Politica

Su Johnson la figura dei clown l’hanno fatta giornali e politici progressisti

Mettere in un’unica cesta di deplorables Johnson e i vari Salvini, Trump e Bolsonaro è il gioco preferito dei commentatori e politici italiani

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“Nessuno è indispensabile: il nostro sistema darwiniano riuscirà a trovare un nuovo leader a cui darò tutto il mio sostegno”. Con questa frase si conclude l’esperienza di Boris Johnson alla guida dei Tories. Poche parole che riassumono tutte le peculiarità del sistema politico inglese: la trasparenza dei dibattiti, il peso degli errori politici e la spietatezza degli scontri, sia tra avversari che tra compagni di partito.

Una frase estrapolata dal resignation speech di BoJo che, preso integralmente, mette in luce tutte le differenze culturali tra il sistema politico nostrano e il modello Westminster, tutte le mancanze di un dibattito italiano scarno di contenuti politici e privo di trasparenza.

I commenti del Day After, sulle colonne dei principali quotidiani italiani, a parte qualche rara eccezione, sono un collaudato mix di sciatteria, ignoranza e arroganza. Un insieme di attacchi personali, epiteti grotteschi (clown e pagliaccio i più usati), senza un briciolo di reale e onesto approfondimento.

Oltre a questo troviamo un riassunto di tutte le accuse delle puntate precedenti, dalla presunta catastrofe Brexit alla performance di Londra su vaccini e restrizioni anti-Covid, per arrivare alle vicende più recenti, partygate e caso Pincher. Due scivoloni, che hanno incrinato la fiducia del partito nel premier e portato alle dimissioni in massa di ministri e sottosegretari.

Enrico Letta esulta su Twitter postando la copertina dell’Economist che recita “Clownfall”, la caduta del pagliaccio. Peppe Provenzano, vicesegretario del Partito democratico, scrive “voleva fare Churchill, finisce l’era Johnson” e si domanda ironicamente, “Il lascito? Il disastro sociale nella pandemia, la separazione dall’Ue e aver chiuso le frontiere all’asilo contro i diritti umani”. La Repubblica decide invece di titolare così: “Boris Johnson, cade il premier populista”.

Mettere in un’unica cesta di deplorables Boris Johnson, leader dei conservatori britannici, e i vari Salvini, Trump e Bolsonaro è il gioco preferito dei commentatori e politici italiani.

Anche in questa occasione, senza un’analisi delle diverse posizioni, dei contesti, delle biografie, insomma senza un riscontro nella realtà, ma solo per screditare a prescindere, senza l’onere di dover riconoscere qualche risultato positivo, dalle vittorie (Brexit ed elezioni del 2019) al piano di vaccinazioni anti-Covid, per arrivare al sostegno dell’Ucraina.

Paragoni politici un tanto al chilo, con il solo scopo di raggruppare i cosiddetti “nemici del progressismo” e relegarli a populisti senza visione, o peggio semplicemente fascisti.

Cosa c’entrano i Tories britannici con la Lega di Salvini? Cosa c’entrano le politiche del Labour Party con il “campo largo” di Pd e Cinque Stelle? E cos’hanno in comune il Question Time di Westminster, o il leadership contest, con le pantomime extraparlamentari di Giuseppe Conte e Mario Draghi?

Hanno ben poco da esultare politici e opinionisti italiani. Oltre a crogiolarsi per le dimissioni di Johnson, leader per nulla esente da peccati o da errori, oltre a denigrare la sua persona e le sue politiche, spesso vincenti, dovrebbero prendere esempio dal modello Westminster: trasparenza dello scontro politico, anche spietato, tra il partito e il suo leader, capacità di risolvere una crisi di governo.