Politica

Elezioni 2022

Camere sciolte ed è già “lotta continua”, stavolta contro Giorgia Meloni

La solita campagna del Pd: o comandiamo noi, o siete tutti fasci. E intanto una transizione energetica che non risolverà niente ma impoverirà tutti

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Giorgia Meloni
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Settembre tornerà, con le elezioni: il più amato, stimato, illustre degli italiani, dagli influencer ai clochard (quando c’era lui Roma non annaspava nella monnezza, quando c’era lui non si moriva di Covid o di vaccino, quando c’era lui il caldo era meno caldo) ha gettato la spugna, era stressato, non gli davano pieni poteri.

Riecco l’emergenza democratica

Pronto, il blocco dei giornali sedicenti progressisti, Repubblica, La Stampa, è partito, per incarico dell’editore di riferimento, il Pd, mandando in avanscoperta le scartine, quelli che nessuno legge e, in caso, solo per ridergli dietro. Ma il grosso, come l’intendenza napoleonica, seguirà, oh se seguirà.

Ce ne sarà, certamente, anche per Salvini; torneranno a sbandierare agendine rosse per alludere ai “crimini” di Berlusconi; ma il fuoco di fila stavolta è tutto per Giorgia Meloni. Passeranno al setaccio, hanno già cominciato, tutti i suoi amministratori, li accuseranno delle peggiori nefandezze; quanto a lei, diranno che è la responsabile della strage di Bologna, del terrorismo neofascista, di Portella della Ginestra, della caduta dell’Impero Romano.

Lo sappiamo, Enrico Letta, che continua la gloriosa tradizione postcomunista degli omarini sulla poltrona di segretario, lo ha promesso: lotta dura, nessuna pietà, mai un attimo di tregua. È la “emergenza democratica”, che sarebbe: o comandiamo noi, o siete tutti fasci.

Torneranno le patenti di legittimità per la “ducetta” (ovviamente rifiutate); faranno il tampone ad ogni sua dichiarazione; andranno a ripescare le gite al liceo; taroccheranno le foto con lei col braccio alzato, magari perché stava cogliendo una mela dall’albero. La attaccheranno sul fisico, sullo stile, sulla voce, sulla figlia, sulle amicizie, sullo smalto alle unghie se mai lo mette. Sarà un sabba, un carosello infernale, una overdose di violenza.

Le femministe torneranno in servizio permanente effettivo, la accuseranno in quanto cattolica e non abortista. La disprezzeranno in quanto inferiore, non-donna. Più che sdoganarlo, renderanno l’odio obbligatorio. Tutta roba che conosciamo bene, almeno dall’avvento del Cavaliere Nero, tutta roba stucchevole, marcia, infame, ma sempre utile.

Ossessione Meloni anche a destra

Con una differenza. Meloni non è amata neanche a destra e lo sa. La temono, qua e là la detestano, l’idea di vederla per ipotesi a Palazzo Chigi crea più stranguglioni forse a destra che a sinistra: la presunta alleata è l’ossessione, l’incubi. Meglio i transfighi raggrumati sotto il trasformista Di Maio. E se questi scappati di casa e dal partito sono gli stessi che appena ieri volevano appendere a testa in giù l’intero sistema politico, a cominciare da Berlusconi per finire col Pd, che problema c’è?

In politica è sempre un altro momento, come dice la Taverna, una che se ne intende. Tutto, ma non la Meloni a trionfare alle elezioni, a rivendicare una leadership di governo. Così è la politica, si suol dire. Sarà, ma non è un bello spettacolo. Non lo è mai. E si ripete puntuale.

In arrivo il lockdown climatico?

C’è poi un’altro segreto, di Pulcinella ma scabroso, e il velo l’ha strappato, finalmente, il presidente di Nomisma, Tabarelli: prepariamoci a privazioni mai viste, tra due mesi chiudere tutto, scuole, uffici pubblici, fabbriche, insomma un nuovo lockdown con tanto di gendarmi che vengono a bussarti alla porta di casa per vedere quanto riscaldamento ti concedi. Tutto come un anno fa, come due anni fa.

E, ancora una volta, la ragione è molto semplice: non c’è energia, non ci son soldi (i fondi del Pnrr sono come la fabbrica di san Pietro), c’è una transizione energetica che non risolverà niente ma impoverirà tutti, ma alla quale non possiamo né vogliamo opporci, non ci sono prospettive, e c’è pure la paura, malcelata, di attentati affidati dal “liberatore” Putin al pullulare di cellule, cecene, mediorientali, islamiste, maghrebine, disseminate per l’Europa e per l’Italia; e queste non solo illazioni, ma preoccupazioni. Degli apparati di sicurezza, in primis.

La fuga di Draghi

Per questo volevano, dal Colle in giù, la resilienza del più amato: se la veda lui. Il beneamato però s’è sfilato, per giunta in un modo che molti non hanno capito: avventato, rancoroso, apparentemente fuori controllo. Ma forse l’Illustrissimo sapeva benissimo cosa faceva, e cosa si prepara per il Paese.

Non la cornucopia dei fondi europei, che sono come la fabbrica di San Pietro e costano più di quanto convengano, sicuramente le conseguenze, devastanti, di 30 mesi persi, 18 dei quali sotto Draghi, uno del quale, al di là della propaganda di regime, si fatica a trovare l’ombra di qualsiasi incisività.

Draghi ha tirato a campare, andreottianamente, col pretesto del Covid: il discorso mattutino al Senato, l’ultimo, è stato quasi demenziale: se tutto restava da fare, perché non è stato fatto niente? E cosa avrebbe dovuto indurre a pensare che questa volta sarebbe stato diverso?

La politica dovrebbe essere il regno della logica, ma sempre più fa rima con onirica e vale l’aforisma di Frank Zappa: “la politica è il ramo intrattenimento dell’industria”. Su una cosa non sussistono dubbi: sulla lotta continua contro Giorgia Meloni, sulla gogna perenne, sul fatto che i colpi bassi non si conteranno. E non è affatto detto che dagli alleati, assai presunti, le verrà l’aiuto sperato. Lei questo lo sa, sta già cercando di ricucire. Vaste programme, comunque.