Politica

Perché detesto la sinistra: con le buone o le cattive, il fine è schiacciare l’individuo

Modello cinese, falsità quasi genetica, cause mai pulite. Qui di Peppone non se ne vedono, trinariciuti esaltati nell’obbedienza cieca e nell’odio militante

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Per anni i quattro amici rimasti, non al bar, mi hanno ripetuto: ma tu ce l’hai con la sinistra, ma che ti ha fatto questa sinistra. Ed io per anni ho risposto, non dire cazzate, io sono scontento di natura e non mi piace nessuno. Bene, da un po’ ho preso a fare coming out: sì, è vero, ce l’ho con la sinistra, anzi la detesto, la odio a morte.

Niente da dire sul modello cinese?

Non dimentico che, alla prima occasione utile, la sinistra mi ha scaraventato nel peggior incubo immaginabile, il più colossale esperimento sociale mai tentato in un Paese occidentale; e anche oggi, che in Cina – che ha come minimo ispirato il nostro regime, di sinistra – scoppiano micro-rivoluzioni, ribellioni e disobbedienze sacrosante, nella totale ottusa indifferenza della dittatura, la sinistra non trova niente da dire, tace ossia acconsente, e i suoi mammasantissima, i consigliori, i virologi di riferimento non fanno che ripetere: anche noi, anche noi.

Non dimentico le umiliazioni, le prove di forze sconsiderate e vigliacche, da una parte lo Stato con la sua “violenza legale”, sempre meno costituzionale, dall’altra il cittadino, solo, spaurito, scioccato, discriminato.

Due sinistre, identico risultato

Questa sinistra perennemente fratturata si divide nella sinistra dei duri e puri, che rimpiangono la sinistra “quella vera, quella bella”, e nell’altra sedicente riformista: i primi rigettano i compromessi con l’occidente di cui fanno parte, rinnegando perfino l’ultimo Berlinguer, che preferiva l’ombrello della Nato, e restano fatalmente attratti da democratici alternativi di nome Xi e Vladimir: “Almeno lì è tutto chiaro”, come si consola il compagno Rizzo che piace a volte anche alla destra più cogliona.

L’altra sinistra da parte sua pensa agli affari e alla ragnatela di potere che va dalla finanza globale all’Unione europea alla tecnocrazia screditata da Silicon Valley. Ma sono sfumature: stessa attitudine alla delazione, stessa pretesa di controllo, ossessivo, maniacale.

Bella o brutta, verace o fasulla che sia, la sinistra resta devota all’insegnamento gramsciano, detto egemonia, per non dire la mafia culturale e mediatica che, all’insegna della lotta contro il merito, si intesta titolo, dunque merito, per infilarsi dappertutto, tessere le sue trame di sottopotere, occupare ogni spazio e far fuori dissidenti e “reazionari”. Un istinto quasi animalesco, o demoniaco, rivendicato come presidio democratico e antifascista.

Diremmo che la differenza tra la sinistra classica e barricadera e quella modernista ed emolliente sia solo di metodo: i vintage non vanno per il sottile, per loro una sana dittatura di stampo cinese o sovietico è sempre l’opzione migliore, gli altri la dittatura la scavano poco a poco, la insufflano in dosi omeopatiche o vaccinali con la ridefinizione del linguaggio, le punteggiature punitive, le vocali invertiti, gli asterischi vittimisti.

Ma il risultato è identico: tu devi pensare come dico io, tu devi credere che non sei un individuo ma un mattone nel muro dello Stato che a tutto provvede, che premia, punisce, proibisce, consente, orienta, decide. Se ti ribelli vai schiacciato, come teorizzava Marx, come auspicava lo stesso Gramsci: la libertà è un disvalore, una perversione, l’unica libertà essendo quella di adeguarti agli arcana imperii.

Come quella regista, madre di un politico della sinistra che si millanta per liberale, convinta che “i bambini non sono dei genitori, appartengono allo Stato”; e difendeva l’allucinante sistema Bibbiano.

