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Il razzismo contro i bianchi dei cultori del wokism e della cancel culture

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Tra i tanti complessi di colpa che affliggono l’Occidente in questo disgraziato periodo va senza dubbio annoverato quello del razzismo (o, per essere più precisi, del razzismo “bianco”). Gli Stati Uniti sono ormai preda di un delirio nato, guarda caso, negli atenei e negli istituti di istruzione superiore, che pretende di leggere la storia americana – e occidentale in genere – unicamente in termini razziali.

I cultori del politically correct e della cancel culture stanno compiendo sforzi degni di miglior causa per convincerci che le nostre società non sono affatto “aperte”, come si pensava. Esse risulterebbero invece caratterizzate dal “peccato originale” del razzismo, e va da sé che si tratta di un peccato inespiabile. Possiamo soltanto piangere lacrime amare sul nostro passato ed esaltare senza posa altre civiltà immuni da crimini così nefandi.

Ma esistono davvero, o sono esistite in passato, civiltà simili? La risposta è un chiaro “no” se appena si legge la storia privi degli occhiali di comodo forniti dalla cancel culture.

Prendiamo come esempio l’Africa. Nonostante ciò che affermano molti missionari vicini al cattolicesimo di sinistra, i più grandi schiavisti del Continente Nero non sono stati affatto i cristiani, bensì gli islamici. Furono i mercanti di schiavi arabi a creare e poi ad espandere il fenomeno della schiavitù. Senza scordare che i suddetti mercanti non disdegnavano le razzie sulle coste europee per catturare schiavi cristiani.

Eppure non risulta che le nazioni islamiche siano afflitte dagli stessi complessi di colpa che turbano gli occidentali. Al contrario, rivendicano senza problemi la loro storia – incluso lo schiavismo – perché lo giudicano un segno di potenza espansiva che va piuttosto esaltato.

Inoltre le nazioni cristiane iniziarono ben presto a porre limitazioni al traffico degli schiavi, limitazioni spesso accompagnate da scomuniche papali. Nel mentre i mercanti di schiavi islamici continuavano ad arricchirsi mettendo ai ceppi intere tribù africane. Nel loro caso nessuna autorità civile poneva limiti e nessuna autorità religiosa si sognava di comminare scomuniche. Segno, questo, di una diversa sensibilità umana che dovrebbe far riflettere i tanti rappresentanti del wokismo che siedono in cattedra in America e in Europa.

Mette poi conto notare che negli Usa si sta sempre più diffondendo un razzismo “alla rovescia”, coltivato dai neri ai danni dei bianchi. Come hanno giustamente rilevato parecchi giornali italiani, la grande stampa americana, con il New York Times in testa, enfatizza le violenze dei bianchi ai danni dei neri, ma non vale il contrario. Forse come espiazione del succitato “peccato originale”, si ritiene utile ignorare gli episodi d’intolleranza, e persino i crimini, degli afroamericani ai danni dei bianchi, e portare all’attenzione del grande pubblico soltanto quelli contrari. Lo ha notato, com’è noto, anche Federico Rampini, scrivendo dell’assassinio di un ricercatore italiano presso la Columbia University di New York.

Non pare, per nostra somma sventura, un fenomeno destinato ad esaurirsi in breve tempo, anche se alcuni fatti dovrebbero far riflettere gli intellettuali progressisti. Si pensi per esempio al fatto che le nazioni occidentali stanno facendo il possibile per fronteggiare le ondate di migranti che si riversano sui loro confini. E, in genere, li accolgono pur trattandosi di persone estranee ai valori e alla cultura dell’Occidente.

Nulla di simile accade nelle nazioni islamiche, spesso ricchissime, anche se si tratta di profughi che professano la loro stessa religione e le medesime abitudini di vita. Dobbiamo dunque vergognarci, come spesso ci invita a fare la massima autorità della Chiesa cattolica? A me non pare perché, anche in questo caso, è l’Occidente a impartire lezioni di civiltà ai suoi detrattori e ai loro complici intra moenia.