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La sinistra che ha abbandonato il liberalismo e la democrazia che non può permettersi di abbandonare la religione

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Tra i vari temi che frequentemente ricorrono nel dibattito politico o filosofico-politico americano, ce ne sono alcuni che di solito accendono particolarmente gli animi. Uno di questi è quello del rapporto tra religione e politica. Un altro è ciò che dobbiamo intendere con il termine “sinistra”. Colgo l’occasione di un paio di articoli apparsi in questi giorni per un sintetico e forzatamente limitato resoconto e per qualche considerazione conclusiva – altrettanto frettolosa – su come le due problematiche si compenetrino a vicenda fino a divenire due facce della stessa medaglia.

Politica e religione
Sul blog di Intellectual Takeout, un’organizzazione nonprofit la cui mission è “nutrire le menti, alimentare la discussione e ispirare l’azione”, Jon Miltimore riporta le parole di un professore di Harvard, Clayton Christensen, sul tema religione e politica. Quest’ultimo, in sostanza, ha espresso la convinzione che la democrazia non funziona se non è supportata dalla religione. Il suo ragionamento è questo: la democrazia funziona non perché il governo si incarica di sovrintendere a ciò che ognuno fa, ma piuttosto perché la maggioranza delle persone, la maggior parte delle volte, sceglie volontariamente di obbedire alle leggi. “Nel nostro passato,” egli dice, “la maggioranza degli americani frequentavano una volta alla settimana una chiesa o una sinagoga, come era stato insegnato loro da gente che essi rispettavano. Gli americani osservavano le regole perché erano convinti che dovevano render conto sia alla società sia a Dio. Ora, che succede alla democrazia quando la religione perde influenza? Dove sono le istituzioni che insegnano agli americani che essi devono scegliere liberamente di obbedire alle leggi? Perché, se tu togli la religione, non puoi assumere abbastanza poliziotti…” Da notare che Christensen non è in senso stretto un “addetto ai lavori”, essendo docente di Business Administration presso la Harvard Business School – tra l’altro è considerato uno dei massimi esperti al mondo in materia di innovazione e crescita economica (nel 2011 una cover story di Forbes segnalava che ogni giorno imprenditori e uomini d’affari lo chiamano o vanno in pellegrinaggio nel suo ufficio di Boston, Mass. per chiedere consiglio o ringraziarlo per averli ispirati).

Il ragionamento di Christensen, si badi bene, non è diverso da quello di molti Padri Fondatori, tra cui George Washington, Benjamin Rush, Gouverneur Morris e Samuel Adams. Quest’ultimo, in particolare, disse esplicitamente che non può esserci buon governo senza solidi principi religiosi. Quel che è certo è che si potrebbero riempire libri interi con citazioni dei Framers della Costituzione in cui si esprime la certezza che la politica non possa fare a meno di quei principi. Ma forse è ancor più eloquente ciò che Alexis de Tocqueville ebbe a scrivere sull’argomento nel suo capolavoro, Democracy in America: “Io non so se tutti gli americani hanno una fede religiosa sincera – perché chi può scandagliare il cuore umano? – ma sono certo che essi la ritengano indispensabile per l’intera nazione e ad ogni livello della società… Mentre la legge permette agli americani di fare ciò che a loro piace, la religione li mette al riparo dal concepire, e vieta loro di commettere, ciò che è avventato e ingiusto.”

L’articolo di Jon Miltimore termina lasciando ai lettori una domanda che è nel contempo un’ottima provocazione intellettuale (che ovviamente giro ai lettori di Atlantico): “Voi che ne pensate? La religione è un elemento chiave della democrazia?”

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La sinistra in America
Capire la sinistra: un’impresa solo apparentemente semplice per noi conservatori, memori di errori e orrori che ai nostri occhi sono talmente conclamati da non richiedere supplementi di indagine e di dibattito. Il massimo che ci possiamo permettere, il più delle volte, è considerare le persone di sinistra non tanto come nemici ma come vittime. Infatti, il vero nemico, come scriveva qualche giorno fa Michael E. Young su The American Thinker, è la perniciosa ideologia della sinistra progressista, che alla forma di governo nata dalla Rivoluzione Americana è stata ostile fin dal primo giorno.

