Esteri

Crisi in UK

Johnson lascia, ma la guerra per l’anima dei Tories prosegue

BoJo ha pagato non solo la “questione morale”, ma anche le profonde divisioni tra la vecchia anima post-thatcheriana e la nuova più vicina alla working-class

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Boris Johnson
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Boris Johnson se ne va. La volontà del partito è chiara, ha detto fuori da Downing Street, dove resterà fino ad ottobre, tra i mugugni del gruppo parlamentare Tory. Ci sarà l’elezione del nuovo leader del partito e poi si farà da parte. Finalmente, secondo alcuni. Purtroppo, secondo altri.

Il nuovo primo ministro erediterà un partito diviso come non mai e non sarà facile mettere insieme le diverse anime dei Conservatori prima della prossima campagna elettorale.

Non solo la “questione morale”

Il partygate, il caso Pincher, e, prima ancora, il caso Paterson, hanno messo a dura prova la lealtà dei parlamentari Tory al premier, ma sarebbe riduttivo dire che Johnson ha perso il partito per la questione morale all’inglese e per l’integrità che è mancata alla sua azione.

Profonde divisioni stanno lacerando il partito in materia di politica economica, implementazione della Brexit, gestione delle restrizioni durante la pandemia e tanto altro.

Le diverse anime del partito

La coalizione di elettori che nel 2019 aveva trionfalmente confermato Johnson a Downing Street si e rivelata impossibile da rendere coesa, con i vecchi Tories post-thatcheriani del sud che non si sono mai mixati fino in fondo con i deputati eletti nell’ex Red Wall laburista, vera chiave del successo di Boris.

Più di qualsiasi scandalo e di qualsiasi leader, a lacerare i Tories è la trasformazione in un partito nazionalista inglese vicino alla working class del nord-nord est del Paese.

Le incoerenze di BoJo

E così, anche se il premier può vantare di avere portato a termine il primo pezzo della Brexit – come promesso in campagna elettorale – sono sorte le domande su quale Brexit in realtà servisse al Paese: più protezionismo o più liberismo? Su questo Johnson non è riuscito a esprimere un pensiero coerente.

Come sul levelling up, l’altra grande idea forte della sua premiership. Riequilibrare la ricchezza tra le varie componenti del Regno. Ok, ma come? L’esito delle sue politiche è stato, dopo quasi tre anni, solo un paper pubblicato dal Levelling Up Minister, Michael Gove, cacciato ignominiosamente ieri sera prima dell’addio, criticato fortemente da media e istituzioni locali.

Spinto dal partito, Johnson ha capito per primo che le restrizioni anti-Covid andavano tolte per non ingolfare le liste d’attesa dell’NHS e non frenare ulteriormente l’economia, ma quando ha reimposto l’uso delle mascherine al chiuso prima di Natale, ben 99 Tories gli hanno votato contro, nel primo vero gesto di ribellione nei suoi confronti.

Anche sull’Ucraina il premier inglese è stato uno dei pochi a capire il pericolo rappresentato da Vladimir Putin per la sicurezza europea e per la Nato. Il suo sostegno a Kiev gli è valso la simpatia del popolo ucraino, ma non quella dei suoi temuti backbenchers, che lo hanno criticato per avere preferito un viaggio nella capitale in guerra rispetto a quello a Doncaster, dove era in programma un forum del Northern Research Group del partito.

Chi riuscirà a unire i Tories?

Johnson lascia, dunque, ma non è chiaro a chi, né come il nuovo leader Tory gestirà l’emergenza inflazione, il carovita, la questione relativa al protocollo nordirlandese e anche quella scozzese. Difficile, oggi, fare pronostici su chi sarà in grado di unire il partito.

Non sarà Johnson. Lui non è mai stato un uomo per unire le varie anime dei Tories. Anzi, ha prosperato sulla concezione avversariale tipica della politica anglosassone. La sua eredità potrà essere valutata, con più calma, nei prossimi anni.