Esteri

Himars ma con gittata limitata: da Biden ancora una scelta non coraggiosa

L’ambivalenza Usa resta: Washington continua a calibrare i suoi aiuti militari a Kiev sulla difesa e non sulla controffensiva

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Washington si è decisa a fornire a Kiev sistemi missilistici più avanzati e precisi, come i lanciarazzi multipli Himars (sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità), ma con munizioni che non possono superare gli 80 chilometri di gittata e previo impegno da parte ucraina di non utilizzarli per colpire obiettivi in territorio russo.

Non si tratta dei missili a medio raggio da 300 chilometri e oltre che aveva chiesto il presidente ucraino Zelensky e che il presidente Biden gli aveva negato due giorni fa. Nessun ripensamento, dunque, da parte della Casa Bianca.

L’annuncio ieri in un op-ed sul New York Times firmato dal presidente americano in persona: “Ho deciso che forniremo agli ucraini sistemi missilistici e munizioni più avanzati che consentiranno loro di colpire con maggiore precisione gli obiettivi chiave sul campo di battaglia in Ucraina”.

Missili Usa a scopo difensivo

A dispetto della reazione minacciosa di Mosca, e dei soliti allarmi di escalation qui in Occidente, in realtà anche quest’ultima decisione dimostra come Washington continui a calibrare il suo sostegno a Kiev sulla difesa e non sulla controffensiva. Anche se nel frattempo aumentano i territori ucraini sotto il controllo russo, gli aiuti militari Usa sembrano finalizzati alla difesa dei territori che restano, non a riprendersi quelli persi.

Come ha spiegato Edward Luttwak ad Atlantico Quotidiano, nell’intervista che pubblichiamo oggi, “lo scopo di tali razzi è quello di fornire agli ucraini la capacità di fare fuoco di controbatteria“, di permettergli di “rispondere con mezzi adeguati” al fuoco dell’artiglieria russa nel Donbass.

I lanciarazzi multipli “non sono sufficienti a sconfiggere i russi“, osserva anche l’analista militare Claudio Bertolotti, citato da Huffington Post. Non serviranno a ricacciarli indietro, ma permetteranno all’Ucraina di proteggere le grandi città dall’avanzata delle forze terrestri russe.

La prima linea rossa di Biden?

Con l’invio di questo tipo di lanciarazzi forse per la prima volta Washington sta fissando una sua linea rossa nel conflitto ucraino, dopo aver a lungo e più volte subito e rispettato le linee rosse tracciate dal Cremlino. In sostanza, il messaggio a Mosca è di non andare oltre il Donbass.

Forte anche la presa di posizione arrivata ieri dal segretario di Stato Blinken riguardo i rischi di una escalation evocati dal ministro degli esteri russo Lavrov: “è la Russia che ha attaccato, se la Russia vuole evitare un’escalation può fermare la guerra“. Una risposta che rispedisce il pallone nella metà campo avversaria.

L’ambivalenza Usa resta

Resta il tema dell’ambivalenza della politica ucraina dell’amministrazione Biden (che abbiamo approfondito in questo articolo) e resta una certa vaghezza negli obiettivi e nella definizione di una sconfitta russa. L’obiettivo dichiarato è il “fallimento strategico” dell’aggressione russa, ma quali siano i termini di questo fallimento non è ancora chiaro.

Per Henry Kissinger, come ha spiegato al forum di Davos, un ritorno allo status quo pre-invasione sarebbe un obiettivo di guerra e negoziale legittimo, nel senso che non significherebbe perseguire una sconfitta umiliante della Russia.

Ma mentre gli ucraini vorrebbero lanciare una controffensiva per respingere i russi sulle posizioni che occupavano prima del 24 febbraio, gli Usa non sembrano aver intenzione di inviare le armi necessarie a perseguire tale scopo, ritenendole ad estremo rischio escalation. Questo è il paradosso: le armi che servirebbero a Kiev per fare davvero male ai russi sono escluse da Washington proprio per timore che abbiano troppo successo, provocando una reazione di Mosca.

Obiettivi Usa e sconfitta russa

C’è chi, come Charles Kupchan del Council on Foreign Relations, ritiene che la Russia abbia “già subito una decisiva sconfitta strategica“, per il solo fatto di non essere riuscita a far cadere Kiev, per le pesanti sanzioni da cui è stata colpita e per il rafforzamento della Nato.

Tuttavia, sebbene Mosca abbia dovuto ridimensionare i suoi obiettivi, siamo sicuri che la conquista dell’intero Donbass e del corridoio terrestre nell’Ucraina orientale e meridionale fino alla Crimea rappresentino una sconfitta per la Russia? Come la Crimea e parte del Donbass nel 2014, i nuovi territori strappati al controllo di Kiev potrebbero essere usati da Mosca come trampolino di lancio per una successiva aggressione, o anche solo come base per una destabilizzazione permanente dell’Ucraina.

Walter Russell Mead ritiene che l’esito non sia ancora deciso e che l’amministrazione Biden abbia di fronte a sé “un’opportunità irripetibile per segnare una vittoria storica che rimodelli il campo di gioco globale a vantaggio dell’America”. Ma per coglierla deve fare tutto il possibile per approfittare degli errori di Putin e impedirgli di ricostituire un impero alle porte dell’Ue e della Nato.

Nonostante gli insuccessi iniziali e le ingenti perdite sul terreno, e sebbene indebolita dalle sanzioni, infatti, la Russia può ancora strangolare l’Ucraina.

Dalle pagine del New York Times, il presidente Biden ribadisce che l’obiettivo è una Ucraina “democratica, sovrana e indipendente“. Il segretario di Stato Blinken gli fa eco, assicurando che “gli alleati Nato rimangono impegnati e allineati a garantire che l’Ucraina possa proteggere la sua sovranità, democrazia e indipendenza”.

Obiettivi ancora piuttosto vaghi, ma non si fa cenno a integrità e territori. Si potrebbe argomentare che la perdita della Crimea, del Donbass e del corridoio sud-orientale da Mariupol a Kherson non intaccherebbe la sovranità, la democrazia e l’indipendenza ucraina.

Ma dipende. Il punto è che se Kiev sarà, come probabile, costretta a rinunciarvi, sarà assolutamente vitale che mantenga un importante accesso al Mar Nero (Odessa) e che ottenga adeguate garanzie di sicurezza occidentali. In tal caso, si potrebbe parlare di una sconfitta strategica per Putin, che non riavrebbe indietro il suo impero. Viceversa, la sovranità e l’indipendenza indicati da Biden e Blinken come obiettivo Usa resterebbero solo sulla carta, di fatto non esisterebbe più uno Stato ucraino non soggiogato da Mosca.