Esteri

Cina-Russia

Tra Cina e Russia un patto un po’ meno di ferro: e se fosse destinato a non durare?

Pechino: Mosca un partner, non un alleato. Tutti i motivi di una storica diffidenza reciproca: la debolezza russa e la competizione in Asia centrale

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Vladimir Putin Xi Jinping

Molti segnali indicano che il patto di ferro stretto da Vladimir Putin e Xi Jinping poco prima dell’aggressione russa all’Ucraina non sia destinato a durare a lungo. Si noti, innanzitutto, che la Cina sta facendo ben poco per aiutare la Russia nella sua spietata guerra di conquista. Non fornisce il sostegno economico sul quale Mosca contava, per non incorrere in sanzioni secondarie e, com’è noto, i rapporti economici e finanziari di Pechino con l’Occidente sono assai più importanti di quelli con la Russia. Né si parla di aiuti militari.

Mosca un partner, non un alleato

Durante il suo intervento allo Shangri-La Dialogue, il ministro della difesa cinese, Wei Fenghe, ha escluso che il rapporto con la Russia sia una “alleanza”, definendo invece Mosca un “partner importante”, e assicurando che Pechino “non ha mai fornito materiale” ai russi da quando hanno invaso l’Ucraina a febbraio. “Il rapporto tra Cina e Russia si sta sviluppando lungo la strada giusta. È un partner importante, non un alleato, e il nostro rapporto, che continuerà a crescere, non è diretto contro terzi”.

Il fatto è che, prima o poi, Mosca e Pechino sono destinate a scontrarsi per la supremazia in Asia. La Cina ha sempre considerato i russi degli intrusi nel continente di cui ambisce ad avere il dominio. Le grandi conquiste asiatiche realizzate dagli eserciti zaristi avvennero, in effetti, in un periodo di grande debolezza dell’impero cinese, il cui territorio era preda pressoché imbelle delle grandi potenze coloniali quali Gran Bretagna, Francia, Giappone, Russia per l’appunto, con una piccola partecipazione italiana.

La debolezza russa e la pressione cinese

È difficile, inoltre, immaginare che con soli 146 milioni di abitanti (peraltro destinati a diminuire ancora nel prossimo decennio) la Federazione Russa riesca a tenere sempre sotto controllo un territorio immenso che si estende su due continenti. Si pensi solo al fatto che, grazie alla vittoria nel secondo conflitto mondiale, Mosca occupa tuttora le isole Kurili, che sono giapponesi tanto dal punto vista storico che da quello geografico. Per non parlare del porto di Vladivostok, che si affaccia sul Pacifico proprio di fronte al Giappone. I cinesi, che lo vorrebbero inserito nella loro zona d’influenza, lo chiamano Haishenwai.

Anche motivazioni economiche inducono a ritenere improbabile che la Russia riesca a resistere alla pressione della Repubblica Popolare, che con la Federazione Russa condivide un confine di 4 mila chilometri. Già teatro di scontri armati tra i due Stati, allora entrambi comunisti, sul fiume Amur nel 1969. Ma le relazioni non sono mai state del tutto pacifiche. Stalin aiutò economicamente Mao quando prese il potere, ma lo fece attendere a lungo prima di riceverlo in occasione della sua unica visita a Mosca (e il Grande Timoniere se la legò al dito).

Si rammenti che quella russa è soltanto la quindicesima economia mondiale, con un Pil assai inferiore a quello dei principali Pasi europei (Italia inclusa), mentre la Cina è diventata la seconda economia del mondo. Le due potenze entrarono poi in competizione per il predominio nel movimento comunista mondiale. Pure il collante ideologico a un certo punto venne meno. Mentre nell’Urss prevalse sempre la versione classica del marxismo-leninismo (il cosiddetto Diamat), nella Repubblica Popolare Mao Zedong ne elaborò una versione cinese che i russi tacciarono di eresia e di “volontarismo”.

Insomma i due Stati non sono fatti per intendersi, e Pechino criticò duramente Gorbaciov per aver permesso la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Deng Xiaoping, per esempio, promise solennemente che in Cina un fatto simile non sarebbe mai accaduto, promessa mantenuta con il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989.

