Esteri

Florida e Pennsylvania, le due gare che hanno segnato le midterm

Le midterm spiegate attraverso le due gare più emblematiche: la Florida che da “swing state” diventa lo Stato più “rosso” e l’autogol di Trump in Pennsylvania

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DeSantis Fetterman

Tanto tuonò che vennero giù due gocce. Questo potrebbe essere il riassunto delle elezioni più strane degli ultimi 50 anni. Per chi, come il sottoscritto, scrive di politica a stelle e strisce dal 2004, non è semplice provare ad orientarsi. Ben pochi si immaginavano un quadro così confuso.

Mentre scrivo ci sono ancora diverse gare too close to call e con tutta probabilità ci sarà pure la solita coda di polemiche e cause in tribunale ma possiamo già fare qualche considerazione generale.

Ora vita dura per Biden

La famosa red wave pronosticata con sospetto entusiasmo dalla stessa stampa mainstream non si è materializzata ma questo non vuol dire che sia stata una buona serata per il partito del presidente meno amato dai tempi del crollo di Wall Street. A meno di sorprese dell’ultimo minuto, il Gop avrà una risicata maggioranza alla Camera ed una ancora più ristretta al Senato.

Visti questi numeri, se Biden ed i suoi handlers avranno spazio di manovra per lavorare ai fianchi i Repubblicani, gli aspetti più controversi ed estremi tanto amati dall’ala progressista avranno vita durissima al Congresso. Un passo avanti, ma per riportare indietro l’orologio della storia dovremo aspettare il 2024.

Sondaggi sballati

Se dovessi indicare chi ha perso più la faccia martedì non avrei dubbi: i sondaggisti. Incredibilmente sono riusciti a non prenderne una, sottovalutando di parecchi punti il consenso del Gop negli Stati più rossi e allo stesso tempo sottostimando alla grande il turnout dei Democratici, specialmente giovani, in stati come Michigan, Wisconsin e Arizona.

A parte queste pochissime certezze, servirà tempo e parecchie analisi approfondite per capire cosa sia successo davvero in queste mid-terms. Ci proveremo nei prossimi giorni, quando le acque si saranno calmate. Iniziamo oggi con l’esaminare le due gare più emblematiche di questa giornata campale.

Il caso Florida

Seguo la politica americana dai tempi di Reagan-Mondale ma non mi sarei mai immaginato di vedere Miami diventare una roccaforte repubblicana. Contrariamente a tutte le altre grandi città americane, anche in Stati come Texas e Georgia, la capitale non ufficiale del Sudamerica si è consegnata anima e corpo al vero trionfatore di questa tornata elettorale, il governatore della Florida Ron DeSantis.

Questo italo-americano di 44 anni, cattolico, conservatore fino al midollo, che alterna momenti da topo di biblioteca a crociate mediatiche che sembrano fatte per attirare like sui social, è stato un rullo compressore. I Democratici, intuendo la mala parata, si erano affidati ad un ex Repubblicano come Charlie Crist, un vero e proprio agnello sacrificale.

Nonostante il DNC abbia speso una fortuna per puntellare lui e gli altri candidati democratici, è stato un bagno di sangue. La mappa elettorale della Florida è una roba mai vista: 63 delle 67 contee sono state vinte con ampi margini dal Gop. A resistere solo alcune aree urbane come Fort Lauderdale, Orlando o città universitarie come Tallahassee e Gainesville.

Quello che dai tempi di Gore-Bush è sempre stato considerato lo swing state per eccellenza è diventato magicamente lo Stato più rosso dell’intera Unione, stracciando tutti gli stati della Bible Belt. In quattro anni, DeSantis è riuscito a convincere praticamente tutti, specialmente gli indipendenti e la larghissima comunità ispanica, che ha abbandonato la big tent democratica in numeri impensabili fino a pochi giorni fa.

Non è stata solo una vittoria personale, visto che anche un candidato decisamente più indigesto per i fedelissimi di Trump come Marco Rubio è stato rieletto con margini più “umani” rispetto all’umiliante 59-40 rimediato dal povero Charlie Crist, ma l’effetto traino di DeSantis è innegabile.

Replicabile a livello nazionale?

Questa tempesta perfetta ha radici profonde, costruite nel tempo grazie alla competenza della sua amministrazione, la risposta da manuale ai tempi della pandemia e la vittoriosa battaglia contro la potentissima Disney, ma sarà replicabile a livello nazionale?

