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Un Codice antimafia così liberticida è degno del Venezuela

Un Codice antimafia così liberticida è degno del Venezuela

Il Partito democratico ha fatto approvare forse la peggiore legge di questa legislatura. È un peccato che il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che in passato aveva dato segni di equilibrio garantista, si sia detto soddisfatto.

Si chiama, pomposamente, codice antimafia. All’interno ha anche misure tecniche utili. Ma è come un buon vino passato per l’anello dei Borgia: è avvelenato. Una goccia uccide tutto. È l’«equo canone» della giustizia, una norma paurosa. Andiamo al dunque.

Gli indiziati di alcuni reati di corruzione, di truffa aggravata e persino di stalking violento saranno equiparati ai sospetti mafiosi. Grazie a ciò sono previste durissime misure preventive personali e di sequestro del patrimonio senza che ci sia alcuna sentenza.

Non è esagerato dire che si tratti della fine dello stato di diritto. È chiaro ed evidente che un corrotto e un pericoloso stalker debbano finire in galera e pagare per i reati commessi. Ma immaginare che ciò avvenga prima della sentenza di primo grado è da Venezuela di Maduro.

I garantisti pensano che sia meglio un colpevole fuori dalla gattabuia che un innocente dentro. Con il nuovo codice si va oltre. Si fornisce un kalashnikov armato ai magistrati dell’accusa e si dice loro: sparate, che qualche delinquente nel mucchio lo trovate.

È incredibile come non si riesca a trovare un bilanciamento tra la certezza della pena (che spesso non c’è per la lungaggine dei processi e per le ostruzioni che gli avvocati riescono a scovare) e la tutela dei diritti degli imputati. Non è un caso se spesso la magistratura ha provato ad estendere l’aggravante mafiosa.

L’ultimo caso è quello di Mafia Capitale, che è stata poi giudicata un verminaio, ma non mafioso. Prima ancora il caso Scaglia, in cui proprio mercoledì sono arrivate le assoluzioni anche in Appello ma che, grazie all’estensione dell’aggravante mafiosa, permise sequestri di patrimoni e incarcerazioni nei confronti di chi poi si rivelò non solo estraneo alla mafia, ma anche innocente.

Renato Brunetta ha parlato di panpenalismo a proposito. D’Ambruoso ha cercato con un ordine del giorno di mettere un occhio sulla prossima applicazione della legge.

Resta un disastro per uno stato di diritto, in cui le nostre libertà sono affidate totalmente e senza garanzie ad una parte del processo: l’accusa.

Che ci può ridurre schiavi (senza libertà, senza quattrini) prima dello svolgimento di un regolare processo, in ossequio ad una rivoluzione culturale per cui sono tutti colpevoli fino a prova contraria

Nicola Porro, Il Giornale, 29 settembre 2017

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1 Commento

  1. Hai ragione, è la fine dello Stato di diritto. Purtroppo la destra liberale non è mai riuscita a trasmettere i veri principi dello Stato di diritto.

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