Dunque, pur unite nell’attuale matrimonio di convenienza, Repubblica Popolare e Federazione Russa sono destinate a scontrarsi in futuro per la supremazia asiatica. Ed è chiaro che ai cinesi non piace il concetto di “Eurasia”, uno dei cardini della “ideologia” putiniana.

La competizione in Asia Centrale

Malgrado tutto, e pur con il suo esercito severamente impegnato nell’invasione dell’Ucraina, la Federazione Russa continua a prestare grande attenzione a quanto accade nell’Asia centrale. In particolare in alcuni Paesi, ora indipendenti, che prima facevano parte della defunta Unione Sovietica.

Vladimir Putin, al riguardo, dispone di uno strumento che si è rivelato utile anche in tempi recenti. Parlo del “Trattato di sicurezza collettiva”, in inglese “Collective Security Treaty Organization”, cui di solito ci si riferisce con la sigla “Csto”.

Spesso definita “Nato dell’Est”, questa alleanza fu creata da Mosca, dopo il crollo dell’Urss, essenzialmente per tenere unite il più possibile alcune ex Repubbliche sovietiche. Attualmente ne fanno parte, oltre alla stessa Federazione Russa, la Bielorussia, il Kazakistan, l’Uzbekistan, l’Armenia, il Kirghizistan e il Turkmenistan.

Inizialmente ne erano membri anche Azerbaigian e Georgia, che poi hanno deciso di uscirne per motivi diversi. L’Azerbaigian perché, essendo turcofono, preferisce avere solidi legami con la Turchia di Erdogan (anche in funzione anti-armena). La Georgia perché ha fatto richiesta di adesione alla Nato, scatenando anche un conflitto con Mosca che ha fatto intervenire le sue truppe.

Non a caso a Erevan, capitale dell’Armenia, si è appena riunito il vertice della Csto, praticamente in concomitanza con il summit a Bucarest dei Paesi Nato dell’Europa orientale, con la presenza di Jens Stoltenberg, in cui si è discussa la situazione in Ucraina. Il ministro degli esteri russo Lavrov ne ha approfittato per denunciare, come fa sempre, quelle che considera mire egemoniche dell’Alleanza Atlantica in Europa (e non solo).

In ogni caso la Csto ha dimostrato negli ultimi tempi di essere utile a Mosca e funzionale ai mai sopiti progetti di ricostruire uno “spazio sovietico” tra Europa e Asia. Anche in ossequio al già citato concetto di “Eurasia” caro a Putin e al suo circolo di fedelissimi.

Il leader del Cremlino ha per esempio aiutato il dittatore bielorusso Lukashenko a sedare una rivolta popolare scoppiata a Minsk, inviando in loco truppe russe e di altri Paesi della Csto. Operazione ripetuta in Kazakistan dove, dopo la caduta del “presidente eterno” Nursultan Nazarbayev, il suo successore Kassym-Zhomart Tokaev ha pure lui invocato l’aiuto della Csto, ottenendolo, e stroncando così una rivolta popolare che rischiava di diventare pericolosa vista la grande importanza geopolitica e strategica di questo immenso Paese.

Il summit di Erevan

Con il summit di Erevan, Putin ha inteso ribadire la funzione strategica dell’alleanza e ricompattarla. Alcuni Stati membri infatti, tra cui Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, non hanno gradito l’invasione dell’Ucraina. In sede Onu non si sono schierate al fianco della Federazione Russa quando in marzo si sono votate le risoluzioni di condanna dell’invasione.

In ogni caso la Csto è destinata a mantenere la sua importanza, soprattutto se alla fine Mosca riuscirà a prevalere in Ucraina. In caso contrario è invece prevedibile la dissoluzione dell’alleanza, anche perché molti suoi membri mantengono buoni rapporti con Pechino.

Si noti quanto sia ancora lunga l’ombra della ex Unione Sovietica in questa parte del mondo. Il russo ha mantenuto in molti Stati della Csto la funzione di lingua veicolare, e i governanti continuano gravitare nell’orbita di Mosca. Segno che la nostalgia per l’era sovietica in questa parte del mondo è ancora presente, almeno a livello di vertice.