Economia

I costi del climatismo e il rischio dipendenza da Pechino

I costi dell’elettrico, il rischio dipendenza dalla Cina, i limiti delle rinnovabili: l’unica ricetta è differenziare le fonti

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In seguito agli accordi di Parigi, l’Italia, assieme al resto d’Europa, ha scelto di dismettere entro il 2035 i motori a diesel e a benzina. Preso atto del problema del riscaldamento globale, l’Unione europea ha individuato nelle emissioni di gas serra il principale responsabile di tale fenomeno.

Pertanto, attraverso una svolta “green”, si è scelto di adottare una politica tesa alla riduzione delle emissioni di CO2. Quest’ultima sarebbe la principale responsabile dell’innalzamento della temperatura del pianeta. Con gli accordi di Parigi si è scelto, di comune accordo, di mantenere questo aumento sotto i 2 gradi Celsius.

I costi dell’elettrico

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale, questa scelta ci porrà davanti diversi problemi. Innanzitutto, il costo dell’elettrico. Mediamente un’auto elettrica costa circa 30 mila euro; il ceto medio, già provato dalla pandemia, dalla guerra e dal caro bollette non può permettersi un esborso di questo tipo.

In secondo luogo, la scarsità di materie prime: litio e nichel, ovvero i principali minerali che costituiscono le batterie delle auto elettriche, sono risorse decisamente scarse sul suolo europeo. Questi minerali sono presenti in grande quantità nella Repubblica Popolare Cinese.

Dipendenza dalla Cina

Il rischio è quindi quello di smantellare non solo l’intera filiera dell’automotive (la quale, tra l’altro, rappresenta una delle eccellenze italiane) ma di diventare dipendenti dalla Cina. Insomma, ciò che è accaduto con la Federazione Russa per il gas, potrebbe ripresentarsi, in forma diversa, con la Cina.

Inoltre, diversamente da quanto affermato dalla nota attivista svedese per il clima, l’Europa contribuirebbe solo per il 9 per cento dell’ammontare totale delle emissioni. Sotto questo aspetto, Cina e India sono le principali nazioni responsabili delle emissioni di CO2 91 per cento.

Il tutto deriva dal fatto che, visto il loro bisogno di sviluppo, vi è un forte utilizzo di centrali a carbone e di combustibili fossili (petrolio, gas, carbone). Naturalmente, le stesse si sono impegnate a ridurre al più presto tale livello di emissioni.

La soluzione: diversificare

Quale può essere, allora, la soluzione? Innanzitutto, andrebbero evitate le tasse etiche in tema di ambiente (green tax); non si sensibilizzano i cittadini mettendo mano al loro portafoglio o accusandoli di aver distrutto il pianeta.

Piuttosto, incrementare le ore di educazione ambientale tra i banchi di scuola; puntare ad una piantumazione intensiva di alberi, quali miglior filtro contro le emissioni di CO2.

Al fine di raggiungere una vera indipendenza energetica sarà necessario, oltre a prendere in considerazione il nucleare, l’utilizzo di rinnovabili, ricorrendo laddove possibile al fotovoltaico (uffici pubblici, utenze domestiche, autostrade).

Ricordando però che le rinnovabili non posso soddisfare del tutto il fabbisogno nazionale. Sarà necessario differenziare il più possibile le nostre fonti di approvvigionamento energetico.