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“La grande marcia della distruzione intellettuale”: il primato della persona contro l’omologazione

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa analisi della dott. ssa Maria Cristina Arpaia, psicoterapeuta

Porre domande, verificare quanto le viene imposto come definizione non è un atto di disobbedienza, bensì il modo normale di funzionare della mente umana, è il modo sano di procedere della ragione. La mente è in un certo senso eretica, ha una connaturata funzione di deiezione della impostura. Il vero fascismo è questa omologazione che può potenzialmente distruggere la singolarità dell’identità personale. Ciò che conta è il primato della persona rispetto alle categorie (società, stato, ecologia, ecc.)

“La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo”, così scriveva G. K. Chesterton in uno dei suoi articoli per il Daily News, raccolti poi, nel 1905, nel saggio “Eretici” (Piemme, 1998). Nel leggere le pagine dei quotidiani negli ultimi mesi, forse in maniera ancor più evidente nell’ultimo anno e mezzo di pandemia Covid, colpisce la confusione nella comunicazione, la divisione ed esacerbazione degli animi, la distorsione cognitiva sui significati da attribuire alle informazioni.

Non si riesce a sottrarsi all’impressione che chi si pone e pone domande sia potenzialmente identificabile come mistificatore ideologico, negatore di verità collettive e collettivamente accettate; eppure un sano ‘pungolo motivazionale’ alla conoscenza ci sospinge – per natura – a porre domande sulle questioni che ignoriamo o che intendiamo approfondire, sulle cose che ci interessano, massimamente se interessano la vita.

La distruzione intellettuale non è qualcosa che attiene alla sfera dei pochi eruditi, gli intellettuali appunto, intellettualmente migliori, la qual cosa potrebbe non interessarci alquanto; la distruzione intellettuale ci riguarda molto più da vicino, è l’impoverimento della cultura intesa non come sapere (di pochi) ma nel suo significato più ampio di concezione sistematizzata del pensiero in un preciso momento storico, anche il nostro; questa concezione permea il tessuto sociale, caratterizza e penetra tutti i variegati strati della società, la cultura dunque di un popolo. Cultura è un processo dal basso, il contrario insomma della concezione illuministica di cultura, che si è tramandata fino a noi.

La distruzione intellettuale è dunque un impoverimento della ragione umana in quanto capacità di recepire il dato di realtà (intus legere) e riconoscerlo (atto della volontà) così come si presenta nel suo contesto di riferimento, con l’esito di un giudizio di merito, di pertinenza, non estrapolando dal contesto in cui si presenta il suo significato, che diventerebbe per ciò stesso delirante (perché perderebbe i parametri della realtà che lo contiene).

Il significato di qualcosa non è, dunque, una definizione, ma una conoscenza, ossia l’esito di una costruzione di nessi tra gli elementi di un sistema composito. In questo senso, la conoscenza è un processo attivo. D’altronde l’etimo stesso della parola cultura rimanda ad un’idea di relazione (colere: coltivare) tra l’uomo – il coltivatore – e la terra – il mondo cioè e la realtà tutta.

La mente umana ha bisogno di coltivare i significati del mondo reperendoli dalla fitta rete di fatti, situazioni, informazioni in cui si imbatte così come il suo sostrato neurobiologico fatto di reti neurali esprime le funzioni fisiologiche attraverso la loro interazione combinata.

La mente umana, cioè, è una cercatrice di indizi, non si accontenta delle definizioni, di verità calate dall’alto ma deve conoscere per esperienza. Deve porre domande, esplicite o implicite, deve procedere per tentativi, per ipotesi di lavoro, perché la mente – per usare una metafora delle neuroscienze – è incarnata (si estende al suo proprio corpo e al corpo fuori di sé che è lo spazio) e plasmata dalle comunicazioni che avvengono attraverso le relazioni interpersonali. Porre domande, perciò, e verificare quanto le viene imposto come definizione non è un atto di disobbedienza, bensì il suo modo normale di funzionare, è il modo sano di procedere della ragione. La mente è in un certo senso eretica (per riprendere il riferimento a Chesterton), ha una connaturata funzione di deiezione della impostura.

Il pensiero moderno ha impiegato secoli, spesso anche con risibili e/o tragiche velleità prometeiche, nella ricerca di una emancipazione da ciò che era convenzionalmente conosciuto come dogma, come un credo imposto. Ma il credo imposto non è un valore assoluto, non è sempre uguale a se stesso nei secoli (la grande ossessione dei moderni era la metafisica e la trascendenza), esso cambia il suo contenuto a seconda dei significati e dei valori che una società vuole trasmettere. La natura di ogni credo, a prescindere dal suo contenuto, è ultimamente religioso – in un senso immanentista – e può essere proposto/imposto ideologicamente: c’è la religione della Scienza (con la S maiuscola) o dello Scientismo, la religione dello Stato, la religione della Socialità, dell’Ecologia, del Politically correct. Si tratta di una acculturazione che pasolinianamente, si potrebbe definire omologazione, la quale toglie realtà ai modi diversificati di essere uomini, lì dove non è vagliata e verificata dall’esperienza personale. Il vero fascismo (ancora una volta Pasolini ci viene in soccorso: “Il fascismo degli antifascisti”, Garzanti, 2018) è questa acculturazione che può potenzialmente distruggere la singolarità dell’identità personale. E quindi ridurre arbitrariamente i suoi spazi di manovra, in quanto l’io concreto si muove nel tempo e nello spazio.

È per questo che il vero lavoro personale non è, primariamente, costruirsi una certa idea sul mondo piuttosto che un’altra: ogni visione della realtà è degna di rispetto, se intrinsecamente convoglia le differenze verso una costruzione sociale – e una società è tanto più ricca, più produttiva, più viva quanto più in essa si muovono armonicamente elementi anche apparentemente discordi.

Il primo ed essenziale lavoro, invece, consiste nella scoperta della propria identità personale che, attivamente e fattivamente, conduce al significato personale delle esperienze. Non è una esaltazione del soggettivismo, quel bieco tentativo di relativizzare le differenze per livellarle, in ultima analisi. Ma una esaltazione della soggettività: la scoperta di quel nucleo centrale del proprio Sé, per dirla con Kohut, che organizza i pensieri, i sentimenti, le rappresentazioni di sé e del mondo esterno, situazioni e persone. Ciascuno ha una costellazione psichica originaria, un proprio peculiare Sé, che è il suo punto sorgivo dell’esperienza e dell’iniziativa personali e che costituisce la principale istanza motivazionale. Il destino del soggetto è quello di realizzare la propria natura di “polo autonomo di percezione e iniziativa” (H. Kohut, “Seminari. Teoria e clinica della psicopatologia giovanile”, Astrolabio, 1989; “La guarigione del sé”, Bollati Boringhieri, 1980).

Fuor del linguaggio psicoanalitico si può dire che quel che conta è il primato della persona rispetto alle categorie (società, stato, ecologia, ecc.). L’armatura contro l’omologazione è la consapevolezza delle proprie istanze, fatte di bisogni concreti, esistenziali, che non sono cangianti come le nuvole e il cielo, ma stelle fisse del proprio firmamento. Il primato della persona si esprime, in nuce, già nel riconoscimento consapevole di possedere queste istanze motivazionali, che vengono prima dello Stato, prima della Società, prima del Partito. E prima di questi devono essere prese sul serio. Questi nuclei originari rappresentano la possibilità che la persona ha di affermarsi consapevolmente, secondo una libertà intrinseca e non concessa dall’esterno – umbriferi prefazii della sua piena realizzazione.