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Da un’emergenza all’altra: i danni del dogmatismo, negazione del pensiero liberale

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La nostra società sta passando da una emergenza all’altra (la crisi economica, la pandemia, la guerra in Ucraina), e ad ogni emergenza sembra sempre di più prendere piede un modo di ragionare e di argomentare a favore delle proprie tesi, che parte dagli opinionisti dei mass media e dagli uomini di cultura, si diffonde nell’opinione pubblica ed ispira l’azione degli uomini di governo, che è l’esatto contrario, anzi è la negazione del modo di ragionare liberale.

Anche se oggi si è soliti identificare il liberalismo con determinati contenuti ed obiettivi civili e politici (diversi a seconda delle impostazioni, che vanno da quella di tipo sociale dei liberal anglosassoni, a quella liberista e quasi anarchica dei libertari, ecc.), non si dovrebbe mai dimenticare che esso è sempre stato essenzialmente un modo di porsi nei confronti dei problemi e delle diverse posizioni in conflitto, che si basa su un metodo di ragionamento empirico e graduato nelle sue conclusioni. Un metodo che parte dalla consapevolezza, basata sull’esperienza a livello individuale e sulla conoscenza della storia a livello collettivo, che i valori (anche i più alti) non sono come delle specie di teoremi da applicare meccanicamente alla realtà, ma piuttosto sono delle guide che, unitamente alla valutazione dei fatti e alla loro interpretazione, consentono di suggerire il modo con il quale rapportarsi ad una determinata situazione, cioè ad esempio (nel contesto attuale) ad una determinata “emergenza”.

Raramente si troverà in un pensatore liberale qualche concetto assoluto, dato che ogni argomentazione liberale conduce sempre ad affermazioni condizionate, limitate nella loro validità e nella loro portata, sempre da verificare con riferimento alle situazioni concrete e sempre da ridefinire in relazione al mutare di queste ultime. Ad esempio, Adam Smith (1723-1790) filosofo della morale prima che studioso di economia, certamente sosteneva il valore fondamentale della libertà dell’iniziativa economica privata e si opponeva alle restrizioni stabilite dal potere pubblico, ma avvertiva il lettore contro i pericoli dello sfruttamento dei lavoratori e contro “l’alienazione” che l’assolutizzazione dell’economia capitalistica avrebbe potuto creare: tutti concetti che Karl Marx (1818-1883) assolutizzò in senso contrario aprendo la via alle degenerazioni comuniste. Lo stesso Smith sosteneva inoltre le necessità di un’educazione scolastica a spese pubbliche ed era disponibile ad approvare le iniziative statali in economia qualora esse si dimostrassero concretamente idonee a promuovere la libertà individuale.

John Stuart Mill (1806-1873), avendo davanti agli occhi (a differenza di Smith) i pregi e difetti di un secolo di industrializzazione in Gran Bretagna e in parte nel continente europeo, proponeva con spirito empirico tutta una serie di interventi che il potere pubblico avrebbe dovuto svolgere per mantenere in equilibrio la società e promuovere al meglio il benessere e la libertà individuale, considerando quest’ultima (in campo economico e civile) non come un dogma intangibile che sta a monte di ogni discorso, ma come un obiettivo empirico da realizzare nelle diverse situazioni concrete, dove operano uomini imperfetti (tanto i governanti quanto i governati), sia tramite l’azione dei singoli sia tramite quella del potere pubblico.

Ancora più significativo è l’esempio di Edmud Burke (1729-1797), il cui pensiero è costituito da una somma di riflessioni empiriche, motivate dall’applicazione a situazioni diverse degli stessi principi, quelli basati sulla tutela dei diritti individuali tradizionali e sulle regole dell’esercizio limitato (ma non azzerato) del potere pubblico. Irlandese, di religione anglicana, si battè per l’emancipazione dei cattolici; sostenne a spada tratta i diritti dei coloni americani e criticò aspramente le politica del governo britannico che giudicò lesiva di tali diritti, finendo per approvare la rivoluzione che diede vita agli Stati Uniti. Fu viceversa ferocemente critico verso la rivoluzione francese, della quale con grande acume politico e civile intuì da subito, già prima del Terrore, la portata totalitaria e previde le probabili degenerazioni, ciò in un’epoca in cui le due rivoluzioni, americana e francese, sembravano procedere di pari passo e in apparenza basarsi sugli stessi principi.

Gli esempi fatti ci parlano di un modo di ragionare che oggi è in via di estinzione: non solo i “tweet” i “post” e tutte forme di comunicazione che oggi vanno per la maggiore lasciano poco spazio alle valutazioni empiriche e graduate della realtà civile e politica, ma gli stessi interventi più approfonditi, gli articoli di fondo dei giornali, e gli stessi saggi accademici, raramente soppesano gli argomenti e valutano i pro e i contro di una decisione politica, di una regola giuridica, di un fenomeno sociale ecc.

Salvo rare e lodevoli eccezioni, sembra che qualunque ragionamento oggi non sia diretto a confrontarsi con quelli altrui al fine di giungere o ad un accordo o almeno ad una più chiara comprensione delle posizioni reciproche, ma piuttosto a quello di “zittire” chi la pensa diversamente, in un gioco che è sempre “a somma zero” (io vinco tu perdi) nel quale le conclusioni sono già preordinate in precedenza e devono solo scontrarsi per dimostrare quale sia la più forte. Il ragionamento liberale invece ha il suo grande pregio nel non essere un gioco a somma zero e nel produrre risultati maggiori delle sue premesse, il che deriva dall’affinamento e dallo sviluppo che le idee di ciascuno ottengono tramite il confronto con quelle opposte.

