Esteri

Ecco perché i cileni hanno respinto la costituzione “più progressista del mondo”

Un’accozzaglia di paternalismo di Stato, diritti surreali e allendismo di ritorno. Batosta per Boric, ma il pericolo non è ancora scongiurato: ci riproveranno

4.1k 2
Cile referendum

Con un voto indiscutibilmente maggioritario (61,9 per cento) i cileni hanno rigettato domenica scorsa la proposta di riforma costituzionale promossa dalla sinistra ed elaborata nell’ultimo anno da una assemblea costituente eletta ad hoc.

Il progetto, fortemente sostenuto dal capo dello Stato Gabriel Boric, era destinato a rimpiazzare la carta del 1980, entrata in vigore durante la dittatura di Pinochet ma emendata da allora più di 60 volte per garantire libertà civili e diritti politici.

Riforma figlia delle violenze

Figlio delle proteste e delle violenze di piazza del 2019, originate dall’aumento del prezzo dei trasporti pubblici ma prontamente strumentalizzate dalla izquierda radicale in chiave anti-governativa (il liberale Sebastiàn Piñera dichiarò lo stato d’emergenza per far fronte al vandalismo diffuso), il processo costituente si è convertito gradualmente in un simulacro di riforma, scadendo fin dalle prime battute in un assemblearismo pittoresco e velleitario.

Anche se formalmente la maggioranza relativa dei seggi era detenuta dalla coalizione di centrodestra, l’unione delle forze della galassia progressista – o presunta tale – e degli indipendenti rendeva di fatto l’assemblea un feudo del massimalismo anti-liberale.

Il mito della rivincita su Pinochet

La sinistra vedeva nella riforma costituzionale l’occasione di una rivincita storica contro il fantasma di una dittatura auto-dissoltasi più di trent’anni fa, che il pensiero magico dei manifestanti e dei loro burattinai aveva resuscitato alla bisogna sotto la formula sempreverde (anzi semprerossa) del “neoliberismo selvaggio”.

In questo modo l’unico merito attribuibile al regime fascista di Pinochet, ovvero quello di non aver distrutto l’economia del Paese secondo il modello bolivariano che nei decenni successivi avrebbe preso piede nel continente sudamericano, diventava in se stesso un capo d’accusa rivoluzionario contro il libero mercato, la democrazia liberale e lo sviluppo economico, fattori che hanno reso il Cile una delle nazioni all’avanguardia nel suo ambito geografico.

Un successo imperdonabile che la sinistra ha deciso di far pagare al contribuente a colpi di scioperi, proteste, saccheggi e retorica populista, appoggiata come sempre dalle vestali del progressismo europeo, che dalla caduta del Muro di Berlino vagano in costante ricerca di riferimenti politici definitivi.

Le sardine incazzate che misero a ferro e fuoco la capitale nel 2019 si sono così ritrovate senza nemmeno rendersene conto dentro un meccanismo istituzionale che, nelle loro intenzioni, doveva essere ribaltato dalla costituzione “più progressista del mondo”.

La maturità dei cileni

In realtà un’accozzaglia di paternalismo di Stato, diritti collettivi inventati di sana pianta e allendismo di ritorno che i cileni hanno rispedito al mittente dimostrando una maturità democratica non comune alle nostre latitudini.

Un anno dopo aver eletto il presidente più radicale dalla fine della dittatura, gli hanno negato il lasciapassare per scardinare il sistema dall’interno e fare del Cile una copia degli esperimenti fallimentari dei suoi vicini (vivacizzata in questo caso da un inconfondibile tocco di modernità woke).

Lo stesso Boric ha riconosciuto la sconfitta, dichiarando di aver preso atto della volontà dei cittadini e di voler rimettersi al lavoro per elaborare un documento che possa essere approvato nel futuro. Pericolo quindi scampato per il momento ma non del tutto scongiurato. Ci riproveranno.