Cause opache e pretestuose

Bibbiano, Forteto, centri sociali, rave, ladri di case: sì, io detesto la sinistra perché le sue cause non sono mai pulite, risultano sempre opache, pretestuose, hanno quel retrogusto di torbido, quello freudianismo d’accatto (e Freud con la sinistra c’entrava niente, apparteneva al kulturpessimismus, ma la sinistra è maestra di appropriazione culturale indebita) che riporta a pulsioni come minimo discutibili.

Il genderismo da usare come clava, l’aborto come un must, dovere sociale anziché scelta libera sì, ma meditata, straziante.

E poi la fuffa dei cambiamenti climatici, mastodontica operazione di ridefinizione mentale che non lascia niente al caso, alimentazione, moda, mobilità, pensiero critico, nonché truffa fantastiliarda affidata a ragazzine in disagio o piccole teppiste che salvano il pianeta deturpandone i capolavori artistici.

Woke, l’arma letale

Questo ottundimento del senso passa per alcune estremizzazioni fanatiche sì, ma niente affatto episodiche o improvvisate: la woke, la cancel culture, il politically correct sono armi più letali della bomba atomica, uccidono la mente per piegare il corpo. Lo spiega bene Federico Rampini, uno di sinistra che sembra avere maturato come un disgusto non più tollerabile per la sinistra.

E non si fermano: se la Disney, col suo demenziale cartone animato sull’ambientalista gender di 16 anni, patisce il più immane flop nella sua storia, subito si muovono le avanguardie del pensiero unico per dire che no, l’opera non è stata capita, il suo rifiuto nel pubblico è la prova “scientifica” che l’occidente è ancora troppo intossicato, eterosessuale, bianco, colonialista.

L’ipocrisia sui Mondiali

Che poi nei Paesi arabi e asiatici il fumettone non sia stato distribuito, per non urtare le sensibilità alternative ai diritti umani, non interessa a nessuno. Così come non fa specie lo scempio ai Mondiali di calcio in Qatar, una pantomima macabra, resa possibile da un affare da 5 miliardi di dollari.

Eppure, anche tra chi mi commenta su questa testata di Nicola Porro, non mancano i compagni che dicono: ma che ce ne frega, i Mondiali capitano una volta ogni quattro anni. E giustificano calciatori con le rotule logore a forza di inginocchiarsi, ma solo nell’Europa del genderismo conformista.

Falsità quasi genetica

Non c’è niente in cui riconoscersi nelle cosiddette battaglie di sinistra, tra le quali spicca la sconsiderata pretesa agli sbarchi senza limiti, irresponsabile ma votata a sicura dissipazione e altrettanto certa disgrazia. Gli apostoli di questa crociata fuori da ogni logica si susseguono implacabili e sono uno più impresentabile dell’altro: don Biancalani, Mimmo Lucano, buon ultimo Aboubakar Soumahoro, clamoroso caso di allucinazione collettiva.

Ma non era un abbaglio: non sapevano i demiurghi dei retroscena di questo populista dei miei stivali? Sapevano, sapevano tutto ma non uno, politici, guitti, atenei, romanzieri regionali, giornalisti servili, alla prova dei fatti non uno col coraggio di dire: ho sbagliato, non solo nell’esaltazione di un poco di buono, ma, soprattutto, a credere in un sistema che non era plausibile, che non è sostenibile.

Macché: l’unica preoccupazione, generalizzata, è “l’immagine”, cioè affari, ossia “così si forniscono argomenti alle destre fasciste e razziste”. Quanto a dire la quantità che, engelsianamente, oltre un certo limite si fa qualità e pessima qualità, la dissonanza cognitiva che diventa falsa coscienza e infine malafede.

