Politica

Movimento 5 Stelle

In Parlamento per scardinare il sistema, ne uscirono scardinati

Prima la normalizzazione, poi il goffo tentativo di ritorno alle origini: una doppia strambata alla quale la barca non ha retto, ribaltandosi

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Conte Grillo Di Maio

Degna fine di un movimento, e dei suoi leader, che a parole si sono presentati portavoce del vaffa popolare ai partiti tradizionali, ma di fatto si sono dimostrati privi di solidi punti di riferimento alla realtà politica nazionale e internazionale. Così si è conclusa la due giorni di comunicazioni del premier Mario Draghi alle Camere in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno.

La Waterloo dell’avvocato del popolo

Dal terremoto in casa 5 Stelle, la linea del premier è uscita vincente e rinvigorita nel testo della risoluzione di maggioranza approvata senza defezioni. L’uscita di Luigi Di Maio dal Movimento 5 Stelle, seguito da una sessantina tra senatori e deputati è, ironia della sorte, l’unico risultato concreto che Giuseppe Conte è riuscito a ottenere dal tira e molla dei giorni scorsi sulla linea di politica estera del governo.

Una Waterloo politica e tattica per l’avvocato del popolo, con l’unica differenza che a sconfiggere Napoleone furono un milione di uomini e cento lunghissimi giorni di guerra, mentre lo spirito combattivo del leader pentastellato è durato solo poche ore.

Ha pagato a caro prezzo Conte il voler dare visibilità ad una posizione critica sull’invio di armi in Ucraina, nel disperato tentativo di recuperare qualche consenso tra i militanti delusi. Ha dovuto prima piegarsi comunque ad una risoluzione che conferma al governo mani libere nel decidere quante e quali armi fornire a Kiev, senza incassare prima l’approvazione del Parlamento, poi subire una scissione.

Per l’ex premier una disfatta totale: deve restare nel governo, impegnato a difendere l’Ucraina dall’aggressione di Putin, e non si ritrova più a capo del partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Una strana scissione

La scissione del movimento di Beppe Grillo è un unicum, anche per questa strana e spezzettata legislatura. Non si era mai visto un gruppo di maggioranza relativa in Parlamento votare compatto in aula, ma nelle stesse ore dividersi in due gruppi, i quali comunque continueranno a sostenere il governo. Il risultato, paradossale, è che ad entrare in crisi è il Movimento, e non l’Esecutivo di cui fa parte con quattro ministri.

Un epilogo annunciato

Un epilogo che rivela tutte le contraddizioni di un “non partito” nato nel 2009 per scardinare il “sistema” e la cui triste fine invece è stata l’essere scardinato dal “sistema”.

Il movimento del divieto ferreo di terzo mandato, che poi tanto ferreo si è rivelato non essere. Il movimento promotore del reddito di cittadinanza, che prometteva l’abolizione della povertà, che annunciava l’impeachment a Mattarella e sosteneva pubblicamente i gilet gialli in Francia.

Lo stesso movimento che alle prossime elezioni politiche si troverà alleato con il Pd di Enrico Letta, definito non molto tempo fa il “Partito di Bibbiano”.

Un movimento nato per inglobare tutte le pulsioni anti-sistema dei cittadini, ma distante da qualsiasi principio di realtà e privo di qualsiasi coerenza interna, che ora rischia di andare a occupare l’area più a sinistra del “campo largo” immaginato da Letta.

Non sono certo di buon auspicio gli ultimi quattro mesi di dialettica interna: se per un verso Giuseppe Conte ha continuato ad appoggiare il governo Draghi, votando i suoi provvedimenti in Parlamento, dall’altro ha intrapreso un goffo tentativo di tornare alle origini, quando proprio con l’ex premier maturò nel 2019 la normalizzazione europeista e istituzionale. Una doppia strambata alla quale la barca non ha retto, ribaltandosi.