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Berlusconi, cosa deve fare ora un leader

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Sono state necessarie un paio di settimane, e il blitz delle nomine dei presidenti di Camera e Senato, per far capire agli analisti più qualificati della grande stampa e dei partecipanti ai talk show che forse era successo qualcosa di rilevante. Chissà se avranno capito che si è trattato, al contempo, di una rivoluzione culturale ma pure generazionale, nel senso etimologico dei termini. Una rivoluzione tutta giocata nel buio delle urne, tanto più feroce proprio perché inattesa, che ha ridisegnato, geograficamente e politicamente l’Italia.

L’intera classe dominante è stata spazzata via in una notte, e pare non se ne siano neppure accorti. Il Sud, la sua povertà, le sue giovani energie, il suo desiderio di riscatto, ha affidato a Luigi Di Maio il ruolo di Console, mentre all’altro Console, Matteo Salvini, si è rivolto il Nord ricco, internazionale, proiettato al futuro. La volontà popolare li ha trasformati in Consoli di romana memoria (“coloro che decidono insieme”): sarà difficile separarli.

Sono certo che i due Consoli (per loro il fattore tempo è tutto), quando si presenteranno al Quirinale, avranno già confezionato un progetto di governo compiuto, al quale il Presidente Sergio Mattarella potrà solo apportare delle modifiche che lo rendano tecnicamente impeccabile. Quando un governo parte con l’appoggio, sulla carta, del 78% dei parlamentari (42% centro destra, 36% cinquestelle) non sono certo un pugno di vecchi berluscones bolliti a preoccupare. E neppure le organizzazioni sovranazionali.

Beppe Grillo e Silvio Berlusconi possono solo dare la benedizione ai due giovani virgulti. L’hanno già fatto, e lo riconfermeranno.

Certo è stato più faticoso per Berlusconi ed è umanamente comprensibile, perché lui è effettivamente un cavallo di razza purissima. Forse ricorda, caro Presidente Berlusconi, quando le inviai, nell’ ottobre 2013, proprio dalle colonne di Italia Oggi, dopo avergliela anticipata in privato per una doverosa cortesia, una lettera che così si concludeva “Avendo un anno più di lei, colgo così a occhio una sua certa stanchezza fisica (intendiamoci, ne ha ben donde, io sarei già collassato), e colgo pure qualcosa di strano che sta avvenendo fra la sua parabola fisica e quella politica, finora rimaste avvinghiate. Come lei sa, quando la parabola fisica del leader decade, altrettanto lo fa quella politica, e ciò il popolo non lo accetta. Le due parabole devono procedere all’unisono, perché rappresentano l’allegoria nella quale l’opinione pubblica vede riflessi, come in uno specchio, sia se stessa, sia il suo stato di salute. Il leader, per definizione, non è solo una persona ma è ciascuno di noi, quindi il suo destino viene percepito essere quello della collettività. È noto a noi studiosi delle leadership che il potere si basa su un principio: i sovrani e i dittatori hanno una natura diversa da quella degli uomini comuni. Quindi è giusto che abbiano privilegi immensi, ma siano pure soggetti a pagare brutali contropartite.

In proposito, le suggerisco un libro, The king’s two bodies del grande storico Ernst Kantorowicz, professore a Princeton. Già nel Medio Evo la teoria politica sosteneva che i regnanti avessero due nature, a immagine e somiglianza di quella umana e divina di Gesù Cristo. Kantorowicz sostiene che ogni soggetto nell’esercizio della sovranità possiede sia un corpo mortale (fisico), sia uno immortale (politico). Di qui il ruolo strategico dei medici di Corte, per cercare di scongiurare le malattie del sovrano, rallentare il suo invecchiamento, affinché l’indebolimento del suo fisico non venga a contagiare l’altro corpo, quello divino. In questo senso, molte società del passato acceleravano la morte del sovrano ai primi segni di un suo indebolimento fisico, altre procedevano addirittura a un regicidio preventivo e rituale, per salvare l’Istituzione. Dopo l’ultima guerra ha prevalso invece una seconda scuola di pensiero, “ritardare” la scomparsa del leader-autocrate, per gestirne meglio la successione (succede quando staff ed eunuchi prendono troppo potere), tenendolo artificialmente in vita. Così è stato per Nelson Mandela, Fidel Castro, Hugo Chavez, Francisco Franco, Giovanni Paolo II”.

Riccardo Ruggeri, 28 marzo 2018