Economia

Debito da ridurre ma senza allarmismi: i mercati mostrano fiducia

La stretta della Bce ci mette sotto pressione, ma i mercati hanno accolto bene la prima manovra del governo Meloni e l’economia è più solida del previsto

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Giorgia Meloni Giancarlo Giorgetti

Il recente ammonimento della presidente della Bce Christine Lagarde rispetto all’urgenza per il nostro Paese di continuare sul cammino del risanamento dei conti pubblici ha fatto storcere qualche bocca. Ma qual è la reale situazione del nostro Paese, soprattutto se confrontata con quella di altri Stati Ue? E quali sono le prospettive economiche e di sostenibilità del nostro elefantiaco debito pubblico? Vediamo.

I numeri

Innanzitutto, qualche dato. Secondo gli ultimi dati disponibili forniti da Eurostat, relativi alla fine del secondo trimestre del 2022, il debito pubblico italiano in rapporto al Pil si classificava al secondo posto nella classifica dei Paesi più indebitati dell’area Euro, con uno stock pari all’incirca al 150 per cento, preceduto solo dalla Grecia, che sfondava la barriera del 180 per cento.

Dietro di noi, ad una certa distanza, quello portoghese, al 123 per cento. Quanto ai Paesi leader dell’Eurozona, il debito pubblico tedesco ammontava a circa il 67 per cento del Pil, quello francese al 113 per cento e quello spagnolo al 116 per cento. In termini assoluti, Parigi vantava il primato del maggiore stock di debito pubblico, con 2.911 miliardi di euro, seguita di stretta misura dal Bel Paese, con 2.755 miliardi di euro di debito.

Rispetto al secondo trimestre del 2021, grazie ad una crescita economica robusta e ad un’inflazione elevata, il nostro rapporto debito/Pil si era ridotto di oltre cinque punti percentuali, pur mantenendosi ben al di sotto di quanto avvenuto in Grecia (-25 per cento) e Portogallo (-11 per cento circa), ma comunque più della Francia, titolare di un rachitico -1 per cento soprattutto a causa dell’ampio deficit di bilancio prodotto da una politica fiscale marcatamente espansiva.

Il costo del debito nel 2023

Diamo dunque un’occhiata alle necessità di finanziamento nel 2023. Quest’anno scadranno titoli per un valore di 260 miliardi di euro, a cui dovranno essere aggiunti altri 90 miliardi di euro di finanziamento netto: un totale di 350 miliardi di euro.

Ciò equivale a 40 ulteriori rispetto al 2022, anno nel quale il costo medio di finanziamento (per tutte le scadenze) era passato all’1,7 per cento, dallo 0,1 del 2021. Nel 2023 il costo di finanziamento sarà ancora più alto: se avevamo iniziato il 2021 con un tasso di interesse per i Bot a 10 anni pari allo 0,55 per cento, e il 2022 all’1,27%, all’inizio del 2023 viaggiamo sul 4,25 per cento, poiché a causa di un’inflazione mai così alta da oltre trent’anni, la Bce è dovuta correre ai ripari aumentando sostanzialmente i tassi di interesse. E continuerà a farlo.

A ciò aggiungiamo che nei primi mesi dell’anno la Bce comincerà ad alleggerire il proprio bilancio di parte del debito pubblico degli Stati membri: a soffrirne di più, in termini di maggiori interessi da pagare al mercato sul proprio debito, saranno evidentemente gli Stati più indebitati, tra cui l’Italia vanta un posto d’onore.

Buone notizie

Tuttavia, non ci sono solo brutte notizie. Innanzitutto, va detto che i mercati hanno accolto bene la prima manovra finanziaria del governo Meloni, con tassi di interesse sotto controllo. Inoltre, i dati di crescita del terzo trimestre del 2022 restituiscono l’immagine di un’economia più solida del previsto, soprattutto quanto a composizione della crescita.

Sono stati infatti consumi sorprendentemente robusti, nonché la crescita degli investimenti in capitale fisso (trainata dai macchinari), a guidare l’economia italiana, mentre il settore estero ha remato contro. Ma la debolezza della domanda internazionale dovrebbe essere solo passeggera.

E, sebbene ci si aspetti che nell’ultimo trimestre dell’anno passato l’economia si sia contratta a causa del calo dei consumi dovuto all’inflazione, la debolezza dell’economia dovrebbe rivelarsi anch’essa passeggera, e probabilmente minore del previsto.

Un favore a noi stessi

Quindi, riassumendo, è certamente saggio e, direi, inevitabile seguire il consiglio della Lagarde, assodato che una riduzione del debito pubblico è condizione essenziale per sottrarsi a tempeste finanziarie che potrebbero far deragliare l’economia.

Tuttavia, considerando la prima manovra del nuovo governo e la fiducia che i mercati vi hanno riposto – probabilmente aspettandosi una gestione ordinata dei conti pubblici e una prospettiva di graduale riduzione delle imposte e della spesa – possiamo guardare al futuro con cauto ottimismo. Il debito va ridotto: non per fare un favore alla Lagarde, ma per farlo a noi stessi e ricominciare a crescere.