Esteri

Ucraina, ecco i tre scenari possibili dopo l’inverno

Intervista all’ambasciatore Checchia: improbabile che le rivolte in Iran portino alla caduta del regime. Teheran minaccia su più fronti, Israele vigile sul rischio atomica

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L’evoluzione della situazione in Medio Oriente e in particolare in Iran, dove le rivolte proseguono nonostante la repressione del regime, il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia, e il punto diplomatico e militare sul conflitto in Ucraina. Questi i temi che abbiamo affrontato con Gabriele Checchia, presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e già ambasciatore Nato.

Una guerra di posizione

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Presidente Checchia, come vede l’andamento del conflitto in Ucraina? Quali sono a suo avviso le prospettive militari sui campi di battaglia?

GABRIELE CHECCHIA: Sul campo di battaglia attualmente osserviamo una fase di stallo, dovuta anche all’imminente arrivo dell’inverno che rallenta le operazioni militari, a causa delle condizioni atmosferiche estremamente rigide.

I russi stanno ripiegando e provano a fortificare le proprie posizioni in chiave difensiva, per rallentare o fermare la controffensiva di Kiev. Questo denota l’inizio di una guerra di posizione ed attrito, che resterà tale almeno fino all’arrivo della primavera ed al rialzo delle temperature.

Terrorismo morale

Tuttavia, Mosca ha accentuato volutamente la macabra azione di attacco alle infrastrutture civili ed energetiche, volta a lasciare il popolo ucraino al buio ed al gelo in inverno, nella speranza di minarne la voglia di combattere e il consenso al presidente Zelensky.

Il Cremlino, attraverso questa tattica di terrorismo morale e materiale senza scrupoli, auspica di lacerare l’opinione pubblica ucraina ed abbatterne il morale, ma ritengo non riuscirà nell’intento, dato che gli ucraini non si arrenderanno.

In primavera tre scenari

Recentemente, parlando con un commentatore autorevole, ho ascoltato la formulazione di tre scenari possibili per il futuro di questo conflitto, che potrebbero verificarsi dall’arrivo della primavera in poi e si basano sulle intenzioni dei due contendenti.

Il primo, che è anche il più improbabile, immagina una fase di stallo molto prolungata sul campo di battaglia, tale da portare ad un compromesso tra le parti di tipo coreano, con la distanza diplomatica incolmabile ma senza il prorogarsi di attività belliche sul terreno.

Il secondo, per cui la volontà di Vladimir Putin di negoziare realmente potrebbe nascere solo con una nuova avanzata russa sul campo, che lo zar spera di avere se dovesse crollare il fronte militare e politico ucraino a causa della rappresaglia sui civili e sulle infrastrutture colpite dai missili di Mosca.

Il terzo, quello per cui sia invece l’Ucraina ad avanzare ancora sul terreno, riconquistando larga fetta del Donbass ed addirittura spingendosi in un attacco militare su larga scala alla Crimea, probabile unica linea rossa per Putin, tale da spingerlo ad una risposta di tipo nucleare tattica.

Processo per crimini di guerra

TADF: Nei prossimi mesi assisteremo ad una incriminazione formale del regime russo per i crimini di guerra compiuti in Ucraina? È verosimile attendersi l’inizio di un processo a carico di Putin e della sua cerchia, magari alla fine del conflitto?

GC: Credo di sì. Si parla addirittura di istituire un tribunale speciale, dedicato esclusivamente all’incriminazione del regime di Putin per i crimini di guerra compiuti in Ucraina.

Tuttavia, stiamo parlando di un percorso molto lungo, dato che fino a che Vladimir Putin resterà al comando della Russia potrà disinteressarsi ampiamente di quanto decidano simili tribunali o processi internazionali.

In Russia potrebbero esserci cambiamenti in vista della tornata elettorale del 2024, con lo zar che potrebbe lasciare aperta la strada ad un suo successore, in maniera intenzionale o meno. Ci riferiamo però ad una serie di ipotesi che non possiamo definire certe o probabili se non osserviamo prima l’evolversi del conflitto e della situazione internazionale nel prossimo futuro.