È impossibile che uno di sinistra, un post comunista, sempre un po’ comunista, trovi il coraggio dell’abiura: hanno venduto l’anima all’ideologia e sono maestri nel rivoltare frittate indigeribili, nel dirottare senso e sostanza di qualsiasi realtà; hanno questa falsità quasi genetica per cui mostrano di volerti ascoltare, ma fingono, in realtà pensano solo a come sfangarsela e attribuire a te l’effetto dei loro errori e tragici errori.

Si veda la vicenda di Ischia, isola dove una abitazione su due è abusiva e condonata, ma basta non chiamarlo condono, basta trovare una formula sfuggente, basta risalire su per li rami del benaltrismo, e allora la Lega, e allora i 49 milioni, e allora Berlusconi, Craxi, la DC?, e tutto va a posto.

La logica antagonista

Sì, io considero nemica la sinistra che pratica militanza fin dalla scuola primaria, che, e riferisco confidenze di genitori, infila negli zainetti dei bambini i volantini propagandistici della Cgil; che impone nei sussidiari certi assurdi capitoli sull’Agenda 2030, che corrode quelle menti candide col tarlo di una incomprensibile oscillazione sessuale.

Che, crescendo di livello, orienta e ammaestra i liceali, li promuove o li discrimina in base alla fedeltà, che i colleghi insegnanti per quanto di sinistra ma ancora con qualche remora, qualche scrupolo, li ghettizza in fama di “cattolici e fascisti”, che rimette in circolo vergognose teorie ispirate alle Brigate Rosse, che rifiuta, e siamo in un liceo milanese, di rimuovere dagli scalini una stella a 5 punte.

Io non ho niente a che spartire col liberalismo a senso unico dei liberal, con la loro smania di ortodossia, con il loro garantismo bugiardo come una banconota da tre euro; per capovolgere una formula a loro cara, il politico è personale: non ho mai trovato nell’interlocutore di sinistra uno disposto a vivere e lasciarti vivere, alla fine, gratta gratta, viene sempre a galla l’intento pedagogico, il moralismo, il doppiopesismo, quella pretesa di risciacquarti il cervello con le loro teorie balorde, e perdenti, e improponibili.

Certo, i fanatici stanno dappertutto, anche a destra, anche tra i cattolici, il bigottismo è una coperta di Linus, ma a sinistra ho sempre riscontrato la totale assenza di ripensamento, la latitanza di autoironia (se ironizzano, lo fanno solo tra di loro: non accettano critiche, diventano belve).

Non c’è mai, al fondo, quello scatto dell’anima, sia come sia non rompetemi più i coglioni, lasciatemi vivere da individuo, ad accettarti realmente, definitivamente per quello che sei, no, loro pensano, agiscono sempre nella logica dell’appartenenza, del blocco, ed è una logica antagonista, o sei dei nostri o sei un nemico da abbattere.

Diversità

C’è davvero una diversità in quelli di sinistra, però non in senso morale, come pretendeva Berlinguer e come pretendono oggi le coschette dell’intrattenimento penoso: sono speciali, se mai, in quel sacrificare una genuinità, una spontaneità del tutto umana.

Per escogitare un riferimento icastico, qui di Peppone non se ne vedono, non se ne sono mai visti, qui c’è solo un esercito di trinariciuti che le recenti traversie legate al Covid hanno esaltato nell’obbedienza pronta, cieca, assoluta e nell’odio militante verso chi si ostinava a riconoscersi come persona. 

Non si riesce mai a sentirsi totalmente a proprio agio con qualcuno di sinistra, si ha sempre la sensazione che ti soppesi, ti studi, ti aspetti al varco: sono umani o mutaforma? Ma io non ho bisogno di restare umano, io sono umano e considero questi strani elementi dei nemici: per cosa mi hanno fatto, e perché loro per primi hanno considerato me un nemico.

E, mi dispiace, io dai compagni non ho nessuna voglia di lasciarmi fregare. Oggi meno che mai. Perché ho visto cosa restano capaci di fare, se solo gliene si presenta l’occasione.