Esteri

Armi no, sanzioni nemmeno: per il partito di Santoro meglio russi che morti

Prima Putin non doveva essere umiliato, ora non può essere fermato: è sempre il momento buono per chiedere la resa degli ucraini

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Michele Santoro

Sarà che Michele Santoro non mi è stato mai particolarmente simpatico per quel tono profetico millenarista profuso pur anco trattando di cose di cronaca spicciola, ma ritrovarmelo ora tutto proiettato fuori dal video, mi è apparso come un vecchio cavallo imbolsito, scalpitante al lontano odore di polveri. Il suo nitrito di battaglia, levato a tutto fiato, fino a far tremolare l’ascoltatore, rimbomba con un ossessivo martellamento: niente armi e niente sanzioni.

Armi e sanzioni

Le prime, le armi, sarebbero servite solo a prolungare una tragedia umana, che si sarebbe evitata solo che si avesse avuto l’avvertenza di cedere alla Federazione Russa quel Donbass destinato comunque a finire nelle sue mani, inevitabilmente ma anche auspicabilmente, perché se così non fosse, un Putin “umiliato” scatenerebbe una guerra atomica.

Le seconde, le sanzioni, non sarebbero efficaci nei confronti del popolo russo, abituato a un tenore di vita molto basso e privato di qualsiasi canale di dissenso, mentre lo sarebbero assai duramente nei rispetti dell’Europa e in particolare dell’Italia. Tutto questo condito con una grande antipatia verso gli Stati Uniti, Biden o Trump fa lo stesso, una forte insofferenza per la Nato, una netta diffidenza per la Ue e una cruda indifferenza per la Ucraina.

Con Santoro confronto impossibile

Ammiro Federico Rampini, che si è impegnato in un tentativo di dialogo, ma, a mio avviso, un punto di vista così aprioristico e radicale, gridato come se fosse ispirato da un sentimento di scandalo ingovernabile, rende impossibile ogni confronto: Santoro vi appare come il pontefice di una confessione religiosa coi suoi dogmi indiscutibili, al di fuori della quale non c’è salvezza possibile.

Ha alzato la sua vela ormai frusta per prendere il vento che pare venire dal sentimento popolare, sondaggio dietro sondaggio, così da farne motivo per contestare il carattere democratico del Paese, senza tener debito conto del fatto che, se un sondaggio valesse come un risultato elettorale, da molto tempo il centrodestra dovrebbe essere al governo.

Ma poi c’è stato un voto parlamentare largamente maggioritario per la fornitura di armi, il presidente del Consiglio ha espresso una posizione molto chiara a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, il presidente della Repubblica ha ripetuto che la pace dovrà passare attraverso il ritiro dell’aggressore al di fuori dei confini esistenti prima della guerra.

Quindi, sulla strada invocata da Santoro si dovrebbe anzitutto passare attraverso un voto parlamentare in programma proprio il 19 giugno, che non è affatto prevedibile possa essere diverso da quello precedente, essendovi correlata la crisi del governo, con conseguente scioglimento delle Camere, cioè col verificarsi di quel rischio temuto dai nostri onorevoli, disposti a tutto tranne ad andare a casa 24 ore prima del dovuto.

I rapporti con Nato e Ue

Mettiamo per assurdo che in presenza di un voto favorevole a cessare la fornitura di armi, Draghi si prostri, Mattarella si trinceri dietro il primano del Parlamento, tutto fili al meglio, ma qui c’è il problema del rapporto con la Nato e la Ue.

Si può prescindere dalla Nato, non essendo a stretto giro formale la Ucraina un membro per cui valga il principio di difesa comune; peraltro, senza bisogno di uscirne, ma per coerenza si dovrebbe prendere una posizione contraria all’ingresso della Finlandia e della Svezia, sempre per non fare arrabbiare Putin.

Ma come ce la caviamo con la Ue, costretti a trovarci fianco a fianco dell’Ungheria, senza alcuna possibilità di far cambiare idea agli altri Paesi, quindi condannati ad auto-isolarci, perdendo ogni credibilità? Allora varrà la pena di affidarci al tanto contestato Salvini, dato che ci sarà negato persino uno strapuntino in eventuali incontri per il cessato-il-fuoco.

