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Il rapporto tra sicurezza e libertà: una sfida liberale alla nuova passione per i totalitarismi

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La situazione di emergenza che il nostro Paese si sta trovando ad affrontare in questi mesi, con il dilagare di un’epidemia che mette a dura prova la capacità di reazione delle nostre istituzioni pubbliche, può essere oggetto di una riflessione molto profonda da un punto di vista liberale. Non voglio entrare nel merito delle singole misure messe in atto dal governo, semplicemente credo che, quando si arriva al punto di dover essere in grado di certificare i propri buoni motivi per uscire di casa, a qualsiasi uomo che si ritiene libero scappino due domande: quanta libertà sono disposto a rinunciare perché lo Stato mi “tuteli”? Fino a che punto l’azione dello Stato può espandersi anche in caso di emergenza?

Si tratta, a prescindere dalla situazione attuale, di uno spunto per una riflessione interessante sul rapporto tra sicurezza e libertà, ed è importante cogliere questi spunti perché il dibattito politico non si basi solo sui numeri o peggio sulle logiche di parte.

Quando da un lato la paura cresce e l’epidemia imperversa e dall’altro la lista delle “azioni proibite” da parte dello Stato cresce in lunghezza è inevitabile che un uomo libero si ponga una domanda: libertà e sicurezza sono sempre compatibili? Un grande pensatore liberale della Scuola austriaca, Friedrich Von Hayek, sembra venirci in aiuto introducendo una distinzione tra “sicurezza limitata” e “sicurezza assoluta”. Hayek, che affronta questa tematica in una delle sue opere più famose, “La via della schiavitù”, intende come “sicurezza” soprattutto quella economica, ma le sue affermazioni risultano assennate e intelligenti in qualsiasi contesto di “insicurezza”, sia esso dovuto a una crisi economica o a una pandemia come quella che stiamo vivendo. Un certo grado di sicurezza, secondo Hayek, è indispensabile per la libertà: basti pensare come l’assenza totale di sicurezza economica possa rendere una persona più debole “dipendente” da qualcuno, oppure come la mancanza totale di sicurezza ad esempio in ambito sanitario (il tema che più ci tocca in questi giorni) porti a un panico generalizzato da un lato, al degenerare delle situazioni di malattia e quindi alla morte dei più deboli dall’altro. L’idea di sicurezza però, come sostiene Hayek, è vaga, ambigua, è interpretabile in un numero fin troppo grande di modi, tanto che “il consenso generalmente attribuito alla domanda di sicurezza potrebbe diventare un pericolo per la stessa libertà”. Ecco allora che diventa necessaria la distinzione tra sicurezza limitata sicurezza assoluta

È assolutamente legittimo che il cittadino, nella sua qualità di taxpayer, si aspetti un comportamento efficace e adeguato delle istituzioni nella gestione di situazioni di crisi, come ora è quella del coronavirus, che possono scuotere profondamente la sua vita e la sua libertà oltre che quelle dei suoi cari. Il rischio da cui un liberale però deve sempre mettere in guardia è quello che si passi il labile confine tra “tutela” e “coercizione”: troppe volte la storia ha insegnato che quando lo Stato, anche a volte con giustificazioni apparentemente molto nobili, si è preso dei poteri di tutela a carattere temporaneo non solo si è poi rifiutato, una volta finita l’emergenza, di rimettere quei poteri, ma ha continuato a implementarli nel tempo. Questo comportamento si verifica per ogni aspetto che riguardi il rapporto tra cittadino e Stato: le aree di competenza dell’ente pubblico nella storia hanno quasi sempre avuto una tendenza ad aumentare, diventata esponenziale con l’avvento delle economie pianificate e delle teorie keynesiane nel XX secolo. Anche oggi, nella situazione di gravità in cui ci troviamo, assistiamo a quotidiani e spesso ingiustificati tentativi dello Stato di allargare i propri tentacoli e aumentare le proprie competenze: una delle prime avvisaglie l’abbiamo avuta agli albori del contagio quando, dopo i disordini all’ospedale di Codogno, Conte e alcuni suoi sfegatati fan hanno messo in discussione l’opportunità delle autonomie regionali, sostenendo che la materia sanitaria dovesse tornare di competenza dello Stato centrale. La questione delle autonomie in sé non richiede una visione univoca da parte del mondo liberale, ma i modi in cui la questione era stata posta, cioè come la “necessità che lo Stato si riprenda le sue competenze” confermano quella tendenza espansiva a cui accennavo prima. Il coronavirus fornirà allo Stato centrale la scusa perfetta per giustificare l’allargamento permanente delle sue sfere di influenza, se in Italia l’opinione pubblica non sarà in grado di farsi sentire e cambiare modo di vedere le cose.

In un Paese che avrebbe bisogno come il pane di un’economia libera dai lacci statali si è innescata invece nell’opinione pubblica una pericolosa spinta regressiva, che va dalle richieste più assurde di intervento dello Stato in ambito economico agli sciagurati elogi del “modello Cina” dipinto come un “successo”, mentre in realtà parliamo di un Paese sotto una dittatura subdola capace soltanto di vendersi bene all’estero. C’è un ritorno alla passione totalitaria, una richiesta di “sicurezza assoluta” che non ha niente a che fare con la legittima richiesta dei taxpayer di limitare, ad esempio, l’immigrazione clandestina perché pesante per il sistema di welfare e origine di scontri sociali nelle zone più disagiate. Questa passione totalitaria è la passione per lo Stato, per l’economia pianificata e per la struttura “efficiente” che apparentemente ben si incarnano nel “modello cinese”, modello che, come tutti i precedenti modelli socialisti e comunisti, la storia ha già condannato.

Ma come è possibile allora conciliare libertà e sicurezza? Quale è la pars construens di questo articolo, dopo una così lunga pars denstruens?

Anche qui la risposta liberale non è univoca né dovrebbe pretendere di esserlo; ci dovrebbero però essere delle linee guida di fondo, delle caratteristiche peculiari perché un’azione politica contro l’emergenza del coronavirus possa essere efficace senza minare le libertà individuali nel breve e nel lungo termine. In particolare, è interessante la visione proposta da David Burton, Norbert Michel, Parker Sheppard e Paul Winfree, policymakers del think tank conservatore americano The Heritage Foundation, nel loro report “Sound Policy Responses to the Economic Consequences of the Coronavirus”, disponibile sul sito della fondazione Heritage.org, secondo cui ogni azione del governo deve essere: mirata, temporanea e diretta ad aiutare gli sforzi della sanità pubblica. C’è un alto rischio che i governi intraprendano la strada dei micro-interventi a pioggia, finendo per avvantaggiare questa o quella categoria portatrice di voti e senza avere effetti significativi sullo sviluppo. È necessario avere il coraggio di attuare politiche di riduzione significativa dell’intervento statale per lasciare spazio e respiro alle imprese e alle famiglie, che sono i principali attori della crescita economica, mentre lo Stato deve preoccuparsi, per tutto il perdurare dell’emergenza, di esercitare bene le competenze che già ha in materia di sicurezza e sanità. Non so voi, ma al modello cinese continuo a preferire il modello occidentale e pro mercato, e mi dispiacerebbe davvero vederlo crollare per l’isterismo illiberale e paternalista di chi pensa che uno Stato fatto di uomini come gli altri possa fare miracoli di cui, nei fatti, non si è mai dimostrato capace.