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Perché alle donne non conviene farsi occultare nelle “identità di genere”

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Confesso di coltivare l’orgoglio di essere nato maschio, cioè del mio sesso biologico, con quel tanto di misoginismo dovuto all’acquisto di un patrimonio culturale, prevalentemente letterario ed artistico ma non solo, costruito nell’arco di pochi millenni quasi esclusivamente da uomini, ma proprio per questo estremamente dipendente dalle donne, senza alcuna pulsione aggressiva, ma piuttosto una insaziabile curiosità, ben lungi dall’esaurirsi in una attrazione meramente erotica. Una volta Alberoni, allora rettore dell’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, mi disse che le donne sono fregate dal partorire figli maschi; al che gli opposi che i figli maschi sono fregati dall’essere partoriti da madri femmine. Avendo fatto l’analisi non ho niente da dire sulla prima affermazione, ma molto sulla seconda, perché vi dipende largamente quello che sarà poi il rapporto con l’altro sesso, comunque, a darle entrambe per scontate, se ne deduce che il problema si pone molto precocemente, sì da richiedere un cambio costretto a modificare una radicata modifica di pulsioni materne estremamente possessive nei confronti dei maschietti.

A prescindere dalla trita accusa mossa al genere maschile di coltivare una cultura patriarcale, obsoleta e discriminatoria, di cui, peraltro, costituirebbe una espressione anche il comandamento “prima le donne e i bambini”, che non per nulla trova piena conferma nella orgogliosa difesa dell’indipendenza ucraina, dove i padri accompagnano le loro famiglie alle frontiere, per poi ritornare indietro per combattere; non c’è motivo di disconoscere la persistenza di un gap legato al sesso da superare una decisa politica di promozione, dalla messa a disposizione di borse e percorsi privilegiati per i curricula Stem fino alle ‘quote rosa’ nella distribuzione delle cariche di vertice, senza affatto dimenticare la persistente difficoltà di conciliare maternità e attività di lavoro. 

Solo questa politica di emancipazione femminile, la cui finalità è destinata a trovare una declinazione sempre più ampia, sembra ormai essere assorbita e depotenziata dalla politica dell’inclusione, dove la componente femminile viene annegata in ragione di una sostituzione di femmina con genere, dilatato non solo a tutte le possibili varianti di orientamento e comportamento sessuale, ma anche con l’espressione ‘sesso fluido’ o, ancor più in là, “sesso percepito”, fino ad un dato instabile e soggettivo, quale costituito all’estremo dal come uno si percepisce momento per momento. Dopo di che il sesso femminile, quello mestruato e riproduttivo, rimane privo del suo elemento biologico che è stato il motivo fondante del plurisecolare processo discriminatorio, nonché il profilo identitario collettivo delle organizzazioni e delle battaglie femministe. Di riflesso, lo stesso si può dire dell’altro grande movimento antidiscriminatorio, quello omosessuale, che, senza assolutamente negare il diverso biologico, ne ha fatto la base per rivendicare il rapporto erotico fra persone dello stesso sesso, in consonanza con il superamento culturale del sesso in funzione riproduttivo, coltivato ormai fra gli stessi etero-sessuali.

Però un conto è parlare di politica antidiscriminatoria ed un altro tutto diverso di politica promozionale, come ben spiega la stessa differenza fra le due condizioni ugualmente legate al sesso biologico, per le donne si deve andar oltre la prima, per una piena esplicazione della seconda, cioè la promozione, mentre per gli omosessuali ci si arresta alla seconda, cioè l’anti-discriminazione. Quello che vale per gli omosessuali vale altresì per tutte le varianti costruite a prescindere dal sesso biologico, per cui è possibile pretendere nell’ambito di una nozione costituzionalmente aggiornata della sanità pubblica una assistenza medica e psicologica per i percorsi di transizione, nonché una congrua messa a punto dei servizi.

Può essere che io sia condizionato dal mio essere maschio, nato alla fine degli anni ’30, quindi radicato in quella cultura etichettata in negativo come patriarcale, che, peraltro educava ad una totale astinenza da qualsiasi aggressività fisica o morale nei confronti della donna, ma penso che poca cosa si possa spremere dalla storia pregressa, per quanto lodevole sia la tendenza a recuperare nomi femminili cui è stata negata la pienezza della memoria che avrebbero meritato, dando loro una piena visibilità a cominciare dagli stradari cittadini.

La partita si gioca sul futuro, ma rivendicando appieno il proprio sesso, come elemento basilare di identità universale, in una contrapposizione dinamica ma non antagonista di quella che, a parti invertite, è diventata l’altra metà del cielo. La donna non ha alcun vantaggio, anzi solo un danno a farsi occultare in una identità di genere, in cui non c’è alcuna identità positiva, la quale tutt’al contrario finisce per avere solo una identità negativa, che nella polemica quotidiana pare tradursi in una composita ed eterogenea grande alleanza contro l’altro sesso, che la donna ha invece bisogno di aver per compagno, certo nella sua vita sentimentale ed erotica, ma anche nel riscatto da una condizione di inferiorità psicologica e socio-economica. Come tutte le vere rivoluzioni si compiono assai prima nel privato che nel pubblico, confinate solo qui risultano assai più apparenti che reali; nel privato, comunque la si rigiri, la culla di una educazione paritaria resta la famiglia, perché la scommessa sta tutta nel passaggio delle generazioni, questo avviene con una madre e con un padre, la scuola conta, ma arriva quando la parte del gioco più decisiva è già stata svolta.