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5 considerazioni sulla guerra di Trump contro Huawei

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Un grande del pensiero liberale, Frederic Bastiat, scriveva alla fine dell’800, che «laddove non passano le merci, passeranno le armi». La sua idea è che il protezionismo è il primo passo per le guerre. E la storia gli ha purtroppo dato ragione. Oggi siamo più riluttanti ad imbracciare il moschetto, eppure il legame tra protezionismo e guerra sembra essere ancora più forte. Quella di Donald Trump è una vera e propria guerra. L’ultima battaglia è sulla frontiera Huawei. Il colosso delle telecomunicazioni cinese che fattura più di 100 miliardi di euro, di cui poco meno di un terzo in Europa ed Africa, e che è tra i leader mondiali (insieme ad un’altra società cinese e cioè Zte) nella tecnologia 5g, prossimo gradino della telefonia cellulare.

Questa volta la battaglia è piuttosto rischiosa. Indipendentemente da come la si pensi e al di fuori di ogni considerazione di merito. Ed è una partita che si gioca anche a casa nostra, in Europa. Vediamo perché.

1. Gli americani hanno sostanzialmente ottenuto da Google, il monopolista di fatto delle ricerche in rete, di smettere di fornire ai telefonini di Huawei il loro sistema operativo Android. Se il divieto dovesse essere portato fino in fondo sarebbe un vero smacco per la crescita del gigante cinese. I suoi concorrenti sudcoreani di Samsung (che hanno appena lanciato un telefono flop e i cui risultati in Europa sono sotto scacco proprio per l’arrivo dei cinesi) ne trarrebbero un immediato beneficio. Difficile che Apple, dato il suo profilo, possa aumentare granchè la sua penetrazione di mercato. Ma ci sarebbe una conseguenza inintezionale micidiale: i cinesi, e già lo stanno facendo, potrebbero lanciare un loro sistema operativo originale.

2. Fare concorrenza a Google non è affatto semplice. Microsoft, che è un gigante, e ha saputo reinventarsi più volte, non è riuscita. Blackberry è dovuta soccombere. In fondo solo Apple con il suo iOs ha resistito, ma solo in una ricca e isolata nicchia proprietaria. Insomma sostituire Android non è semplice. Per di più, il sistema operativo di un cellulare, ancor più che di un computer, è legato alle applicazioni sviluppate grazie ad esso. È una questione di grandi investimenti e di anni. Che in questo campo sono secoli. Ma i cinesi hanno dimostrato di saperci fare e di avere una proverbiale pazienza.

3. Proprio Huawei è diventato il principale fornitore mondiale di tecnologia 5G. Circa il 28% del mercato dell’hardware delle telecomunicazioni è suo. Contro il 17% di Nokia e il 13,4% di Ericson. E il motivo è semplice: hanno speso nel 2017 la bellezza di 13 miliardi di euro in ricerca e sviluppo: una somma mostruosa, a cui non arrivano i suoi due concorrenti sommati insieme. Huawei dispone di 1529 brevetti nel 5G, alcuni esclusivi. Davvero gli americani e Google vogliono sfidarli anche sui sistemi operativi? Non sarebbe meglio la divisione del lavoro degli spilli di Adam Smith per cui ognuno si prende la sua fetta di fatturato?

4. Il Wall Street Journal, non esattamente un quotidiano antiamericano, ha calcolato che per sostituire davvero Huavei sulle reti esistenti (4G) in America, un operatore locale dovrebbe spendere la bellezza di 5mila dollari per abbonato, 50 milioni per diecimila abbonati e dovrebbe impiegare anni.

5. Ieri ho partecipato a Roma alla presentazione di Zte, altrettanto forte sulla nuova tecnologia 5G, che ha aperto i suoi uffici al pubblico per mostrare (ovviamente nel dettaglio soltanto a istituzioni e clienti) il codice sorgente (cioè il cuore) della sua rete in 5G. Insomma i cinesi vogliono vincere le gare, fare affari, cioè competere sul mercato con trasparenza, più che dare la sensazione anche remota di volerci spiare.

La morale è che la battaglia rischia di essere vinta dagli americani, ma la guerra tecnologica rischiamo di perderla per sempre. Parag Khanna nel suo secolo asiatico, ci ha detto che la partita con l’Asia è ormai chiusa, a loro favore. Se pensiamo di giocarla in questo modo, probabilmente il declino occidentale, ci sarà davvero. Qualcuno davvero pensa che la sfida del futuro sulla tecnologia, sulla conoscenza, si possa davvero basare sulla chiusura dei rubinetti di Google in Cina? Stiamo comprando tempo, ma per fare cosa?

Nicola Porro, Il Giornale 22 maggio 2019