Esteri

Ecco perché ucraini, finlandesi e baltici non ci stanno a rifare i “cuscinetti” dei russi

La coda insanguinata di un “Secolo lungo”: rileggere la storia per capire perché i popoli dell’Est vogliono mettersi al riparo da Mosca aderendo alla Nato

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Zelenski polonia paesi baltici

Altro che secolo breve. Noi stiamo vivendo oggi la coda insanguinata di un “Secolo lungo” che possiamo far iniziare con il 1917.

La prima rivoluzione colorata: rosso sangue

In quell’anno i tedeschi prendono Lenin, lo riempiono di denaro e lo spediscono in Russia: una operazione a suo modo geniale, potremmo definirla la prima “rivoluzione colorata”: colore rosso sangue. Ma cosa potevano avere in comune gli elmi chiodati dello stato maggiore prussiano e il leader rivoluzionario?

Facile comprendere la convergenza di interessi: Lenin con lo slogan pane-pace-terra tira fuori la Russia dal conflitto e nello stesso tempo scatena la rivoluzione comunista. I tedeschi vincono la partita della Prima Guerra Mondiale ad est e possono dislocare le loro divisioni su altri fronti, ad esempio quello alpino contro l’Italia…

La spaccatura dell’impero zarista

La guerra civile che ne consegue determina una significativa spaccatura: tutta la fascia esterna dell’ex impero zarista è “bianca”. In Finlandia, nei Baltici, in Polonia, in Ucraina prevalgono gli elementi anticomunisti. L’Ucraina “terra di confine” è caratterizzata da una oscillazione maggiore, tuttavia le forze politiche interne sono prevalentemente “borghesi”.

Nella “Moscova” invece prevale il partito bolscevico: una prevalenza con le armi, più che col consenso, considerando che nell’unica occasione di una consultazione sufficientemente libera (le elezioni dell’Assemblea costituente panrussa del 1917) il Partito Socialista Rivoluzionario ottiene più voti di quello di Lenin.

La Finlandia, i tre Paesi Baltici, la Polonia riescono a tirarsi fuori dal mondo rivoluzionato secondo i ferrei dettami dell’ideologia marxista, l’Ucraina per sua sventura vi ricade dentro.

L’Holodomor

I piccoli proprietari ucraini, i contadini che aspirano a diventare tali nella immensa distesa coltivata a grano sono riottosi alla collettivizzazione. Soffrono le imposizioni del governo di Mosca, respirano durante il periodo della NEP (con le minime concessioni alla proprietà privata e al libero commercio) per poi sprofondare nella tragedia dell’Holodomor, la grande carestia per fame che Stalin concepisce principalmente per punire una regione che non vuole essere comunista.

Holodomor vuole dire milioni di morti: la famosa storia dei “comunisti che mangiano i bambini” era in realtà macabra irrisione degli ucraini costretti al cannibalismo nello scenario della carestia programmata. Questo c’è nel passato di generazioni neanche tanto lontane e si perpetua nella memoria collettiva.

È paradossale che un uomo così ossessionato dal passato come Vladimir Putin non si avveda del motivo per cui l’Ucraina non accetta la parte di “orto di casa” della Russia.

Il Patto Molotov-Ribbentrop

Nel 1939, venti anni dopo il viaggio di Lenin con biglietto pagato dai prussiani, si ha la grande convergenza di interessi tra la Germania di Hitler e la Russia di Stalin. Non è solo la Polonia divisa in due a pagarne le spese. Berlino dà il via libera a Mosca per decurtare la Romania della Bessarabia e della Bucovina del Nord, per occupare i tre Stati Baltici e invadere la Finlandia, che però si difende. Anche i finlandesi oggi ricordano quella guerra tenacemente combattuta per non soccombere.

Peraltro il Patto Molotov-Ribbentrop in quanto alleanza tra i due estremismi nazista e comunista rappresentava il retroterra ideologico di certi atteggiamenti odierni di simpatia nell’area dell’estrema destra nei confronti dello “Zar” che rende omaggio alla bandiera sovietica.

La vicenda di Bandera

La diplomazia tedesca aveva compiuto una giravolta nel 1939 venendo a patti con Stalin e due anni dopo completa il giro di 360° e invade l’Unione Sovietica. Nella tragedia dell’Operazione Barbarossa si inserisce anche la vicenda controversa di Bandera: nazionalista ucraino che si appoggiava ai tedeschi per ottenere l’indipendenza dall’Urss.

Appoggiarsi ai tedeschi significava anche essere complici della spietata occupazione, inclusi i rastrellamenti di ebrei, ma soprattutto significava non aver compreso le intenzioni dei tedeschi: nessuna concessione di indipendenza agli ucraini e colonizzazione dell’Est Europa come spazio vitale della razza superiore. Lo stesso Bandera a un certo punto fu internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

Il mito dell’Ucraina nazista

Oggi la Russia descrive una Ucraina “banderista” nel suo insieme. Sono mistificazioni per giustificare un suo ruolo da Stato-protettore. Nel Parlamento ucraino la presenza di una estrema destra “nostalgica” è minimale, ma soprattutto la volontà maggioritaria negli ucraini di aderire alla Ue indica la disponibilità ad aderire a standard che non si conciliano con un l’estremismo nazionalista.

La verità è che la tendenza “banderista” avrebbe molte più possibilità di lievitare qualora l’Ucraina fosse ricacciata in un limbo al di fuori dei confini dell’area Ue-Nato, a ridosso delle famose “democrazie sovrane” di Bielorussia e Russia.

Come peraltro è vero che i russi con il concetto “denazificazione” vogliono far passare l’idea che ogni sentimento di indipendenza dell’Ucraina da Mosca sia una forma di “neonazismo”.

Riparo nella Nato

Peraltro l’impero russo-sovietico con le nazionalità ha sempre avuto problemi: ricordiamo Budapest 1956, Berlino 1961 (con la creazione di un Muro che – in perfetta analogia col concetto odierno di “denazificazione” – si chiamava Muro di Sicurezza Antinazista…), Praga 1968.

C’è da stupirsi se al crollo dell’Urss i popoli dell’Est hanno cercato di non essere “Stati cuscinetti”, ma di mettersi al riparo dal vecchio padrone aderendo ad una struttura militare alternativa?