano. Mai avuto una tradizione orale di quel dramma».

Pazzesco.
«Dopo, con i rapimenti degli anni ’70 in casa mia giravano armi. In campagna papà dormiva con la 38 special sopra la sponda del letto. Sapevo, ma non ne parlavamo».

E il Pli? 
«Sono del 1969. Rimasi folgorato dalla lettura di un saggio di Antonio Martino che mi aveva prestato il mio amico Antonio De Filippi fratello di Giuseppe».

E i cugini radicali, il fascinoso Pannella? 
«Zecche: non potevo proprio tollerare di essere chiamato da qualcuno “compagno”».

E gli odiati cugini repubblicani? Più a sinistra di voi.
«Macché di sinistra! Ho conosciuto Oscar Giannino con i capelli, senza bastone e senza ghette. Ma era più padronale di me. Mi sono convinto a votarlo quando ho scoperto la storia della sua finta laurea: è indecoroso il linciaggio che ha subito».

Politica all’università? 
«Capisco cos’è il conflitto perché vengo menato sia dai fascisti che dai comunisti».

Spiegami un motivo di rissa.
«Quando giravo per i corridoi di economia spiegando: “Le tasse universitarie devono essere più alte!”».

Facevano bene a menarti.
«È un principio di equità. I dieci delle classi sociali più ricche che si laureano, hanno un futuro. È giusto che se lo paghino. Chi non ha soldi viene finanziato con una borsa di studio. Chi perde tempo paghi».

E dopo la laurea? 
«Mi chiama Ferrara che apre il Foglio, ci incontriamo al Radetzky. e poi la prima, unica e provvidenziale raccomandazione della mia vita: Paolo del Debbio chiama Carlo Maria Lomartire e gli chiede di trovarmi un lavoretto a Rete Quattro».

E che fai? 
«Mi devo svegliare alle cinque di mattina per una rassegna stampa. Con una Yahamaha Teneré 600 fichissima. Compravo i giornali e li portavo in redazione».

Ma torni anche sulla carta stampata.
«Ferrara e il grande Sergio Zuncheddu, editore de Il Foglio, mi offrono di fare una pagina finanziaria del quotidiano. Dura un anno. Un giorno Giuliano, quasi serafico mi fa: “Da domani non esci più”. Ho metabolizzato in quel momento la flessibilità. Svengo. Però poco dopo mi assume al Foglio».

Poi torni all’economia.
«Nel 2000 mi chiama Paolo Panerai e con Giuseppe De Filippi fondiamo Class Financial Network. Copiando spudoratamente Cnbc».

E poi? 
«Il buon risultato mi procura la chiamata di Belpietro. Pensa: non l’avevo mai visto. Nel 2003 mi dice: “Vuoi venire a fare il capo dell’economia a Il Giornale?”».

E tu? 
«Mi pare incredibile: la prima volta che mi vede mi assume».

Il passaggio a La7? 
«Ero in vacanza a Stromboli. Gianni Stella, detto “Er canaro”, una leggenda, si presentò in elicottero!».

E tu? 
«Andai a prenderlo con l’Ape. Mi disse all’orecchio quando mi volevano dare a puntata. Capii male. Temevo pochissimo. Ero imbronciato. E così lui, davanti a mia moglie: “Sai quante donne rimorchi con la tv!”».

E Allegra? 
«Donna di classe infinita: “Allora Nicola accetta!”».

Te ne vai a Raidue litigando con Cairo per una sciocchezza. 
«Malamente, insulti. Subito dopo diventiamo amici. Questo ti dice la grandezza dell’uomo».

E il passaggio alla Rai?
«Ho avuto libertà straordinaria. In poche settimane mettiamo su un programma di prima serata partito il 3 luglio. Se si muove la macchina di viale Mazzini non ce n’è per nessuno».

Non hai citato Feltri.  
«Solo perché ora è direttore. Per me è un maestro. Ha una dote rara: rendere semplici le cose complesse. Quando inizio a scrivere me lo vedo davanti come Obi Wan Kenobi che me lo ripete. È difficile semplificare senza banalizzare».

Altro maestro? 
«Non ci crederai: Santoro. Nei suoi programmi, dove si andava a combattere, sono diventato “il berlusconiano dal volto umano”».

E il tuo amore-odio con Freccero? 
«Ripete sempre che sono bravissimo nella carta stampata, che vesto bene, e che passo tutti i miei week a Saint Tropez».

La terza cosa è quasi vera.  
«Ho conquistato tutto da solo non ho motivo di vergognarmi».

Non sei cool, Nicola.  
«A vent’anni andavo al Piper la sera, e il giorno litigavo con i compagni».

E quindi? 
«Per fare il giornalista non devi essere malvestito, ma con la giacca di Armani stropicciata, avere la barba incolta, e una multiproprietà in Puglia. Capisco, però, che aiuta molto».

Luca Telese, Libero 24 maggio 2016

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