DeSantis ha un curriculum impeccabile ma, finora, non si è mai affacciato fuori dalla Florida e non sembra aver avuto tempo di costruirsi una rete di contatti a livello nazionale. Riuscirà a resistere alle tante sirene più o meno interessate che, dopo averlo dipinto come il peggio del peggio, ora lo vedono come l’unica speranza per il Gop tra due anni? Vedremo.

Il sogno degli anti-Trump

Una cosa è certa: il sogno nemmeno troppo proibito dei Democratici e dello stesso establishment repubblicano è Trump e DeSantis che si scannano spendendo buona parte del loro war chest in uno scontro frontale alle primarie.

Per noi political junkies di lungo corso, vedere in Florida lo tsunami rosso che conquista una dopo l’altra contee dove i Repubblicani non vincevano da 50 anni è stato davvero spettacolare. Accontentiamoci.

L’autogol in Pennsylvania

Se il Sunshine State sembrava l’inizio di una serata memorabile per il Grand Old Party, a raffreddare parecchio l’entusiasmo sono arrivate le notizie dalla Pennsylvania, immagine speculare del trionfo in Florida.

Se da una parte tutto è andato molto meglio di quanto ci si potesse aspettare, l’altra è stata l’ennesima dimostrazione che la legge di Murphy è viva e vegeta: tutto quello che poteva andare storto è andato storto.

Quel seggio del Senato che potrebbe fare tutta la differenza del mondo è finito ad un uomo, John Fetterman, le cui facoltà mentali sono ancora più dubbie di quelle dell’inquilino della Casa Bianca. Come è possibile che sia stato eletto un candidato che, nell’unico dibattito pubblico, fatto convenientemente sparire dalla rete da Silicon Valley, abbia abbondantemente dimostrato le devastanti conseguenze del suo recente infarto?

Semplice: i Repubblicani non avrebbero potuto scegliere un candidato peggiore di Mehmet Oz. Perché mai una popolarissima personalità televisiva ha avuto l’effetto della kriptonite sugli elettori del Keystone State? Perché questo è uno stato profondamente legato alla sua immagine tradizionale, fatta di gente alla mano, che lavora duramente, senza pretensioni di sorta.

Oz, uno molto più a suo agio ad un gala a New York che ad una partita degli Steelers, l’amatissima squadra di football di Pittsburgh, sembrava davvero un pesce fuor d’acqua. In questo caso l’endorsement di Trump è stato un autogol devastante per il Gop. La sua entrata a gamba tesa, tanto per far capire a tutti che il partito è cosa sua, ha creato il caos.

A farne le spese una candidata carismatica come Kathy Barnette, la cui storia avrebbe risonato molto di più con gli indipendenti.

Stesso dicasi per l’altro candidato quasi imposto da Trump, Doug Mastriano, poco efficace dal lato comunicativo e con un curriculum tutt’altro che inattaccabile. Dopo la sua pesante sconfitta nei confronti di Doug Shapiro, ogni speranza di sistemare il caos elettorale che ha generato fenomeni assurdi come i voti postali, al 90 per cento a favore dei candidati democratici, è ridotta al lumicino.

Uno stato che sembrava sempre più spostarsi a destra è stato condannato da scelte discutibili che si sono rivelate autolesionistiche.

Sprecata un’occasione unica

Purtroppo per i Repubblicani errori del genere si sono ripetuti altrove, gettando al vento un’occasione forse unica per ridefinire gli equilibri elettorali dell’Unione. Servirà a qualcosa? Sarà l’occasione giusta per mettere al tavolo le due anime apparentemente inconciliabili del Gop? Non sono molto ottimista, a dire il vero.

I coltelli contro Trump sono già fuori e pronti a colpire. I Repubblicani avevano tutto a proprio favore: un’economia a pezzi dopo due anni di disastrosi lockdown, i genitori mobilitati dalle politiche woke nelle scuole, tre quarti della popolazione convinta che il Paese stesse andando a ramengo.

Nonostante tutto, il partito responsabile di una profonda crisi sistemica, la più grave dagli anni ‘70, è vivo e vegeto. Oltreoceano gira una battuta sardonica: non sottovalutate mai come il Gop sia capace di rovinare tutto.

Il cosiddetto “evil party” non è stato spazzato via grazie agli autogol dello “stupid party”. Se qualcuno provasse a dirvi che aveva previsto tutto, non credetegli. Una roba del genere non se l’aspettava davvero nessuno.