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I Pearl Jam e l’annosa questione del rock che deve stare a sinistra

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Ha suscitato, come al solito, polemiche inutili ma di questi tempi asprissime il concerto di Roma dei Pearl Jam dello scorso 26 giugno. Fra le varie cover proposte, infatti, il gruppo di Eddie Vedder ha eseguito “Imagine” di John Lennon, una canzone simbolo con la quale ha auspicato la riapertura dei porti per le imbarcazioni Non Governative che trasportano i migranti. A loro hanno risposto prima di tutto Rita Pavone, con un tweet ritweettato dalla rete: “Ma farsi i fatti propri, no?” E poi un post Facebook di Giorgia Meloni che ha attaccato frontalmente il gruppo di Seattle: Diamo ascolto ai Pearl Jam, andiamo a prendere i barconi degli immigrati e portiamoli al party esclusivo degli stessi Pearl Jam organizzato per i prossimi giorni in Costa Smeralda.

Ora. Lasciamo stare l’episodio in sé. Da appassionato e discretamente esperto di musica, vorrei fare una riflessione. Il mondo del rock, ma anche quello del pop e della dance, è stato sempre schierato politicamente a sinistra. Eccezioni in tal senso ci sono: i Queens of the Stone Ages di Josh Homme, per esempio, non hanno mai fatto mistero di votare per i repubblicani americani. L’inglese Morrissey è uno che non le manda a dire al politicamente corretto. Nell’elettronica, il gruppo probabilmente più importante degli ultimi trent’anni, i Boards of Canada, sono stati attaccati perché considerati di destra. Nel punk/hard rock, i Ramones e Alice Cooper sono i rappresentanti di quello che può essere considerato
un filone destrorso. In Italia negli anni ’70 c’erano la Compagnia dell’Anello e i New Trolls che erano parecchio osteggiati perché considerati di destra anche se nessuno di loro lo ha mai ammesso, e poi c’era Battisti, il presunto fascista per antonomasia. Negli ultimi anni ha fatto scalpore la conversione di Giovanni Lindo Ferretti, un tempo leader di una delle band più anarco-comuniste degli anni’80, i CCCP, e fondatore e anima dei grandissimi CSI. Altri esempi ci sono e ci saranno, non è nemmeno questo l’importante. Vorrei infatti spingere la mia riflessione un po’ più in là.

Se dessimo retta alle inclinazioni politiche dei gruppi, non ascolteremmo più nulla. Se io, sionista convinto, dessi ascolto alle mostruosità anti-israeliane di Roger Waters, non potrei godere del sound di uno dei più grandi geni e maestri della musica internazionale, il cui ultimo album solista, “Is This The Life We Really Want?” è un florilegio di bellezza elettronica. Famosa la sua polemica con Thom Yorke, leader dei Radiohead, attaccato duramente perché ha preferito desistere dall’unirsi al suo boicottaggio contro Israele, accettando, da immenso artista qual è, l’invito a suonare a Tel Aviv. La questione va avanti da ormai più di mezzo secolo, da quegli anni ’60 del 1900 in cui la rivoluzione del costume, di cui pop e rock erano portabandiera, voleva dire conquista della libertà. Libertà da strappare a un sistema, quello capitalista, in cui i giovani vivevano e nel quale si sentivano costretti.

Purtroppo per loro, il sistema capitalista incardinato nelle democrazie parlamentari è stato l’unico che ha consentito loro di esprimersi, di essere ciò che volevano essere, di cambiare spesso le cose. L’ideale che questi giovani avevano e purtroppo hanno ancora, quello comunista, o socialista, era ed è un ideale che non avrebbe mai consentito loro di esprimersi. Senza il capitalismo non avremmo avuto i capolavori dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Genesis, dei Pink Floyd, degli Who, degli U2, dei Cure, dei Pearl Jam, dei Nirvana, degli Oasis e di tanti altri, non avremmo avuto la dance fiorita dai bassifondi dell’America nera e dei ghetti, non avremmo avuto l’elettronica e non avremmo avuto i rave
party nei quali la techno ha iniziato a proiettare la stessa musica dance in una dimensione altra. Non ricordiamo, a memoria, ma forse potrei sbagliarmi, dei musicisti russo-sovietici, o cinesi, o africani, che abbiano cambiato la storia della musica stessa. Se a leggere questo articolo sarà un esperto di musica lo invito a smentirmi. Qualsiasi gruppo, musicista, showman, diciamo, che abbia davvero segnato un’epoca, è nato e cresciuto all’interno di una democrazia di stampo occidentale e nel sistema capitalistico. Detto questo, è chiaramente un bene che tali gruppi, la maggior parte dei quali composti da benestanti signori e signore (o ragazzi e ragazze) occidentali, si preoccupino per la sorte dei diseredati del mondo, è giusto che facciano campagne di solidarietà, che lancino slogan politici, nessuno glielo vieta, almeno finché si troveranno in un sistema democratico e capitalistico. Difficile che possano farlo all’interno di sistemi differenti da quello in cui sono cresciuti e diventati ricchi.

Vorrei aggiungere, a chiusura, una considerazione sulla faccenda migranti che ha scatenato le polemiche italiane dei giorni scorsi. Inutile dire che ognuno ha le sue posizioni e che non è più tollerabile il fatto di accusare di razzismo o fascismo chiunque si schieri a favore di un contenimento o di un blocco di quest’ondata migratoria che non ha nulla di epocale e tanto, invece, di costruito a tavolino dai nuovi mercanti di schiavi. Fra i nuovi arrivi in Europa, in particolare, e negli Stati Uniti (ma lì molto meno), ci sono gli islamici. Questi signori, come credo Eddie Vedder & Co sanno molto bene, non hanno una gran considerazione della musica rock, anzi della musica in generale. Nei loro paesi, non in quelli in cui ancora resiste una qualche forma di laicità, come Tunisia e Marocco, per esempio, ma penso all’Arabia Saudita, all’Iran, al Qatar, all’Oman, agli Emirates, penso ai paesi dell’Africa subsahariana in cui l’Isalm sta purtroppo prendendo piede, l’Occidente e tutti i suoi costrutti, in primis il rock, sono visti come Satana. Esattamente come negli anni’50 e ’60 del secolo scorso i bravi cittadini americani iper cattolici schifavano il boogie, il twist e il rock’n’roll perché visti come sterco del demonio, oggi la maggior parte dei musulmani, che stiamo importando nelle nostre società, schifa la nostra musica (la vostra dovrei dire). Quindi, va benissimo la solidarietà, ma, visti i tempi, credo che sarebbe il caso di dismettere la keffyah dei barricaderi milionari e guardare un pochino più in faccia la realtà. Oggi, per quanto mi riguarda, porti chiusi (e pure strade chiuse). In attesa di tempi migliori; quando l’Islam politico e radicale sarà, speriamo, un lontano ricordo. Anche perché è molto probabile che i primi a cadere sotto i colpi del nemico maomettano sarete voi accoglienti, inclusivi e solidali; così come, negli anni ’70, i primi che avrebbero avuto la testa tagliata dai sovietici qualora avessero preso il potere in Occidente sarebbero stati quei gruppi rock che, sotto la bandiera della giustizia sociale, inneggiavano a una lotta di classe per una classe a cui loro non appartenevano. Con buona pace dei fiori nei cannoni.