Le rivolte in Iran

TADF: Le rivolte in Iran, soprattutto se sostenute dall’Occidente, possono portare al crollo del regime degli ayatollah? C’è il rischio che possa instaurarsi al suo posto una nuova dittatura anti-occidentale?

GC: Con profondo dispiacere devo dire che non credo che le rivolte attuali, per quanto ammirevoli e coraggiose, possano comportare una caduta del regime. Le guardie rivoluzionarie, la polizia morale, i Pasdaran iraniani sono ancora forti, controllano le leve finanziarie del Paese e pertanto hanno un forte controllo sulla vita dei cittadini.

Sul piano regionale, Israele è comprensibilmente preoccupato della possibilità che il regime arrivi a dotarsi dell’arma atomica e continuerà a vigilare perché questo non avvenga, mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella trattativa per l’eventuale rinnovo dell’accordo del 2015, che probabilmente però non avverrà.

Le elezioni del 2024 non sono distanti e Joe Biden non può presentarsi all’opinione pubblica ed arrivare al voto apparendo cedevole nei confronti di Teheran. Gli americani non hanno dimenticato l’offesa ed il ricatto subiti all’epoca della cattura dei funzionari dell’ambasciata americana in Iran, poco dopo la rivoluzione del 1979, e non sopporterebbero concessioni alla teocrazia islamica.

L’atomica iraniana

TADF: La situazione potrebbe degenerare e dare vita ad uno scontro diretto tra Iran ed Israele?

GC: Non possiamo escluderlo, dato che il Medio Oriente è un calderone di tensioni. Teheran è una minaccia su più fronti, anche per l’approccio duro verso i curdi in Iraq, accusati di essere tra i promotori delle attuali rivolte popolari contro il regime.

Bisognerà osservare il comportamento del nuovo governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu. Se dovesse ritenere l’Iran ormai ad un passo dalla bomba atomica potrebbe dare il via ad una azione volta ad impedire che ciò avvenga, con le ritorsioni iraniane che ne conseguirebbero in Iraq, nella stessa Siria ed in Libano, territori dove Teheran ha influenza attraverso i suoi alleati o proxies.

Centralità nel Mediterraneo

TADF: Quali sono gli investimenti nella difesa di cui l’Italia avrebbe bisogno nel breve, medio e lungo periodo per tornare a svolgere un importante ruolo di influenza nel Mediterraneo? Come gestire i rapporti con i partner Ue e Nato in materia, Ankara in primis?

GC: Il nostro obiettivo nella regione deve essere quello di stabilizzarne i fronti più caldi, a cominciare dalla Libia, dove ancora regnano pulsioni diverse e Russia e Turchia esercitano il ruolo di dominus.

Dovremo mantenere un rapporto di stretta collaborazione con Francia e Germania, magari attraverso una azione congiunta tra Berlino, Parigi e Roma intenzionata a stabilizzare la Libia, che potrebbe portare dei frutti positivi nel medio e lungo periodo. Non è certo una sfida facile, ma al tempo stesso necessaria per il nuovo governo, che sta dando prova di grande impegno.

In merito, voglio menzionare il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha giustamente affermato come l’Italia non debba essere “l’anello debole dell’Occidente” e, insieme ai ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani ed Adolfo Urso sta svolgendo un prezioso lavoro per riportare il nostro Paese alla centralità nel Mediterraneo.

Gli Stati Uniti hanno la necessità di concentrarsi soprattutto sulla sfida cinese ed alcuni fronti potrebbero essere ulteriormente delegati agli alleati europei, pertanto l’Italia dovrà farsi trovare pronta ed accreditarsi come nazione affidabile e capace di operare in zone delicate, in accordo con gli alleati.

Per fare ciò servono investimenti mirati nella difesa e ritengo la scelta di portare le spese militari al 2 per cento del Pil nei prossimi anni molto saggia, sicuramente apprezzata dalla Casa Bianca.