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La Cancel Culture colpisce anche Dante, via Maometto dall’Inferno: “Uomini siate, e non pecore matte”

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Anche il Sommo Poeta doveva pagare il suo pesante e grottesco tributo all’epurazione di massa della cultura a favore del politicamente corretto, operazione che sta provocando la più grande cancellazione e riscrittura della storia, che non era riuscita nemmeno alle dittature del XX secolo, alle teocrazie medievali o alle oligarchie più feroci di tutti i tempi. E ciò avviene ben sette secoli dopo la presunta morte del poeta fiorentino in un clima di caccia alle streghe (anche questa espressione verrà bandita suppongo), in cui pure le streghe sono ormai esaurite e non sapendo più chi mettere alla berlina, si rivolge la scure della odiosa censura ad abbattere le foreste millenarie del passato per fare tabula rasa di tutta la storia dell’Occidente.

Esiliato in vita, le sue opere vengono censurate oggi, 700 anni dopo, non da un tribunale dell’Inquisizione imbastito da Bernardo Gui, il temibile Torquemada, o dagli accoliti di Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (fondatore del wahabismo saudita) ma da una casa editrice olandese del XXI secolo che ha pensato di eliminare il personaggio di Maometto dall’opera di Dante per un generico “non offendere”. Un atto di genuflessione avvenuto non in epoca di riconquista di Gerusalemme da parte del Saladino, a ridosso della caduta di Damietta o di San Giovanni d’Acri, ma in piena “cancel culture” del XXI secolo, gigantesca operazione globale di rimozione storica che dal punto di vista culturale è peggio dell’invasione degli Hyksos o del sacco di Roma ad opera di Alarico.

L’editore Blossom Books ha deciso di rimuovere il personaggio di Maometto dal Canto XXVIII della Divina Commedia, come riferisce il quotidiano De Standaard. Nella versione originale, il profeta dell’Islam è descritto nell’ottavo cerchio dell’Inferno come un “seminatore di scandalo e scisma”, condannato a vagare con il petto squarciato in due. Mentre il passaggio non è stato completamente rimosso dalla traduzione olandese, il nome di Maometto è stato opportunamente cancellato. L’editore giustifica questa scelta con il desiderio di non offendere, soprattutto i giovani.

“Non volevamo offendere inutilmente. Nel libro di Dante, Maometto è sottoposto a un destino crudele e umiliante solo perché è il fondatore dell’Islam. Con la nostra serie di traduzioni, vogliamo presentare i classici della letteratura in un modo accessibile e divertente per i nuovi lettori, soprattutto quelli più giovani”, ha detto a De Standaard Myrthe Spiteri, direttore di Blossom Books.

Una cancellazione che però non ha lasciato indifferente in Olanda persino la comunità musulmana. In effetti la cancellazione avrebbe voluto anticipare possibili proteste, che tra l’altro non ci sarebbero mai state, dato che il testo è conosciuto dal mondo musulmano da secoli: “L’editore deve correggerlo il più rapidamente possibile”, ha tuonato lo scrittore Abdelkader Benali a De Standaard che teme l’effetto inverso, ovvero che la comunità musulmana venga accusata di aver suggerito la cancellazione, cosa che in effetti non è mai avvenuta per secoli.

Dante non è il primo autore o artista e non sarà l’ultimo a subire la ghigliottina del politicamente corretto. “Dix petits nègres” di Agatha Christie è stato ribattezzato Ils étaient dix in Francia, sempre per non offendere (come ha detto a RTL il pronipote dell’autrice). Diverse voci si sono anche levate in Francia contro il film “Blow Up” del regista Michelangelo Antonioni perché giudicato sessista. Il finale dell’opera Carmen di Georges Bizet perché illustra un femminicidio e la favola di Perrault “La Bella Addormentata nel bosco” perché il principe offre un bacio (non consensuale) alla principessa addormentata. 

Ma l’operazione su Dante appare ancora più vistosa ed aberrante visto che il sommo poeta in vita non si sarebbe mai premurato di risparmiare a papi, personaggi politici e profeti il più orrido inferno. Figuriamoci la pena che avrebbe assegnato ai neo censori della lobotomizzazione socio-culturale. Essi ricordano nel proprio determinismo collettivista di stampo pavloviano il bigotto inglese Abbott: “Più che la Terra, a girare è la testa di questo signore”, disse di Bruno che illustrava la teoria copernicana ad un uditorio di Oxford. Se avessimo ascoltato Abbott e non Bruno e Copernico non avremmo mai potuto inviare un robot su Marte. Stessa cosa vale per arte e poesia, se avessimo sposato il politicamente corretto non avremmo mai avuto il genio di Michelangelo, Leonardo, Van Gogh, ed oggi saremmo una landa desolata popolata di grigi e pallidi burocrati sprovvisti di sangue ed idee.

Dante in effetti come tanti altri geni di tutte le epoche non può essere politicamente corretto, è scorretto fino al midollo. Del genio, in qualunque disciplina sia, ammiriamo l’arte, l’intuizione folle e maledetta, il rompere gli schemi prestabiliti, l’attraversare la monotonia del mondo come una cometa scintillante che s’incendia a contatto con la pesantezza dell’atmosfera terrestre. Il genio è stellare, viene dalle profondità oscure del cosmo, il suo anelito alla bellezza è nell’immediato, la sua visione del mondo non è retta da luminose leggi apollinee ma dalla violenza poetica di Dioniso, il “daimon” che lo abita non conosce altro tempo dell’hic et nunc, la sua temporalità è di questo mondo solo per un tempo fugace perché di solito se ne va presto: chi resisterebbe a lungo in questa gabbia di matti e bigotti inquisitori?

Perciò davanti a tale belante e retrograda spirale che investe il mondo della cultura, dell’arte e della società tutta che oramai appare più come un gregge allo sbando che, avendo perso il lume della ragione, vaghi senza meta inquadrato dal latrato astioso di pochi cani (oligarchie perbeniste), non ci resta che esortare i pochi desti dal plumbeo sonno con le parole dello stesso Dante: “Uomini siate, e non pecore matte”.