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Chi tocca le correnti muore: i partiti hanno troppa paura per cambiare la giustizia

Il fallimento dei referendum rafforzerà le difese della magistratura politicizzata nei confronti di una politica già pavida

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Magistrati

Il clamoroso flop dei referendum sulla giustizia, a cui hanno partecipato pochissimi italiani, avrà pesanti ripercussioni non solo sui promotori – alcuni, nella Lega, ipotizzano addirittura di destituire Salvini a causa della sua fallimentare strategia – ma soprattutto sulle sorti del Paese.

Le correnti brindano

Per lungo tempo non si parlerà più dei problemi che affliggono il nostro sistema giudiziario. L’ala politicizzata della magistratura, contraria a qualunque tipo di cambiamento, perfino alla timida riforma Cartabia, brandirà come una clava la scarsa affluenza registrata il 12 giugno contro chiunque cerchi di varare vere riforme in senso garantista.

Le ingiustizie ai danni degli imputati continueranno ad essere perpetrate. Anzi, molto probabilmente aumenteranno: alcuni pubblici ministeri si sentiranno autorizzati, come e più di prima, ad aprire inchieste basate sul nulla per danneggiare l’immagine di un politico sgradito o più semplicemente per soddisfare la propria sete di protagonismo.

Molti poveri cristi finiranno in galera e soltanto al termine di un processo dai tempi biblici potranno vedere riconosciuta la propria innocenza (sempre che non si siano suicidati o ammalati nel frattempo).

Purtroppo, in Italia, la giustizia viene vista come un argomento tecnico ed estremamente noioso con cui un cittadino perbene non sarà mai costretto a confrontarsi, secondo il vecchio detto “Male non fare, paura non avere”.

30 mila casi di ingiusta detenzione

Sbagliato: stando ai dati ufficiali raccolti dal sito Errorigiudiziari.com, che ciascuno di voi può verificare, dal 1992 al 31 dicembre 2021 i casi di ingiusta detenzione nel nostro Paese sono stati 30.017, più di 1.000 l’anno. Una cifra esorbitante che dovrebbe far riflettere, dal momento che chiunque può essere vittima di un errore giudiziario.

La pavidità della politica

Il fallimento di questi referendum rappresenta in modo cristallino la pavidità della politica. Temendo il confronto diretto con alcuni magistrati politicizzati, che sfruttano il loro ruolo per perseguire ambizioni personali, i partiti hanno delegato agli elettori il compito di riformare la giustizia. Un obiettivo di cui la nostra classe politica dovrebbe farsi carico in prima persona. Senza affidarsi ad un referendum dall’esito (purtroppo) scontato. Ma forse a nessuno interessa davvero cambiare lo status quo