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Statalismo e burocrazia nemici dei beni culturali

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Ci sarà un giorno un politico, nelle stanze intrise di atmosfera gesuita di via del Collegio Romano, che appena entrato nella sede del Mibact (l’orribile acronimo che indica il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) avrà il coraggio di ringraziare innanzitutto le famiglie che possiedono e tengono in ottime condizioni le dimore storiche di questa nazione? Sì, perché questo giovane stato italiano è sempre debitore di quelle dinastie che hanno lottato contro gli invasori (non solo germanici: appena gli ultimi in ordine di tempo) capaci di occupare con ignobili soldataglie castelli ed edifici, per spogliarli di arredi e vandalizzarli. Ma più delle guerre, come sanno i proprietari che spesso hanno dissanguato le proprie finanze per sostenere immobili aviti per puro spirito cavalleresco, può la burocrazia: a cominciare da quella ministeriale.

Invece di consegnare medaglie al valore agli eredi che lottano ogni giorno contro l’ignavia e la protervia di ogni ente, nascono e proliferano divieti e gabelle, obblighi e dinieghi. Non c’è mai stato un vero punta di vista liberale su questo argomento, dato che la politica, sia a destra che a sinistra, ha sempre voluto combattere la dignità della proprietà privata, che ora si dimostra provata da tanta acrimonia. Una lotta di classe infinita, quella della casta, che dimostra sempre di avere conti in sospeso con un mondo che non è né piccolo né antico, per citare Fogazzaro. Se c’è stato un dimenticabile sindaco di Roma che ha voluto pedonalizzare a tutti i costi via dei Fori Imperiali, un autentico falso storico, un luogo che rappresenta solo una scenografia del ventennio e che viene comunque solcato da giganteschi mezzi da lavoro per sostentare l’infinito cantiere di una metropolitana costosissima (a qualcuno ricorda il “facite ammuina” di Franceschiello), in Campidoglio servirebbe un primo cittadino liberale in grado di ricucire uno strappo che ha diviso in due una delle più belle ville di Roma, la Doria Pamphilj: quando venne realizzata la via Olimpica, il tratto intitolato a papa Leone XIII ha violentemente separato l’area acquisita alla pubblica utilità nel 1957, e solo dopo oltre quaranta anni le due zone sono state maldestramente ricollegate con un ponte pedonale, oggetto dello scempio dei vandali armati di bombolette spray.

Così, quel territorio che una famiglia è riuscita a salvaguardare per secoli, il pubblico in pochi anni è stato capace di distruggerlo. Per ridare dignità all’ambiente, alla storia della villa, alla città di Roma, compresa quella che ha detto no alle olimpiadi, basta interrare quel tratto di strada che era stata concepita per lo scorrimento veloce, che oggi invece vanta un ridicolo limite di 50 km orari (dove ogni tanto si compie la “pesca a strascico” degli autovelox). E magari per questo simbolo di una rinascita più che necessaria si riuscirà pure a intercettare dei fondi europei.