Politica

Un divorzio di convenienza: Conte e Di Maio uniti nei flirt con le peggiori dittature

La parabola del Movimento 5 Stelle tra la farsa di dilettanti allo sbaraglio e la tragedia di misure dannose per l’Italia

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Giuseppe Conte Luigi Di Maio

La scissione del Movimento 5 Stelle presenta contorni e sostanza che non possono che essere considerati tragicomici. D’altra parte, coerentemente con tutta la storia della creatura politica inventata da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio, dagli albori del vaffa alle responsabilità di governo.

Tragedia e farsa

Il M5S ha costantemente ondeggiato tra la farsa di un gruppo dirigente impreparato e a tratti ingenuo, capace a volte di strappare un sorriso, e la tragedia di proposte e posizioni dannose per l’interesse nazionale, che pagheremo care anche in futuro (reddito di cittadinanza, politica estera filocinese, avversione allo sviluppo infrastrutturale ed energetico).

Pur essendo diventato il primo partito italiano ed avendo ottenuto ministeri di peso in ben tre governi, il Movimento non ha mai saputo superare il dilettantismo e l’improvvisazione della prima ora.

Il divorzio Conte-Di Maio

Dicevamo, anche il divorzio consumatosi tra coloro i quali hanno preferito rimanere nel movimento originario, capeggiato da Giuseppe Conte, e quelli che, invece, hanno scelto di accompagnare Luigi Di Maio in una nuova avventura politica, si è mosso fra il serio e il faceto.

Non è la prima volta che un partito di maggioranza si scinde in due fazioni. Successe molti anni fa a Rifondazione Comunista, ai centristi con l’Udeur di Clemente Mastella e al centrodestra con la fuoriuscita di Angelino Alfano. Ma quasi sempre si è trattato di una separazione fra una parte fortemente intenzionata a proseguire l’esperienza di governo del momento, ed un’altra divenuta, al contrario, indisponibile a mantenere in vita il medesimo esecutivo.

Invece, tanto i 5 Stelle di Conte quanto il neonato “Insieme per il futuro” di Di Maio hanno ribadito entrambi il loro appoggio “leale” al governo di Mario Draghi.

Si è detto, probabilmente non a torto, che Conte e i suoi abbiano deciso di rimanere, almeno per il momento, nella maggioranza per privare la scissione di Di Maio di motivazioni forti e riconoscibili, e cercare di impedire al ministro degli esteri di presentarsi, fra gli esponenti del mondo pentastellato, come l’unico elemento responsabile, al quale sta a cuore la stabilità in una fase così difficile per il Paese.

Sarà, ma appare tutto piuttosto surreale. La divaricazione fra Conte e Di Maio sarebbe avvenuta principalmente sulla guerra in Ucraina, in particolare sul supporto militare da fornire a Kiev. Ebbene, dalla separazione fra contiani e, come si dice, dimaiani sono emersi aspetti già noti al grande pubblico ma anche alcuni elementi inediti.

Conte il cinese

Conte ha confermato la sua consueta linea di politica estera, spesso e volentieri ben poco “occidentale”. Si era manifestata al Paese sin dai tempi dei due governi da lui guidati. Ricordiamo che l’Italia, nel 2019 e per iniziativa del governo Conte, è stata la prima nazione europea a siglare accordi con la Cina nell’ambito della Belt & Road Initiative, cioè la cosiddetta Nuova Via della Seta.

Una corsia preferenziale, a scapito delle relazioni transatlantiche, fra Europa e Repubblica Popolare cinese in molti settori, dal commercio alle infrastrutture, fino alla cultura e ai media. Con il palese obiettivo di accrescere ulteriormente il peso geopolitico globale di Pechino e gettare le basi di una sudditanza europea al Dragone.

A proposito di Cina, non dimentichiamo le politiche anti-Covid adottate dal governo Conte 2. L’attuale leader pentastellato preferì replicare la strategia Covid-zero di Xi Jinping, a colpi di rigidi lockdown e severe limitazioni alla libertà individuale. Tutto questo, forse, anche per verificare fino a che punto si possa importare il modello cinese in un Paese democratico come l’Italia.

Non sorprende, pertanto, che Conte provi oggi ad ostacolare il sostegno offerto dall’Italia a Kiev nel quadro delle alleanze occidentali.

I flirt dei 5 Stelle con i nemici degli Usa

Il Movimento 5 Stelle non crea, per ora, problemi al governo Draghi per quanto riguarda l’Ucraina, ma ha votato in Parlamento la risoluzione di maggioranza, insieme agli scissionisti di Di Maio, più per disperazione che per convinzione.

Il M5S, a partire dai propri fondatori, ha sempre strizzato l’occhio ai nemici giurati degli Usa. Basti ricordare, oltre a Russia e Cina, gli opachi rapporti con il Venezuela di Nicolas Maduro, l’intenzione esternata anni fa da Alessandro Di Battista di dialogare addirittura con l’Isis e le lodi di Beppe Grillo al regime iraniano.

L’atlantista dell’ultima ora

Luigi Di Maio, dal canto suo, sembra diventato da pochi giorni più atlantista di Draghi, a tal punto da sembrare uscito da un think tank americano. Un atlantista dell’ultima ora, che scopre all’improvviso i doveri dell’Italia all’interno della Nato, anzitutto per aggrapparsi a questo governo e dare nuova linfa alla sua carriera politica.

Il raggruppamento a cui ha dato vita in Parlamento ha un’identità fumosa e una denominazione che più banale non si può. Più che un politico democristiano, Di Maio ricorda Angelino Alfano, il quale s’inventò il Nuovo Centrodestra per fare da stampella al governo Letta.

Se si è davvero convertito alla lealtà transatlantica, ne siamo tutti felici, ma ciò non cancella tutte le cialtronate anti-occidentali, sue e degli altri big pentastellati.