Ma bisogna innanzitutto fare chiarezza su un punto: almeno per quanto riguarda l’America, il termine liberalism non descrive più la sinistra dei nostri giorni. Infatti, al cuore del concetto di liberalismo c’è il mettere al di sopra di tutto i diritti dell’individuo, stabiliti dal Bill of Rights e pietra angolare del sistema politico americano. La sinistra ha abbandonato il liberalismo, al punto che left e liberal sono ormai un ossimoro. L’aggettivo più adatto per definire la sinistra moderna è semmai “progressista”. Ma anche qui occorre chiarire: per progressista si deve intendere colui che persegue la delegittimazione e la de-costruzione dell’ordine sociale esistente al fine di dar vita ad un nuovo ordine, creato ex novo dai progressisti e organizzato in modo tale da garantire a questi ultimi, e ad essi soltanto, un potere permanente di controllo sul nuovo ordine.

Tra gli ostacoli che si oppongono a questo disegno vi sono la Costituzione, il Bill of Rights e quella fastidiosa formalità che chiamiamo elezioni… E difatti, mentre da una parte sia la Costituzione sia il Bill of Rights sono da un po’ di anni costantemente sotto attacco, dall’altra i progressisti hanno preso di mira le elezioni in due modi: innanzitutto concedendo il diritto di voto agli immigrati illegali, trasformandoli in una sotto-classe di leali elettori della sinistra, e in seconda istanza utilizzando la narrazione delle collusioni con la Russia per negare o svilire il risultato delle ultime elezioni presidenziali.

Una strategia complessa e, si può dire, “a tenaglia”. La parte concettuale è, naturalmente, la più perversa e malefica. Insinuare continuamente – quando non proclamare ad alta voce – che la Costituzione e i suoi principi altro non sono che le idee “datate” di “vecchi razzisti bianchi” è la chiave di volta dell’intero disegno. Purtroppo per i progressisti, però, le cose non stanno affatto così. E Michael E. Young ha perfettamente ragione quando risponde che “i nostri principi sono verità civili senza tempo, doni di quei geni che fondarono la nostra nazione. Noi abbiamo ereditato la più avanzata, giusta e illuminata forma di governo che si sia mai vista nella storia dell’umanità. Essa ha portato ricchezza e prosperità, ed ha elevato il genere umano con la forza della verità e della libertà per 242 anni. Ora la sinistra e i suoi utili idioti vorrebbero distruggerla. Svegliati, America… e vota!”

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Come si diceva all’inizio, le due questioni sopra affrontate non sono estranee l’una all’altra. Alla domanda se la religione sia un elemento chiave della democrazia, la sinistra – proprio perché, come si è visto, ha abbandonato il liberalismo per diventare “progressista” – dà generalmente una risposta negativa, o quanto meno con molti (troppi) se e ma, laddove in ambito conservatore, di solito, si risponde affermativamente. Fa parte infatti del dna dei progressisti minimizzare o addirittura negare qualsiasi rilevanza politica ai temi religiosi, poiché nel nuovo ordine c’è posto solo per tutto ciò che si contrappone a un passato che è stato prima delegittimato come fonte di ispirazione e quindi sottoposto ad un processo di de-costruzione sistematica. Di quel passato la religione è ovviamente parte integrante ed essenziale. Di conseguenza, i difensori della Costituzione, del Bill of Rights e delle vecchie, care, libere elezioni dovrebbero entrare nell’ordine di idee che occorre inserire la tradizione e i valori della spiritualità giudaico-cristiana nell’elenco di ciò che va preservato e difeso dalla furia distruttrice della moderna sinistra progressista (e non più liberale).