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Storie di una San Lorenzo che non c’è più: oggi servono le ruspe

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Io e mia sorella siamo cresciuti con una prozia. Che però chiamavamo zia. Zia Maria. Era una donna bassina, forte, un peperino. I miei lavoravano sempre e quindi lei ci faceva da balia, badante, cuoca. Veniva dall’Abruzzo, come una parte della mia famiglia. Non ci mise molto negli anni del fascismo a romanizzarsi. Anzi, a diventare una sanlorenzina. Sposò un americano. Un comunista americano, originario della Pennsylvania. Proprio a San Lorenzo faceva il fornaio. Girava con la spilletta di Togliatti sul bavero della giacca. Nessuno si azzardava a toccarlo, l’americano rosso. Andrea, così si chiamava, faceva il pane. Riforniva tutti; fascisti, comunisti, popolo e sotto popolo.

Zia Maria ci raccontava che in quel quartiere c’era la mala. Che si girava armati, almeno di coltello. Aveva trovato lavoro in un noto ristorante di piazzale Tiburtino. Era un’infaticabile stacanovista. Un’altruista per vocazione. Se vado e mi faccio riconoscere che sono suo nipote mi stendono tappeti rossi. Raccontava che succedevano cose strane nel palazzo dove abitava. Lei era una tipa spicciola. Quando sentiva la vicina che pronunciava misteriose formule durante le sedute spiritiche, tipo: “Cinque dita metto al muro”, le urlava dall’altra parte della parete: “E cinque mettitele ar culo, la voi finì”.

Sono cresciuto col mito della San Lorenzo anti-fascista per merito di zia Maria. Man mano che passavano gli anni, io piccolo borghese di piazza Bologna (distanza da San Lorenzo forse un chilometro; noi i “neri”, loro i “rossi”) ho mutato più volte atteggiamento nei confronti di quel quartiere. Ripugnanza in adolescenza. Ammirazione e frequentazione negli anni universitari. Empatia per un certo periodo. L’indifferenza e il disprezzo di oggi. Il ricordo più bello rimane il grande negozio di dischi, Disfunzioni Musicali, a via degli Etruschi, nei locali dove adesso sorge la libreria Assaggi. Negli anni ’80 e poi ’90, per me malato di musica, era un ritrovo mistico. Lì dentro ho vissuto il passaggio, traumatico, dai vinili ai Cd. Lì dentro “Ten” dei Pearl Jam prendeva vita. Il dark dei Syster of Mercy e dei Bauhaus ti accoglieva come un maggiordomo sinistro, Lerch della Famiglia Addams. A volte d’estate si andava al cinema all’aperto di Villa Mercede, lì davanti.

A San Lorenzo, a fine anni ’90, inizio 2000, per un periodo ho frequentato quelli delle feste giuste. Ricordo il party di una nota imitatrice, in una specie di attico reggia che dava su via Tiburtina, tutto accuratamente finto povero. Mi sono ritrovato a ballare al fianco di una cantante italiana affermata (un indizio; è giunta al successo con splendidi pezzi di Fossati). Tutto molto a effetto, glamour solidale. La nota imitatrice anni dopo si sarebbe battuta strenuamente, sollevando un fastidioso quanto inutile polverone, per non far aprire una sala Bingo a piazza dei Sanniti. Perché se no, bontà sua, sarebbe arrivato il degrado proto consumista, diceva.

Ma gli anni ’80 hanno significato anche la trasformazione di un luogo in fondo magico. Al pub dei compagni trovavi noti ultrà romanisti di destra. Ai ristoranti beccavi attorini e attorucci che mangiucchiavano à la carte; nel senso sulle tovaglie di carta unte e bisunte di olio. I palazzi coi ballatoi facevano tanto rudere post bombardamento. Quello del 19 luglio del ’43, ovviamente. Zia Maria ce lo raccontava. Suonarono le sirene, un fuggi fuggi generale. Accudiva mia zia Franca, di appena due anni (la sorella di mamma); ripararono a via Alessandria dove stava la sua famiglia. Una bomba cadde pure su via Messina. Le generazioni di adesso non le sanno queste cose. Non le studiano nemmeno. La guerra la giocano alla Play o alla Wii. Fortunati.

Oggi, una delle porte d’accesso a San lorenzo è largo Passamonti. E’ un piazzale enorme che costeggia le mura del cimitero Verano. C’è un grande parcheggio occupato da roulotte e baracche. Immondizia e degrado ammantano il luogo. Allo Scalo San lorenzo hanno costruito due facoltà, quella di Lettere e quella di Lingue (trasferite da quel gioiello che è Villa Mirafiori sulla Nomentana). Il sapere e l’abbandono che si guardano separati da un nastro di asfalto, la Tangenziale Est. Sotto, ci sta una piccola montagnola erbosa. Fino a qualche mese fa gli immigrati c’avevano tirato su un accampamento, nella totale indifferenza del II Municipio.

Desiré è morta a poche decine di metri da lì.

E’ morta in circostanze che i partigiani della Resistenza, i vecchi sanlorenzini come zia Maria e Andrea non avrebbero mai tollerato. Perché mai avrebbero voluto che il loro quartiere, malfamato, ma pur sempre dignitoso, perdesse l’anima. So per certo (per testimonianza diretta e per cronaca riportata dai giornali) che San Lorenzo non è più gestito dalla sinistra antagonista; da quella che ha permesso l’arrivo sul territorio di centinaia di immigrati africani e nord africani. Ha perso il controllo. Non si tratta solo di aver perso (o delegato?) il controllo dello spaccio. Si tratta di aver perso il controllo del quotidiano. E nessuna istituzione municipale o prefettura si prende la responsabilità di fare l’unica cosa che andrebbe fatta: retate. Hanno paura di essere tacciati di razzismo? Hanno paura delle associazioni dei diritti umani che starnazzerebbero come ossesse contro la violenza fascista delle Forze dell’Ordine?

I muri del Verano, nel grande parcheggio su Largo Passamonti sono imbrattati con murales e slogan. Viva la Resistenza. La stella rossa. Gli eroi antifascisti. Bello, tutto bello. Peccato che la borghesia di sinistra che si è comparata palazzi e appartamenti nel quartiere, trasformandolo nella sua dependance esotico-urbana, non si renda ancora conto (o forse adesso sì, ma non sanno cosa fare) che la situazione gli è sfuggita di mano. Il primo problema da risolvere è questo. Rendersi conto. Poi servirebbe un sindaco non romano. Uno che non ha legami di appartenenza politica, parentale, ideologica con la classe dirigente romana (cattolica, progressista e pure fascista); con questa borghesia pantofolara, magnacciona, viscida come un’anguilla appena rimessa in acqua, difesa oggi persino da sopraffini intellettualini competenti (tipo quelli del Foglio) pur di lottare e dar contro ai populismi. Serve qualcuno che si turi il naso, chiuda gli occhi e non mandi le ruspe a San Lorenzo, ma i Bulldozer. In nome della Resistenza, dell’Anti-fascismo (vero) e della nuova Liberazione.