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La narrazione (sbagliata) del Medio Oriente: cosa manca ai mass media?

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Le primavere arabe e i loro rispettivi sviluppi hanno portato alla luce sui media main stream un’attenzione sbalorditiva nei confronti del Medio Oriente. Una grande contraddizione che si può scorgere nella narrazione delle vicende mediorientali è l’utilizzo per lo studio della regione di categorie concepite per l’analisi politica delle strutture politiche occidentali, accompagnato da una sua limitata conoscenza storico-culturale.

Parte di questi discorsi, sviluppatisi negli anni Settanta del secolo scorso, sono figli del loro tempo. La decolonizzazione avvenuta due decadi prima in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente, ha influito marcatamente nella costruzione di questa narrazione. La lotta per la liberazione dall’imperialismo (capitalista) europeo e l’ideologia comunista ha fatto in modo che gli ‘esperti’ del Medio Oriente si orientassero verso un’analisi dei processi politici in chiave marxiana e gramsciana, prendendo in prestito da quest’ultima la nozione di ‘egemonia’. L’introduzione del neo-liberismo nella regione e la persistenza dei regimi autoritari dipendenti dai programmi di sviluppo – anch’essi una forma di capitale – dell’Occidente, ha favorito il ricorso a questa chiave di lettura. La destabilizzazione che affligge il Medio Oriente viene trattata come la nefasta conseguenza della globalizzazione e della egemonia dei mercati internazionali, specialmente quelli finanziari. Queste ‘analisi’ sono supportate da una limitata evidenza empirica. Se prendessimo, per esempio, il caso della Siria, scopriremmo che l’economia siriana è cresciuta durante gli anni della crisi del 2008, specialmente nel settore del turismo, beneficiando dell’arresto di questo comparto su scala mondiale. Inoltre, sembra essere fuorviante la dominazione dei capitale in paesi, come l’Egitto, dove il primo imprenditore è lo stato, in particolare i militari, che controllano un settore chiave dell’economia del paese delle Piramidi, il settore immobiliare e le costruzioni. In generale, l’accesso alle risorse economiche dell’intera regione è sotto il controllo di un numero limitato di individui che le distribuiscono alle loro clientele. Questo è particolarmente vero di quei paesi che finanziano la maggior parte del loro bilancio da risorse non strettamente fiscale, come i maggior produttori di petrolio. Brevemente, chi controlla l’economia in Medio Oriente è una piccola cerchia di potere locale, non certo il capitale internazionale.

Metodologicamente, la debolezza e la poco fondatezza di queste analisi è il fallimento di “seeing things their way”, come suggerisce lo storico inglese del pensiero politico Quentin Skinner, ossia quello di vedere in faccia la realtà per come è ed analizzarla di conseguenza. L’altro campo, sebbene ce ne siano molti altri, in cui queste analisi discutibili fanno da padrone è culturale, specialmente nel caso dell’Islam. Discutendo di Medio Oriente, l’Islam deve essere trattato come l’elefante nella stanza, sebbene sia doveroso specificare che l’elefante non corrisponde interamente alla grandezza della stanza. In queste analisi, all’Islam viene attribuita una funzione puramente religiosa e confinata alla sfera individuale. Tale caratterizzazione sembra non essere sufficientemente persuasiva. Adottando un angolo di osservazione puramente legale, per esempio, è storia che i paesi del Medio Oriente abbiano preservato, seppur in parte e “all’occidentale”, ossia in forma codificata, principi della Shari’a, la legge islamica, non solo dagli anni Ottanta del secolo scorso, la “canonica” data del processo di islamizzazione del Medio Oriente, che interessa vari ambiti della legge, dal diritto di famiglia, ampiamente giustificato dalla Shari’a, al diritto e alla procedura penale.

Sebbene l’islamizzazione non debba spaventare, poiché i suoi fini, quali la sua penetrazione della politica del Medio Oriente e il cambiamento sociale che essa propone non sono chiari nemmeno ai chi la propugna, essa chiaramente testimonia che l’Islam abbia un determinato peso nello scacchiere socio-politico mediorientale. Non si deve, tuttavia, credere che l’islamismo sia un ritorno alla età dorata degli albori dell’Islam, attribuendo a questo fenomeno un’essenza ciclica e ridondante. Piuttosto, esso va analizzato in relazione agli sviluppi sociali della regione, in veste di risposta, anche da parte degli stessi regimi, al fallimento del nazionalismo arabo, l’ideologia che ha contribuito enormemente alla costruzione dello stato post-coloniale nella regione. In questa prospettiva, l’islamizzazione del mondo mediorientale è, discutibilmente, la risposta a un vuoto ideologico forte, parimenti sentito dallo status quo e dalle masse.

Questi sono alcuni aspetti che i mass media tendono a minimizzare o ad oscurare completamente nelle narrazioni della società del Medio Oriente, specialmente in relazione alla complessità delle sfide del nostro tempo. Un’analisi che possa tentare di raccontare una regione così cruciale per l’Italia, soprattutto in relazione agli sviluppi geopolitici dell’area mediterranea come la tanto desiderata stabilizzazione della Libia è cruciale per aumentare la consapevolezza della società civile su questi temi tanto delicati quanti critici.