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Sanremo, il Festival diventato come il concertone del Primo Maggio

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Inutile nasconderlo: il Festival di Sanremo è diventato il nuovo concertone del Primo Maggio. Un miscuglio musicale, in salsa liberal e radical, che raccoglie nostalgici comunisti, inginocchiati a pugno chiuso, cantanti che sfregiano il Battesimo, quasi come fossero David Bowie, e fiumi di retorica su neri, trans, omosessuali.

Premessa doverosa. Ciò che non ci convince del Festival non è la presunta trasgressione di Achille Lauro, o le esibizioni musicali tinte di rosso-sovietico dei Rappresentante di Lista. Ciò che infastidisce è la costante volontà di imporre figurine politicamente corrette.

Dal monologo di Lorena Cesarini a Saviano, dal plug anale portato da Damiano dei Maneskin a Lauro, la retorica divampa, il politicamente corretto trionfa. Quando, invece, qualcuno fuoriesce dagli standard progressisti, come Checco Zalone, ecco che viene bastonato, censurato e tacciato di omofobia dall’intellighenzia di sinistra, proprio quella definita “inclusiva” e “cosmopolita”.

Immaginate, solo per un secondo, se Achille Lauro avesse messo in atto una parodia sul Ramadan o sul Corano. Probabilmente, oggi la sinistra sarebbe schierata unanimemente a chiedere l’esclusione del cantante “razzista” e “intollerante” dal Festival. Immaginate, solo per un secondo, se i Rappresentante di Lista si fossero lasciati andare al saluto fascista e non al pugno comunista. Probabilmente, avremmo letto fiumi di indignazione giornalistica sul pericolo “fascismo”. E ancora: immaginate, solo per un secondo, se al posto della retorica pro-gay avesse preso il microfono un esponente pro-vita e pro-famiglia tradizionale. Come avrebbe reagito l’intellighenzia di sinistra?

Da applausi la risposta de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, che non è caduto nel trabocchetto di Lauro, evitando polemiche sterili, di fatto sterzandole immediatamente:

“Chiamati in causa da Fiorello alla cui simpatia non si può resistere, eccoci qui a dire la nostra, come richiesto, su Achille Lauro. In punta di piedi. Perché Sanremo è Sanremo. L’Osservatore è L’Osservatore. E in questo caso si limita ad osservare che, volendo essere a tutti i costi trasgressivo, il cantante si è rifatto all’immaginario cattolico. Niente di nuovo. Non c’è stato nella storia un messaggio più trasgressivo di quello del Vangelo. Da questo punto di vista difficilmente dimenticheremo la recita del Padre Nostro, in ginocchio, di un grande artista rock come David Bowie. Non ci sono più i trasgressori di una volta.”

Quello che nacque come il Festival più importante della musica, e che esprimeva la genialità musicale italiana, progressivamente si sta trasformando nel salotto dell’élite politicamente correttissima, nello spot di chi ritiene l’Italia un Paese razzista. Poca musica, tanta politica. Poca musica, tantissimo show.

Se, quasi quarant’anni fa, la borghesia di Sanremo si scandalizzava per i testi di “Vado al Massimo” e “Vita Spericolata” di Vasco Rossi, oggi l’asticella è stata superata, se non totalmente cancellata.

L’obiettivo è quello di sfruttare uno spazio televisivo pubblico, a carico dei contribuenti, per una parata politica che, intelligentemente, il giornalista Marcello Veneziani ha ridefinito “Fessival”, in grado di correggere in toto la società: la natura, il sesso, il pensiero, la religione.

Chi scrive difenderà sempre la libertà di spazi televisivi anche politicamente orientati, e ne condannerà qualsiasi censura. Allo stesso tempo, però, che si rispetti anche la critica, l’opposizione e la satira di senso opposto, delle pochissime voci fuori dal coro. Altrimenti, piuttosto che un Festival, potremmo direttamente definirlo un manuale di educazione. Sempre rigorosamente conforme ai dettami, ai principi ed alla moralità di sinistra.