Politica

L’ipocrisia delle vedove di Draghi, che allenano l’ugola per la campagna elettorale

Cori da tragedia greca e caccia ai capri espiatori del tutto fuori luogo, resa dei conti cercata dallo stesso Draghi. Elezioni per il Colle spartiacque

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Come facilmente pronosticabile, dopo l’improvvisa e, per certi versi, inattesa dipartita del governo Draghi, la narrazione prevalente oscilla tra il requiem e il pianto della Maddalena, un po’ de profundis e un po’ sterile recriminazione. Dal pomeriggio di mercoledì, quando si è capito che il destino dell’Esecutivo era ormai segnato, i toni melodrammatici si sono sprecati.

Showdown cercato

Durante le lunghe dirette televisive, i visi si sono improvvisamente contratti per l’incredulità, l’eloquio è diventato meno fluido, i silenzi e i sospiri hanno iniziato a prevalere. Il governo dei “migliori”, osannato dall’informazione mainstream fino ad arrivare a momenti di venerazione quasi mistica, si è incartato da solo.

O meglio, si è avvitato su se stesso quando il premier ha deciso di sfidare i partiti (tutti, tranne uno) che dovevano confermargli la fiducia. Con un atteggiamento da Re Sole e una postura da Marchese del Grillo, Draghi ha sfidato i partiti, li ha portati al punto di rottura in particolar modo quando ha posto la fiducia sulla mozione Casini (cioè del Pd), derogando definitivamente al suo ruolo super partes.

Perciò, il fatto che si voglia ancora una volta individuare un capro espiatorio (o più capri espiatori), scansando l’analisi politica, risulta involontariamente comico oltre che del tutto fuorviante.

È stato proprio il premier a sfruttare lo scontro con i 5 Stelle per aprire un altro fronte con le forze di centrodestra che hanno appoggiato il governo di larghe intese. A quel punto, la rottura è stata inevitabile. Dunque, risulta davvero paradossale questo coro da tragedia greca che esprime indignazione, punta il dito e allena l’ugola in vista della campagna elettorale imminente.

Gli errori: Speranza e il regime sanitario

Un minimo di lucidità dovrebbe portare a riscrivere in maniera più corretta la storia degli ultimi diciassette mesi, a evidenziare i tanti ed evidenti errori commessi da Draghi. Il primo, più probabilmente il più grave, è stato quello di aver confermato il ministro Speranza e di aver, poi, avallato la sua intransigenza sanitaria. Lo stesso Draghi, circa un anno fa, arrivò perfino a dichiarare che “il Green Pass è la garanzia di ritrovarsi tra persone non contagiose”. Uno scivolone epocale.

Un Esecutivo nato su questi presupposti era destinato a schiantarsi, soprattutto perché l’Italia è stata l’eccezione del mondo occidentale avendo imposto alla popolazione regole sanitarie discriminatorie, vessatorie, autoritarie sul modello cinese. Questo andrebbe ricordato anche a chi adesso vaneggia di pericoli per la democrazia solo perché le elezioni potrebbero relegare all’opposizione il campo sempre meno largo di Letta.

Quirinale spartiacque

Peraltro, in questi diciassette mesi, Draghi si è sdoppiato come una sorta di dr. Jekyll e mr. Hyde. Lo spartiacque della sua avventura a Palazzo Chigi sono state le elezioni per il Quirinale. Prima di allora, il premier è stato conciliante, ha tentato di accontentare tutti i partiti dell’ampia coalizione, ha confermato tutti i provvedimenti di stampo assistenzialista dei grillini in attesa della consacrazione. Stava tessendo una tela democristiana per ergersi sul Colle più alto.

Quando, invece, in quella stessa tela è rimasto impigliato, allora ha cambiato impostazione entrando in rotta di collisione con i partiti (tutti, tranne uno). Per cui, se non fosse arrivata la guerra in Ucraina, probabilmente il redde rationem si sarebbe avuti già a inizio primavera.

L’invasione putiniana ha rallentato questo processo di disgregazione e ha permesso al governo di vivacchiare un altro po’. Ecco perché appare stonata anche la critica giusta ma postuma ai cavalli di battaglia grillina. Se il reddito di cittadinanza e il super bonus edilizio presentavano delle distorsioni, non si comprende perché Draghi li abbia confermati nella prima fase di azione governativa.

L’ultimo errore

L’ultimo errore, quello fatale, è stato di grammatica istituzionale. Quel riferimento agli italiani che gli avrebbero chiesto di restare è stato un capolavoro di demagogia, l’apoteosi del culto della propria personalità alimentato a dosi massicce dalla stampa e dalle televisioni.

Così, è finita l’avventura a Palazzo Chigi con l’impressione che il premier l’incidente l’abbia più provocato che subito. Pure il voto sulla mozione Casini è sembrato più un tentativo di fare sponda con Letta per salvare l’alleanza del Pd con Conte che lo strumento per rimettere insieme i pezzi di una maggioranza ormai disintegrata.

Allora, risulta davvero fastidioso il modo con cui si vuole sovvertire la realtà dei fatti. È vero che tutto rientra nelle prime schermaglie della campagna elettorale ma è altrettanto innegabile che esistono situazioni oggettive che resistono pure ai tentativi di manipolazione.

Così come non sono mancati gli autogol clamorosi, come quello di Enrico Letta. Mercoledì mattina, aveva detto che sarebbe stata “una bella giornata”. A sera, quando tutto era precipitato, ha usato toni apocalittici attraverso Twitter: “In questo giorno di follia il Parlamento decide di mettersi contro l’Italia”.

Insomma, a parte il pronostico platealmente fallito, secondo il segretario del Pd, assumere una legittima posizione parlamentare in dissenso significa essere traditori della patria. O non aver votato a sostegno di Draghi è una vergogna, come ha titolato a caratteri cubitali La Stampa su una prima pagina memorabile.

Lo stile di Johnson e il livore di Draghi

Chissà se a Letta o ai titolisti del quotidiano torinese è capitato di ascoltare il discorso di commiato a Westminster di Boris Johnson il quale si è rivolto al suo successore: “Difendete la libertà e la democrazia in tutto il mondo. Abbassate le tasse e liberalizzate ogni volta che ne avete l’occasione, in modo da fare di questo Paese il miglior luogo in cui vivere e investire”. Questo per dire che lo stile si vede nel momento della sconfitta, nell’istante che precede l’addio pure doloroso.

Confrontare le parole di Johnson con il discorso livoroso di Draghi, i tweet velenosi di Letta o i commenti della nostra stampa è davvero sconfortante. Senza considerare che già è partita la demonizzazione degli avversari politici in vista dello scontro elettorale di settembre. Un classico del nostro dibattito privo di contenuti e ricco di colpi bassi. “Il più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dar del fascista a chi fascista non è”, avrebbe chiosato con amarezza Sciascia.