Esteri

Ecco perché la guerra in Ucraina sta diventando un incubo per Putin

I successi di Kiev dimostrano che gli aiuti sono efficaci e può vincere. Le sanzioni funzionano: arma del gas a doppio taglio, gli introiti cominciano a diminuire

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Vladimir Putin
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Se in Ucraina tutto finirà come è auspicabile, con la sconfitta dell’esercito aggressore russo, il 10 settembre 2022 resterà nella storia delle operazioni militari. La controffensiva di Kyiv ad est ha trafitto le linee nemiche come un coltello nel burro, lungo le direttrici delle riconquistate cittadine di Kupyansk e Izyum, per estendersi fino a liberare una zona di circa 9 mila chilometri quadrati in quattro giorni di avanzata.

Per capirci, gli ucraini si sono ripresi in questo lasso di tempo più territori di quelli occupati dalle truppe russe nei cinque mesi precedenti. A questo risultato vanno aggiunte le vittorie ottenute la scorsa primavera nelle regioni di Kyiv, Chernihiv e Sumy, ormai saldamente in mano ucraina.

Per Mosca un ritiro umiliante

Quel che il circo del giornalismo italico da balera ha definito “un fazzoletto di terra” o semplicemente “una vittoria tattica che non cambia le sorti del conflitto”, rappresenta la più umiliante sconfitta militare inflitta a Mosca dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Anche dall’Afghanistan i sovietici si erano ritirati più per logoramento che per una chiara inferiorità sul campo, mentre in Cecenia erano state le operazioni di guerriglia urbana a fiaccare le loro velleità di controllo. In Ucraina, in un confronto tra eserciti regolari, dopo mesi di inutili tentativi di sfondamento, l’armata russa è stata costretta a una precipitosa ritirata sul fronte nord-orientale, portandosi dietro la solita scia di saccheggi e terra bruciata (vero e proprio atto terrorista il bombardamento delle linee elettriche delle località abbandonate).

Ma la guerra non è finita

Lasciando agli esperti militari l’analisi dettagliata delle prospettive belliche delle prossime settimane e senza lasciarsi andare a facili entusiasmi – la guerra non è finita – si possono trarre dall’esito della controffensiva almeno tre conclusioni.

1) L’invasione russa è stata fermata e difficilmente ormai potrà essere portata a termine; 2) le armi e l’addestramento forniti dai Paesi occidentali (Stati Uniti e Regno Unito in primis) hanno svolto un ruolo decisivo nel riequilibrare un conflitto il cui esito in troppi hanno continuato per mesi a dare per scontato; 3) nonostante i numerosi profeti della “resa per la pace” – in realtà semplicemente voci pubbliche al servizio dell’aggressore – l’Ucraina sta dimostrando di poter vincere questa guerra e ritornare in possesso dei territori occupati.

Anche se il Donbass e numerosi distretti meridionali restano sotto il tallone russo, non è azzardato ipotizzare che saranno le prossime tappe di un’ulteriore controffensiva. Se la prima è stata possibile grazie all’effetto sorpresa, la seconda dovrà approfittare dello sbandamento degli alti comandi e della demoralizzazione degli effettivi sul campo.

Intelligence e aiuti militari

Spiega il New York Times che la strategia culminata con l’avanzata ad est è stata preparata negli scorsi mesi dagli ufficiali ucraini in stretta collaborazione con esperti di intelligence militare statunitensi e britannici.

Lo schema iniziale di un contrattacco massivo nel Sud del Paese è stato gradualmente sostituito da una doppia offensiva: una su Kherson di carattere tattico e un’altra, strategica e imponente, nella regione di Kharkiv. Dalla combinazione di questa manovra a tenaglia sarebbe scaturito il successo di cui Zelensky aveva bisogno per dimostrare che la guerra poteva essere vinta.

La riuscita del piano – sottolinea un portavoce dell’esercito ucraino – dipendeva “interamente dalle dimensioni e dal ritmo degli aiuti militari provenienti dagli Stati Uniti”. Da qui l’importanza fondamentale dei sistemi di artiglieria Himars nella distruzione di posti di comando e depositi di armi del nemico o dei missili Harm di produzione americana installati su vecchi MiG-29 al fine di neutralizzare le postazioni radar russe.

