Esteri

Cina impenetrabile all’intelligence occidentale, gli Usa corrono ai ripari

Perdute le sue reti informative, la CIA vara il “China Mission Center”. Abbandonate le aperture di Deng Xiaoping, Xi ha trasformato il Partito in una struttura monolitica

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Xi Jinping

Chi si attendeva grandi novità dal discorso di apertura di Xi Jinping al XX congresso del Partito comunista cinese è rimasto deluso. Può darsi che le novità in effetti ci siano, ma sono rimaste sigillate nella mente del leader che si appresta a ottenere il terzo mandato (e quindi di fatto la presidenza a vita).

Partito monolitico

Mai il PCC è apparso tanto impenetrabile. Si è addirittura parlato di un “ritorno a Lenin”, ed è chiaro che, dopo aver abbandonato le aperture di Deng Xiaoping, Xi ha trasformato il Partito in una struttura monolitica nella quale le uniche tesi ammesse sono le sue.

Non sbagliavano, dunque, coloro che avevano intravisto nella strategia del segretario una rivalutazione in toto dell’esperienza maoista, tradottasi soprattutto nella fine della gestione collettiva del partito, e nell’imposizione di una leadership unica e personale.

Non vi sono segni di figure disposte a mettere in questione il potere di Xi (e a limitarlo). Non solo. È noto che l’attuale segretario ha anche il controllo pressoché completo delle forze armate dove, a differenza del recente passato, è in corso una capillare campagna di “ideologizzazione” dei militari. Altro fatto che rimanda all’epoca di Mao Zedong, del quale Xi si considera legittimo erede.

Il Partito-Stato

Nel suo lungo discorso Xi ha ribadito la necessità che il Partito/Stato detenga tutte le leve del potere, senza eccezione alcuna. Vita dura, pertanto, per i tanti tycoons che hanno prosperato nella Repubblica Popolare nel corso degli ultimi decenni.

Hanno fondato aziende di successo, molte volte di dimensioni colossali. Non possono più illudersi, tuttavia, di avere mano libera nelle vicende economiche. L’economia, come per l’appunto accadeva ai tempi di Mao, è strettamente sottomessa all’ideologia.

Nessuna eccezione – e nessuna critica – è consentita, neppure a coloro che hanno fornito contributi notevoli alla crescita del Pil (che ora, invece, è in declino).

Taiwan

Il discorso di Xi è stato piuttosto abbottonato. Ha ribadito la volontà di “recuperare” Taiwan, non senza sinistri accenni al caso della sfortunata Hong Kong.

Non ha menzionato l’invasione dell’Ucraina, anche se i cinesi osservano e seguono il conflitto con estrema attenzione. Forse per non ripetere gli errori dei russi in un eventuale attacco a Taiwan. Non ha però fissato scadenze precise, lasciando nell’incertezza gli osservatori internazionali.

La svolta statalista

Ha sottolineato che la Repubblica Popolare sta attuando una “svolta statalista”, abbandonando le idee di Deng Xiaoping. E ha pure insistito sulla necessità di attuare una redistribuzione del reddito, spostando risorse dalle grandi metropoli alle aree più povere del Paese.

Com’era lecito attendersi, ha ripetuto che la politica del “Covid zero” è stata un successo, mentre è noto che i continui lockdown sono tra i principali responsabili del rallentamento dell’economia.

L’Intelligence Usa al buio

Il fatto da notare è tuttavia un altro. Gli Stati Uniti hanno recentemente creato il “China Mission Center”, e le ragioni sono chiare. La Cia si è accorta che la Cina è diventata un Paese pressoché impenetrabile per la intelligence Usa (e occidentale in genere). La “Central Intelligence Agency” ha perduto la quasi totalità delle sue reti informative nella Repubblica Popolare (ma anche in Iran, per esempio).

Ne consegue che, dopo una serie di arresti a tappeto di agenti segreti in territorio cinese, gli americani non dispongono più di informazioni di prima mano e devono affidarsi allo spionaggio satellitare. Il quale è importante ma ha anche dei limiti. Né risulta facile ricostruire in pratica da zero delle reti informative efficienti.

D’altra parte il controllo sociale – favorito dai lockdown – è pervasivo, così come è capillare il controllo dei mass media e di ogni fonte d’informazione. Senza contare le difficoltà linguistiche, assai maggiori rispetto ad altre nazioni.

Il direttore della Cia William Burns ha cercato di rimediare istituendo il summenzionato “China Mission Center”, ma è chiaro che ci vorrà molto tempo per tornare ad avere informatori efficienti sul terreno. Si tratta di una situazione per nulla tranquillizzante dal punto di vista occidentale, e che giustifica la visione della Cina come principale avversario strategico degli Usa e dei loro alleati.