Economia

Stop auto benzina e diesel: a grandi passi verso la dipendenza da Pechino

Sorprendente: 3,8 trilioni di investimenti nelle rinnovabili e consumo di fossili calato solo di un punto in un decennio. Il governo Meloni promuova la “greenexit”

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Ursula von der Leyen
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Accordo definitivo raggiunto, nella notte, tra le istituzioni Ue – Commissione, Parlamento, Consiglio – per lo stop alla vendita delle auto a motore endotermico – benzina e diesel – dal 2035. Mentre i leader europei a parole affermano di voler evitare di ripetere con la Cina gli stessi errori commessi con la Russia, è esattamente ciò che stanno facendo.

Come anni fa i progetti Nord Stream, la progressiva uscita della Germania dal nucleare e lo stop alle trivellazioni posero le basi per la dipendenza dal gas russo, la decisione di oggi pone le basi per la prossima dipendenza dalle materie prime e catene di valore cinesi, imprescindibili per l’elettrificazione di massa del trasporto su gomma in tempi strettissimi – il tutto in controtendenza con lo sforzo in atto di decoupling.

Bando fra 13 anni ma effetti subito

Quella del 2035 ci sembra oggi una data molto lontana nel tempo. Sono 13 anni, ma è praticamente domani mattina per quanto riguarda gli investimenti necessari per adattarsi alle nuove circostanze.

Ciò che agli occhi dei cittadini europei, e purtroppo anche della politica, si verificherà solo tra molti anni, produrrà effetti sulle nostre vite molto prima di quanto immaginiamo.

Pensiamo solo agli impianti di raffinazione. Chi, conoscendo quella scadenza, investirà i suoi soldi per produrre i prodotti raffinati necessari a farci camminare da oggi al 2035? E, a maggior ragione, a far camminare oltre quella data i veicoli che saranno ancora in circolazione fino ad esaurimento?

Quanto aumenteranno nel frattempo i prezzi delle materie prime e dei componenti necessari ad elettrificare il trasporto su gomma (privato e commerciale leggero) con una crescita della domanda così forzatamente sostenuta?

E avremo l’energia sufficiente a garantire, oltre ai consumi industriali e domestici, la ricarica quotidiana di questo enorme parco di auto elettriche – il tutto praticamente senza nucleare e carbone, e con gas proveniente solo dall’estero? Bene che vada, dipenderemo dall’estero, con tutto ciò che ne consegue in termini di sicurezza e di scarsità dell’offerta, quindi di prezzi.

Pianificazione sovietica

Una pianificazione in puro stile sovietico che non mancherà di rivelare molto presto le sue aberrazioni. Ma a quanto pare la storia non è stata di lezione né di ispirazione.

Come si può pensare che qualche decina di burocrati – e non il mercato – possano decidere a tavolino l’abbandono di una tecnologia, come quella del motore a scoppio, da decenni alla portata di tutti in termini di materiali e costi, a favore di una tecnologia che nessuno può sapere ad oggi quanto sia sostenibile a livelli di massa? Non stiamo parlando di cannucce di plastica, ma di energia e trasporti.

Oltre ai prezzi insostenibili, una delle possibili conseguenze è che produttori di veicoli elettrici con accesso più diretto – e magari agevolato dallo Stato – alle materie prime e ai componenti necessari, per esempio produttori cinesi, immettano sul mercato europeo grandi quantità di veicoli elettrici a basso costo per rispondere ad una domanda che altri, con maggiori costi, non sono in grado di soddisfare, distruggendo così l’industria automobilistica europea (e forse occidentale). Sarebbe la desertificazione industriale.

Tutte conseguenze che sarebbe troppo ingenuo ritenere non siano state soppesate. Ma evidentemente, hanno ritenuto accettabile farci correre questi rischi in nome del climatismo gretino.

Quanto ci hanno dato gli investimenti green?

Ha affermato oggi Ursula von der Leyen all’EU Sustainable Investment Summit che “il potenziale dell’innovazione e della crescita green è immenso. Per sbloccare questo potenziale, dobbiamo spostare l’intero sistema finanziario da pratiche non sostenibili verso investimenti che siano veramente a prova di futuro”.

Allora vediamo dove ci ha portato il disinvestimento nelle fonti fossili e l’investimento in quelle rinnovabili.

A fronte di investimenti nelle rinnovabili di 3,8 trilioni di dollari (3,8 trilioni!), a fine 2021 i combustibili fossili rappresentavano ancora l’81 per cento del consumo energetico complessivo. Dieci anni fa, erano all’82 per cento. Dunque, in dieci anni un punto percentuale in meno, nonostante 3,8 trilioni di dollari di investimenti nelle rinnovabili.

