Esteri

Relazioni pericolose: scienziati Usa ancora collaborano con l’esercito cinese

Nonostante le tensioni prosegue la collaborazione tra scienziati dei Paesi Nato, in particolare americani e tedeschi, e colleghi cinesi che lavorano per l’industria militare

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La rivista americana Newsweek ha pubblicato un articolo in cui si rende noto che, nonostante la tensione tra la Cina comunista e l’Occidente, vi sono fiorenti rapporti di collaborazione tra gli scienziati di Pechino che lavorano per l’Esercito Popolare di Liberazione e loro colleghi dei Paesi Nato.

La notizia riguarda in primo luogo scienziati americani, ma sono coinvolti anche ricercatori tedeschi e di altre nazioni che fanno parte dell’Alleanza Atlantica.

Si noti innanzitutto un primo fatto. La ricerca scientifica è tipicamente trasversale e transnazionale, ragion per cui non dovrebbe sorprendere più di tanto la collaborazione tra scienziati di Paesi che non sono in buoni rapporti.

Cina avversario strategico

C’è però un enorme caveat di cui tenere conto. Dopo un periodo di “rilassamento”, soprattutto durante la presidenza Obama, con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca l’America ha finalmente capito che la Repubblica Popolare è un avversario strategico dell’Occidente, assai più pericoloso della stessa Russia di Vladimir Putin.

Trump aveva addirittura avviato il decoupling, vale a dire la separazione tra l’apparato industriale, economico e finanziario di Pechino e quello di Washington, da lui giudicati troppo interconnessi (e aveva ragione). Joe Biden ha poi confermato tale approccio, mentre i rapporti tra i due Paesi continuavano a peggiorare a causa delle mire cinesi su Taiwan.

I rischi della cooperazione

Ora invece apprendiamo che, a dispetto di ogni tensione, gli scienziati dei due Paesi che lavorano nell’ambito della ricerca e dell’industria militare hanno continuato – e continuano – a collaborare senza incontrare ostacoli. E non si tratta solo di uno scoop giornalistico. Newsweek infatti si basa su un rapporto della Nato, il quale lascia intendere che la cooperazione è assai maggiore di quanto si potesse immaginare.

Qual è il pericolo posto da tale situazione? Ovviamente che la Repubblica Popolare, già nota per non rispettare i vincoli dei brevetti e per l’abilità nel “copiare” progetti altrui, ne approfitti per promuovere trasferimenti di tecnologia occidentale in Cina, in pratica facendo avanzare “gratis” la propria industria bellica (che è meno efficiente di quanto solitamente si ritiene).

Non è più la Cina di Deng

Una possibile spiegazione di questa stranezza è che il mondo scientifico reagisce con maggiore lentezza, rispetto a quello politico, ai cambiamenti di rapporti tra nazioni e alleanze.

In effetti, dopo le riforme di Deng Xiaoping, le relazioni Usa-Cina erano molto migliorate, con la firma di importanti accordi in campo economico, culturale e, per l’appunto, scientifico.

Il problema è che, contrariamente a quanto l’Occidente si attendeva, la Repubblica Popolare non si è affatto democratizzata. Al contrario, è diventata sempre più irrispettosa dei diritti umani e sempre più aggressiva in politica estera.

Come del resto testimoniano la brutale repressione del movimento democratico di Hong Kong e la progressiva militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, con la costruzione di una catena di isole artificiali potentemente armate e per di più situate in acque internazionali.

Il rapporto Nato

Il rapporto Nato cita 835 progetti di collaborazione nell’ambito della ricerca con scopi militari, che vede coinvolti soprattutto americani e tedeschi. Funzionari dell’Alleanza Atlantica si sono detti sorpresi per la mole “immensa” di tali progetti, del tutto insospettabile viste le pessime relazioni oggi esistenti. Invocano quindi una “stretta” che limiti gli scambi in ambito militare. Altrimenti è del tutto inutile puntare il dito contro Pechino, se poi la cooperazione nella ricerca militare prosegue indisturbata.

È probabile che venga chiesto all’amministrazione Biden di prendere provvedimenti in merito, anche se finora non ci sono state reazioni da parte della Casa Bianca.

Pechino cambia approccio

Attenzione, però. I cinesi stanno cambiando posizione dopo aver visto il disastro putiniano in Ucraina, e cercano ora di migliorare i rapporti con l’Occidente. Il nuovo ministro degli esteri cinese, Qin Gang, è stato in precedenza ambasciatore della Repubblica Popolare a Washington, e vanta ottimi rapporti con l’establishment Usa.

C’è solo da sperare che gli americani non si facciano di nuovo ingannare, come purtroppo è avvenuto troppo spesso negli ultimi decenni.