I “diritti” nella riforma bocciata

Senza entrare troppo nel dettaglio, il testo sottoposto a referendum presentava una serie di disposizioni generiche e aperte a interpretazioni contraddittorie, oltre a stabilire una lista interminabile di nuovi diritti personali e sociali, alcuni dei quali francamente originali per concezione e formulazione: tra di essi quello alla “neurodiversità”, allo sviluppo “della personalità, dell’identità e dei progetti vitali”, al “piacere e al godimento del tempo libero”, ad una “alimentazione nutrizionalmente completa” e a “interrelazioni armoniose” tra i diversi gruppi sociali, culturali ed etnici. Ovviamente garantiva lo Stato.

Ma, al di là degli unicorni, erano soprattutto i capitoli relativi ai diritti economici e sociali a dimostrare il carattere fortemente ideologico della riforma. Il progetto introduceva la potestà dello Stato di espropriare la proprietà privata per la tutela di un non meglio precisato “bene comune” senza indicazione specifica di indennizzi; nell’ambito del diritto a un alloggio “degno e adeguato” non si riferiva mai al fatto che chi lo abitava potesse esserne anche proprietario, assegnando implicitamente al potere pubblico la facoltà esclusiva di distribuire e revocare le concessioni; l’ambito dello sciopero veniva esteso indiscriminatamente, lasciando in pratica ai sindacati la libertà di deciderne opportunità, modalità e durata senza addurre ragioni economiche concrete.

Ma ad essere respinta dai votanti è stata soprattutto l’assenza di meccanismi di finanziamento dell’abnorme estensione dello Stato sociale, in particolare nei settori sanitario e pensionistico, che avrebbe provocato – secondo gli economisti – un aumento incontrollabile della spesa pubblica. Il confine argentino dista poche decine di chilometri da Santiago del Cile.

A tutto ciò si aggiungeva la previsione di un organo di controllo della magistratura costituito maggioritariamente in base a criteri etnici e politici, con l’incarico di nominare, sanzionare e revocare i giudici, e la suddivisione del sistema giudiziario unico in una giurisdizione binaria che includeva un ordinamento parallelo per “i popoli indigeni.

In pratica ogni causa in cui fossero coinvolte “persone indigene” avrebbe dovuto adottare una “prospettiva multiculturale” che tenesse conto di costumi, tradizioni e perfino norme dei gruppi a cui appartenevano. L’uguaglianza di fronte alla legge sacrificata in nome del politicamente corretto.

Più che una cornice istituzionale in cui tutte le componenti potessero sentirsi tutelate, un vero e proprio programma di governo da blindare all’interno di un documento costituzionale, una lista dei desideri da implementare oltretutto senza la necessaria copertura finanziaria. Insomma, un pastrocchio politico-ideologico senza capo né coda, che i cileni si sono rifiutati di ratificare.

La reazione dei benpensanti

Da qui gli alti lai dei benpensanti della sinistra mondiale, per cui il Cile – fino a poche ore prima culla del progressismo internazionale – si è trasformato improvvisamente in una caverna di reazionari nostalgici di Pinochet.

In generale nel pensiero debole ben rappresentato da certa stampa domina l’immonda equazione “neoliberismo” come “legato della dittatura”, senza che a nessuno venga in mente di provare a esplorarne la contraddizione concettuale.

Il New York Times titolava truffaldinamente il giorno dopo: “I votanti cileni respingono una costituzione che avrebbe garantito loro un numero record di diritti”, e più modestamente Il Foglio lamentava la sconfitta della “sinistra riformista cilena” (sic!). Boric come Tony Blair.

Intanto però la “sinistra riformista” tornava in piazza a protestare contro l’esito del referendum, pensando bene di ricordare urbi et orbi perché in definitiva in tutte le regioni del Paese aveva trionfato il rechazo: lanci di pietre, cassonetti incendiati, banche assaltate come segnale di riconoscimento della sconfitta.

Prima batosta per Boric

Per Gabriel Boric è la prima grande batosta politica del suo mandato, frutto di un errore che potrebbe costargli caro: quello di legare a doppio filo l’azione di governo al referendum costituzionale. Una commistione di ruoli, capo di Stato formalmente super partes e militante, che a pochi mesi dalla sua elezione lo ha condannato ad indici di popolarità bassissimi.

Adesso il Cile si trova davanti a un bivio: abortire definitivamente il processo costituente o farlo rivivere possibilmente su basi meno settarie, una alternativa sulla quale il neo-presidente si gioca gran parte della sua residua credibilità.