Sono i dati forniti non dall’ultimo arrivato, ma dall’economista Jeff Currie di Goldman Sachs (Global Head of Commodities Research nella Global Investment Research Division), durante un recente intervento alla Cnbc per commentare la decisione dell’Opec+ che ha fatto infuriare la Casa Bianca.

Currie ha inoltre osservato che dati gli eventi recenti, con la sostituzione del gas russo in gran parte con il carbone, oggi probabilmente siamo sopra all’82 per cento di dieci anni fa. “Quindi, se pensiamo a cosa hanno aggiunto quelle energie rinnovabili – perché ricorda, stai aggiungendo capacità, ma il fattore di utilizzo della capacità è piuttosto basso su di loro, e poi c’è l’Europa che fa gli investimenti lì, ma la Cina che fa ulteriori investimenti – il risultato è chiaramente che non abbiamo fatto alcun progresso“.

E quindi, ha aggiunto, il motivo per cui l’Opec+ è “al posto di guida, sai, a un livello senza precedenti è perché tutti noi inclusi al di fuori dell’Opec non abbiamo investito adeguatamente nella produzione di energia complessiva, nelle infrastrutture e nella capacità di fornirla e consegnarla”.

Discontinuità

Come abbiamo sostenuto in un precedente articolo, cercando di individuare le quattro priorità dei primi mesi di legislatura, il governo Meloni dovrebbe porsi in netta discontinuità con i suoi predecessori sul tema energia.

La transizione ecologica, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di Co2 fino alla completa decarbonizzazione delle nostre economie, è totalmente incompatibile con l’uscita dalla dipendenza dalle materie prime e dalle catene di approvvigionamento di Russia e Cina.

Occorre abbandonare l’illusione che la crisi energetica attuale sia essenzialmente dovuta alla guerra in Ucraina e, una volta cessata, i prezzi torneranno ai livelli pre-Covid. Quel mondo è finito e sarà bene farsene una ragione.

Primo, perché il gas russo non tornerà. Quanto meno non tornerà nei flussi precedenti. Secondo, perché la crisi dell’offerta è dovuta alle irresponsabili politiche green.

Politiche – e il divieto di vendita di auto con motori endotermici dal 2035 è tra le più pericolose – che producono effetti non tra dieci o vent’anni, ma da subito, come il forte disinvestimento nell’industria delle fonti fossili e della raffinazione, essenziali per qualsiasi economia industrializzata, particolarmente accelerato già negli ultimi 5-6 anni.

Perché qualcuno dovrebbe continuare a mettere soldi in un business che va ad esaurimento entro breve periodo, per quelli che sono i tempi di investimenti a lungo termine? Disinvestimento vuol dire scarsità dell’offerta e scarsità dell’offerta prezzi alti.

Dipendenza dalla Cina

L’idea ad oggi prevalente nelle istituzioni Ue e nei governi europei è che non ci sia sicurezza energetica senza transizione ecologica, ovvero si stanno usando la guerra in Ucraina e la guerra economica alla Russia per accelerare la transizione alle fonti rinnovabili e la corsa alla decarbonizzazione. “Le ragioni economiche, di sicurezza e morali per la transizione green sono solo diventate più forti”, ha ammesso Von der Leyen.

Ma ciò è suicida per due motivi. Primo, come spiegato, perché sono proprio le politiche e gli obiettivi green ad aver scatenato la crisi dell’offerta di energia. Secondo, quand’anche ci avvicinassimo a quegli obiettivi, ci accorgeremmo presto di essere passati dalle mani della Russia di Putin alle mani della ben più potente Cina totalitaria di Xi Jinping.

Lo sbocco inevitabile è infatti la sostituzione della dipendenza dal gas russo con una dipendenza altrettanto pericolosa dalle materie prime e dalle catene di approvvigionamento cinesi, o sotto il controllo di Pechino. Parliamo ovviamente di pannelli solari, batterie per auto elettriche, ma non solo.

Greenexit

Dunque, se dal punto di vista culturale è sensato contrapporre l’ecologismo di Roger Scruton (“difendere la natura con l’uomo dentro”) al climatismo gretino, in quanto ideologia anti-sviluppista e in definitiva anti-umana, dal punto di vista politico il nuovo governo dovrebbe dissociarsi dagli obiettivi di decarbonizzazione.

Dichiarare sin d’ora, per esempio, che non ha alcuna intenzione di fermare la vendita di auto a benzina e diesel dal 2035, che intende rilanciare il nucleare così come le attività di esplorazione e trivellazione oil & gas, farsi promotore in Europa di un risveglio dal letargo energetico, di una greenexit, l’uscita da una transizione ecologica che già oggi si sta traducendo in crisi energetica permanente e dipendenza dalla Cina.