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La Cancel Culture entra alla Biennale: facile cancellare, più difficile riempire di nuovi significati

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Per quanto si possa andare indietro nel tempo, l’alba di quella che consideriamo la nostra civiltà non inizia se non poche migliaia di anni fa, a quando risalgono le prime costruzioni, una storia assai breve rispetto all’età geologica della terra, eppure sembra che questo passato ci tenga prigionieri, sì da doversene liberare per procedere oltre. Volendo si può anche ricondurre tutto all’espressione cancel culture, che ha trovato una sua espressione visibile nella distruzione o rimozione delle statue di personaggi celebri, se pur con motivazioni riconducibili alla loro testimonianza fisica della sopraffazione rispetto alle donne, alle etnie di pelle non bianca, alle culture native.

Ne ho trovato una forma radicale nell’intervista della curatrice della biennale d’arte di Venezia, Cecilia Alemani, la quale oltre a enfatizzare la partecipazione di donne all’80 per cento, rappresentative dell’intero mondo, si è spinta a parlare di superamento dell’antropomorfismo rinascimentale, fatto che a un licenziato dal liceo classico è apparsa una forzatura, dato che la frantumazione del soggetto, uomo o ambiente che fosse, è avvenuta assai dopo, mi vien da dire col cubismo; fin qui una battuta che colpisse l’immaginazione del potenziale visitatore, che dovrebbe aspettarsi un campionario di opere comprensibili solo dal titolo scritto nei cartellini di fianco. Ma, in uno spunto proiettato in avanti, ha inneggiato ad un futuro oltre l’umano, che non si è capito bene se così intendesse riferirsi all’avvento di quell’uomo nuovo, miraggio di più di una rivoluzione, ma ora realizzabile con un completo disancoraggio da qualsiasi lascito vissuto come soffocante. Niente di male, neppure di originale perché il linguaggio artistico come quello letterario ha sempre cercato di evolversi, rivendicando un suo imprinting originale, anche quando ciò ha significato fare un salto all’indietro, ritrovando criteri e stili di un tempo precedente, questo è stato appunto, come dice lo stesso nome, il Rinascimento, con al centro il recupero di quello che Leonardo sintetizzò nell’uomo vetruviano, posto al centro del mondo e dell’universo.

Ma, come avviene all’intero passato, fino al linguaggio, che ha costituito fino ad oggi il primo ed essenziale strumento di identità, una volta trasmesso con lo stesso latte dalla madre al figlio, ogni rivoluzione, se vincente, ha svolto la pars destruens, fra l’altro sfruttando l’esserci una struttura sociale da demolire; ma non è quasi mai riuscita a realizzare la pars construens, così com’era stata propagandata dai suoi promotori. Non occorre sfogliare i libri di storia, perché ne abbiamo una verifica nella doppia esperienza nazista e comunista, che fu totalitaria proprio perché intesa a cambiare non solo la struttura istituzionale, ma la stessa società, rendendola culla di un uomo nuovo, camerata o compagno che fosse, all’insegna della primazia della razza o della classe.

Certo se questo è l’impegno, difficile che possa essere assolto da uno nato prima della Seconda Guerra Mondiale, impregnato fin dal corso di studi da una cultura classica, a cominciare dalle cosiddette lingue morte, che, però, hanno trasportato nei secoli un autentico patrimonio filosofico, civile, politico, che si è trasfuso nel corpo di quella che chiamiamo Europa, non per nulla facendo nostra una favola mitologica greca. Se mancasse questa comune eredità, per quanto ne possano essere consapevoli le ultime generazioni, l’Europa mancherebbe di qualsiasi identità che non fosse geografica, pur nella ricchezza incomparabile fornita dalla convivenza di nazioni diverse nella Ue.

Se fossi in grado di fare una domanda a questa innovativa direttrice della Biennale – fra l’altro sostenuta da un bilancio di circa 18 milioni, di cui solo tre e mezzo da donazioni private – le chiederei se quanto dice sia una dichiarazione dell’esistenza di una arte al femminile – come, peraltro si è sostenuto per la medicina e perfino della matematica – che meriterebbe una considerazione a sé, qualcosa simile all’atletica, distinta per genere, ma qui in ragione delle diverse prestazioni da parte di corpi con differenti masse muscolari. Ovvero, sottintenda una pragmatica presa d’atto che non occorra più studiare le tecniche praticate nelle varie età o che addirittura sia sconsigliabile visitare i nostri musei, anche se garantiscono all’Italia una assoluta prevalenza nella comparazione internazionale.

Certo questo comporta una discriminazione, se vista con gli occhi dell’oggi, la produzione artistica che sovrabbonda – tanto da non poter esposta, rinchiusa al buio dei depositi – è largamente maschile ed etichettabile, per quel che significa, come occidentale. Ma non è una discriminazione nel passato, ma nella ricostruzione che ne facciamo nel presente, cadendo nell’errore di destoricizzare quanto risalente nel tempo, cosa oggi alla moda, ma destinata a ripetersi ancor più vivacemente quando in un domani ritorneranno sull’oggi.

Anzi, vien da pensare che quel che caratterizza l’arte contemporanea, al di là delle motivazioni antidiscriminatorie, sia la rivendica dell’assoluta primazia dell’esperienza individuale, ora e qui, che viene proposta come tale, sì che il fruitore la deve vivere in una specie di simbiosi emotiva, bruciando in un certo senso la stessa opera, non di rado apprestata come qualcosa di non durevole. Se così è i musei potrebbero diventare sedi di esposizioni temporanee, non destinati ad ospitare opere destinate a diventare “classiche”, una arte sincronica all’accelerazione tecnica, che rende obsoleta ogni invenzione, un presente che brucia il passato, è destinato a non avere futuro, ma forse questo è proprio quello che più meno viene cercato, all’insegna di un individualismo nichilista, che ottimizza nel suo stesso farsi l’attimo soggettivo fuggente.

Molti anni fa, visitando il Museo di arte moderna di New York, il Moma, vidi esposto come ultimo pezzo una tela bianca incorniciata, nonostante le critiche di un esperto che mi accompagnava, continuai a trovarvi niente più di un ritaglio di stoffa, una specie di confessione di impotenza, tutto era già stato dipinto, niente poteva più esserlo. Bene, a quanto sembra l’arte contemporanea è ripartita da quel vuoto, che significava una sorta di resa incondizionata alla esaustiva e insuperabile eredità di oltre due millenni; ora la resa si è trasformata in una negazione, se tutto è compiuto, tutto riparte da capo, solo che è relativamente facile cancellare quanto è scritto sulla lavagna, non così tornare a riempirla di messaggi comunicabili.

A noi vecchi è stato insegnato che la arte è una lingua, con una sua grammatica e sintassi, estremamente variabili come d’altronde le lingue parlate, che, poiché vive, si adeguano sia pur lentamente al trascorrere delle stagioni, ma se invece che lingua, diventa espressione di una sensazione personale, trasmissibile solo emotivamente, allora fa sospettare che sia tutt’altra cosa, cioè strettamente contemporanea, destinata a finire col passaggio di un paio di generazioni.