Questo il costo, quale il vantaggio in termini di raffreddamento del conflitto? Nessuno, la nostra fornitura di armi, anche se ingigantita da qualche spiritello fino a considerarle terminali, è comparativamente marginale militarmente, con una rilevanza quasi esclusivamente politica, quella di non rimanere seduti in panchina, ma di stare in campo con la nostra squadra, se pur non come fuoriclasse.

Non per nulla alle radici del predicozzo rustico di Santoro c’è, occultato ma non tanto, quel no-Nato e Italexit che furoreggia in manifestazioni poco numerose, ma espressive di una tendenza secolare di una Italia divenuta unita per una operazione dall’alto solo un secolo e mezzo fa, quella di chiamarsi fuori, nella sempiterna illusione che basterebbe dirlo e ridirlo per trovarsi effettivamente al riparo in un isolazionismo asfittico, con a calzante immagine quella dello struzzo con il capo affondato nella sabbia.

Gas e grano, le sanzioni non c’entrano

Lo stesso vale per le sanzioni, di cui è gioco fin troppo facile sostenere senza cifre alla mano che penalizzerebbero più noi che i russi. Intanto bisognerebbe distinguere fra gli effetti delle sanzioni e quelli degli eventi bellici, se vengono considerati nei loro punti di maggiore sofferenza, il gas e il grano.

Il gas ne è esentato, se pur con un prezzo crescente in ragione dello stoccaggio preventivo in vista di un possibile blocco russo e del gioco speculativo in atto. Ma si deve pur riconoscere che l’Ue si è svegliata, non ci può essere indipendenza politica senza indipendenza energetica, la quale a sua volta richiede una diversificazione delle forniture ed una accelerazione nella messa a punto delle fonti alternative.

Il grano è ugualmente esentato dalle sanzioni, caricato su mercantili che non possono lasciare i porti per la presenza di mine e navi russe, tanto che un’operazione condotta dalla Turchia sotto l’egida dell’Onu dovrebbe permettere la ripresa del traffico verso i Paesi che ne hanno più bisogno.

Questo non vuole affatto dire che la transizione sarà facile e breve, solo che non vi è alternativa praticabile se non all’interno della Nato e della Ue, per ragioni composite e complesse, ma tutte concrete e palpabili, a cominciare da una difesa comune a fronte di risvegliato imperialismo russo, non per nulla ostentato dal massiccio impiego della bandiera rossa con falce e martello dell’Unione sovietica.

“Meglio russi che morti”

L’Ucraina è diventata la prima preda, che senza la sua eroica resistenza (sì, resistenza, se mai questa parola può essere spesa per la rivolta di un intero popolo) avrebbe aperto la via ad un’altra “operazione speciale”. Fantapolitica atlantista? Ma no, perché ben due Paesi tradizionalmente neutralisti, Svezia e Finlandia, la pensano esattamente così.

Ieri si diceva – allora l’esercito ucraino teneva magnificamente – che Putin non doveva essere umiliato, altrimenti avrebbe schiacciato il bottone del suo razzo ipersonico, ma questo risulterebbe uguale anche domani, se gli venisse in mente di invadere le repubbliche baltiche, per esempio, trovando una forte resistenza. Insomma il ricatto atomico varrebbe solo per Putin, dato il carattere psicotico, mentre non varrebbe per Biden, vecchio rincoglionito (ma non era l’alternativa ideale a Trump?).

Oggi si dice – ora l’esercito russo avanza irresistibilmente – che Putin non può essere fermato, senza alcun timore che il popolo ucraino venga umiliato, ben gli sta, avrebbe dovuto cedere subito, sì da finire per imputargli le distruzioni e le perdite umane al limite del genocidio prodotte dall’invasione. Non se ne abbia a male Santoro, ma gli proporrei di scrivere un articolo che rendesse esplicito tutto il suo pensiero, dal titolo “Il suicidio del popolo ucraino”. Già, bastava arrendersi subito al grido tipico dei pacifisti nostrani, “meglio russi che morti”.