L’effetto dell’avanzata sul fronte orientale a questo punto è duplice: dal punto di vista militare obbliga Mosca a un ripiegamento di centinaia di chilometri in direzione del confine, evidenziando la debolezza di un esercito mal equipaggiato, disorganizzato e scarsamente motivato; dal punto di vista morale conferma la capacità delle forze armate ucraine di condurre operazioni offensive complesse, preparando Kyiv e i suoi alleati occidentali per un’offensiva sul lato Sud che potrebbe davvero rivelarsi decisiva per le sorti del conflitto.

Spezzare il corridoio che unisce il Donbass con la Crimea rappresenterebbe probabilmente la svolta che costringerebbe i russi a ripensare l’intera campagna bellica. L’attenzione principale si sposta quindi sugli oblast di Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia.

Segnali d’allarme per Putin

E mentre si succedono le conferme che Putin aveva deciso la guerra da tempo e nulla avrebbe potuto fargli cambiare idea, ogni passo falso in terra ucraina si ripercuote necessariamente sulla tenuta del suo regime.

Il primo segnale d’allarme è arrivato da San Pietroburgo, dove un gruppo di deputati della duma locale ha promosso una petizione in cui lo si accusa di alto tradimento, per aver iniziato una guerra che sta provocando enormi danni economici al Paese senza aver ottenuto nessuna delle garanzie di sicurezza con cui la retorica ufficiale l’aveva giustificata. Un gesto simbolico ma politicamente significativo.

Ben più preoccupante per Putin è però la ribellione dell’ala oltranzista del nazionalismo russo, capitanata da un agguerrito manipolo di bloggers militari che reclamano un cambio di rotta in Ucraina per rimediare a quella che definiscono “una sconfitta inevitabile”. È una nemesi curiosa e al tempo stesso inquietante che l’unica vera opposizione interna al sistema provenga dai fautori della linea dura, che vorrebbero più violenza, più morti, più distruzione.

Gli introiti oil & gas calano

Ma le cattive notizie per il padrone del Cremlino non finiscono qui. Proprio nelle settimane in cui nella variegata galassia filo-russa d’Occidente si ripete come un mantra che le sanzioni economiche sarebbero inefficaci e controproducenti, sembra che la realtà si stia incaricando ancora una volta di smentire i desiderata dei profeti di sventura.

Gli introiti derivati dalla vendita di combustibili fossili hanno toccato il livello più basso dal giugno dello scorso anno, a causa soprattutto della riduzione del prezzo del petrolio sul mercato asiatico, dove la Russia sta dirottando una parte ingente della produzione in vista delle sanzioni che entreranno in vigore a dicembre.

Allo stesso tempo lo stoccaggio di gas naturale in Europa ha già praticamente raggiunto gli obiettivi previsti inizialmente per il mese di novembre, il che aiuta a porre nella giusta prospettiva l’allarmismo prodotto dal ricatto energetico russo. Le importazioni di GNL dagli Stati Uniti e l’acquisto di gas naturale dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria hanno almeno in parte compensato la chiusura dei gasdotti di Gazprom e soci.

Lo strumento di pressione per eccellenza del Cremlino per sfibrare il fronte occidentale si rivela così un’arma a doppio taglio: se è vero che l’Europa dovrà imparare a fare a meno del gas russo a costo di importanti sacrifici sul breve e medio periodo, ancora più evidente è la dipendenza russa dalle esportazioni verso il mercato continentale.

Il petrolio si può trasportare via mare, il gas richiede infrastrutture specifiche che non possono essere semplicemente riconvertite alla bisogna. L’Asia non è in grado di riassorbire i flussi che finora sono stati destinati ai Paesi europei e, anche se un giorno lo fosse, certamente non comprerebbe allo stesso prezzo.

Il gas che i russi hanno bruciato al confine con la Finlandia in un plateale gesto di sfida rivela in realtà la debolezza strutturale interna di un regime che rischia seriamente di implodere politicamente ed economicamente, a causa delle folli ambizioni di conquista del suo rais.