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Liberi, non liberti: perché la libertà non può essere una concessione ad orologeria

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E se la crisi odierna della libertà fosse riconducibile, in un certo qual modo, a questioni di natura etimologica? Spiegamoci meglio, evitando strettoie logiche a vicolo cieco. L’etimologia, com’è ben noto, è disciplina linguistica che si occupa della storia delle parole, indagandone l’origine e le radici, di senso e di significato. Tenta, inoltre, di seguirne lo sviluppo e l’evoluzione nel corso dei secoli. Si tratta, pertanto, di un ramo del sapere profondamente storico. La lingua è arena di confronto tra vocaboli ed espressioni, in perenne competizione tra loro.

La parola “libertà” deriva dal latino libertas e dalla parola ancora più antica liber, cioè “uomo legalmente libero, in evidente contrapposizione al termine servus, cioè schiavo. Nell’antichità si nasceva liberi o schiavi, ma gli eventi dell’esistenza potevano cambiare tale condizione. La guerra e i debiti potevano privarti della libertà, mentre la generosità di un padrone, invece, poteva spalancarti le porte verso una progressiva, ma pur sempre limitata, emancipazione personale.

Il concetto di libertà si è notevolmente ampliato nel corso delle epoche, identificandosi con uno stato di autonomia e di scelta, garantito dal diritto, circa la legittima volontà del soggetto di raggiungere una piena autodeterminazione, in ambito morale, culturale, economico e sociale. La libertà, quindi, è divenuta sempre più uno stato, una condizione riguardante l’essere della persona, lasciando in secondo piano, almeno in Occidente, l’istanza del possesso di libertà specifiche.

Volendo operare una sintesi: la libertà abita l’uomo, lo vivifica e lo rende tale, nel pensiero e nell’azione, ancora prima di identificarsi con una sorta di licenza o di permesso. Non basta l’autorizzazione, il possesso del Green Pass di turno, per essere liberi. In tal caso, al massimo, si potrebbe definire tale condizione come una licenza specifica e temporanea. Una libertà per via negativa, eterodiretta dall’esterno, un non potere essere, fino in fondo, presenti a se stessi, in quanto limitati da qualcosa o qualcuno. Sia chiaro, anche questa è necessaria, eccome, altrimenti si piomberebbe nell’anarchia e nella guerra di hobbesiana memoria. I limiti, i divieti, le leggi e le stesse consuetudini sono indispensabili, soprattutto in una democrazia. Ma tutto ciò non è sufficiente a garantire la nascita e l’edificazione di una società autenticamente libera, sicura e responsabile.

L’uomo deve essere messo nella condizione di potere scegliere tra opzioni differenti, esercitare il diritto di critica, il dubbio sistematico e curativo, in tutti i campi dello scibile. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare una crescente e pericolosa disaffezione, e disistima, nei confronti della scienza e della politica, generando fanatismi, irrazionalità diffuse e frustrazione. Il rischio è che possa armarsi lo Spartaco del nuovo millennio contro i padroni antichi e nuovi.

Essere liberi, non semplici “liberti”, questa è la sfida che si staglia all’orizzonte. Una sfida che non può prescindere dallo studio della lingua, della sua evoluzione storica e, in ultima istanza, dal coraggio di abbracciare, fino in fondo, il proprio vissuto pensato e agito. Essere liberi è molto di più che disporre di alcune libertà ad orologeria.