Non necessariamente, anzi quasi mai, si giunge ad un accordo pieno in seguito ad un tipo di confronto di questo genere, ma praticamente sempre se si segue questa strada (la strada del rifiuto dei dogmi e dei preconcetti e della conoscenza delle ragioni reciproche) si arriva non solo a rispettare chi la pensa diversamente (il che già di per sé non è poco), ma cosa ancora più importante si arriva spesso a precisare e a meglio comprendere le ragioni del reciproco dissenso, che possono essere rappresentate da diverse interpretazioni dei fatti, dal fare riferimento a diversi valori, o anche solo dall’adattare gli stessi valori in maniera differente rispetto alle condizioni concrete. Naturalmente, come dimostrano anche gli esempi dei pensatori citati, l’accusa di incoerenza da parte di chi si crogiola (mi si permetta l’espressione) nei suoi dogmi è inevitabile, particolarmente in una società che, dal punto di culturale, sembra vivere su una separazione manichea tra bene (le proprie tesi) e male (quelle altrui).

Così, di incoerenza o addirittura di essere sempre contrari a prescindere, in quanto invasati da un spirito a metà tra populismo e opportunismo, sono stati accusati molti di coloro che ieri criticavano gli obblighi vaccinali, ieri l’altro il rigore economico in nome del liberismo “tecnocratico” ed oggi non appoggiano le tesi della lotta a tutti costi al “tiranno” russo. Magari non tutti, ma certo molti di loro non erano tanto contrari alle modalità con le quali i governi degli ultimi dieci anni hanno affrontato le emergenze che si sono succedute, quanto allo spirito dogmatico con il quale ciò è stato fatto, uno spirito dogmatico che si sta rivelando sempre più la causa che spinge il nostro Paese verso una situazione di povertà e di declino, anche civile e democratico di tipo sudamericano.

Est modus in rebus (c’è una misura nelle cose): la frase di Orazio, divenuta proverbiale, condensa in sé il principio del senso comune, teorizzato da un altro pensatore britannico, Thomas Reid (1710-1796), senso comune sul quale si deve basare l’argomentazione di tipo liberale. Molti di coloro che si sono opposti alle decisioni sanitarie del governo nella gestione dell’epidemia erano favorevoli alle vaccinazioni, e molti anche all’obbligatorietà di esse, ma sino ad un certo punto: ad esempio solo oltre una certa età e/o per determinate categorie professionali. Perché la loro posizione (la si condividesse o meno) è stata definita no-vax e bollata come il male assoluto?

Molti di coloro che qualche anno fa criticarono la politica dei tagli e delle privatizzazioni ispirata (ma si dovrebbe dire dettata) dall’Unione europea erano favorevoli e riconoscevano il ruolo fondamentale della libertà di impresa, ma temevano che il ritiro “unilaterale” dei soggetti pubblici dal panorama economico italiano unito al taglio dei servizi avrebbe penalizzato più che avvantaggiato (cosa drammaticamente verificatasi) le vere protagoniste della vita imprenditoriale nel nostro Paese, le piccole e medie imprese, troppe delle quali sono state espulse dal mercato a causa della concorrenza delle grandi compagnie industriali e finanziarie, italiane (poche) e internazionali (molte), che hanno di fatto acquisito, talora a prezzi decisamente “stracciati” le attività già pubbliche. Perché costoro vennero definiti retrogradi se non stalinisti?

La nuova emergenza è ancora più drammatica, e a maggior ragione meriterebbe di essere esaminata con un approccio di tipo liberale, cioè empirico e graduato. Si condivida o no la loro posizione, molti condannano senza se e senza ma l’invasione russa, ma ritengono anche che le popolazioni russe dell’Ucraina abbiano il diritto di scegliere di quale stato debbano fare parte i territori sui quali vivono. Molti inorridiscono davanti alle vittime del conflitto (soprattutto quelle civili, soprattutto le più indifese), ma non si sentono di affermare oltre ogni ragionevole dubbio che le violazioni delle regole del diritto di guerra stiano tutte da una parte sola. Molti concordano pienamente sul fatto che i governanti russi sono degli autocrati senza scrupoli che, in politica interna come in politica estera, agiscono in base a principi inaccettabili per i Paesi occidentali, ma non si spingono sino a dipingerli come dei pazzoidi che si divertono a conquistare il mondo.

Si condividano o no le loro posizioni, perché definire queste persone “servi di Putin”? Le decisioni devono essere prese dai governanti legittimati a prenderle, ma il compito degli opinionisti, degli analisti, degli studiosi, di tutti coloro che discutono sui temi di interesse pubblico è quello di arricchire il dibattito con un confronto aperto portato avanti “per amore di verità” (for the sake of heaven, per amore del paradiso, come dicono alcuni di coloro che si definiscono “liberali classici”), un confronto dove le eventuali contrapposizioni si rendano evidenti mostrandosi in maniera esplicita per quello che sono, o come divergenze sull’interpretazione dei fatti o come divergenze sull’adattamento dei valori alla realtà concreta, evitando quella confusione tra i primi e i secondi che rappresenta la violazione della legge sul ragionamento corretto che porta il nome di un altro grande pensatore liberale, David Hume (1711-1776).

Le contrapposizioni dogmatiche e la confusione (spesso addirittura voluta ad arte) tra fatti e valori hanno prodotti molti danni nella gestione delle ultime emergenze, in quanto hanno rappresentato il terreno fertile sul quale sono nate e si sono sviluppare molte scelte sbagliate (perché eccessivamente dogmatiche) del potere pubblico, e il continuare su questa strada potrebbe portare ad ulteriori gravi conseguenze per i cittadini italiani.